Tutto ciò che conta veramente: essere fedele a me stessa Credo nella gentilezza che ogni infermiere dovrebbe esprimere e dispensare. La dovrebbe mettere sempre nelle mani che toccano, nello sguardo quando ne incontra un altro vulnerabile, nei gesti che accompagnano, nella voce che rassicura e guida.
Credo nel buongiorno, nel qui ed ora e in quello che faccio. Credo nell'orgoglio di indossare questa divisa che ogni mattino all'alba tolgo dall'appendino di alluminio nell'armadietto, in silenzio. Mi disturba il chiacchiericcio dello spogliatoio, non perché ho sonno ma perché sa di lamento.
Si lamentano tutte, sia le infermiere che le ostetriche con cui condivido questo spazio dedicato alla vestizione e alla svestizione. È un momento pagato, 5 minuti prima e cinque minuti dopo.
Lo sfogo inizia nei sotterranei ancor prima di salire, cresce nei reparti e continua la sera, allo smonto. Le lamentele riguardano i turni, i doppi turni, la malattia della collega, il riposo saltato, le dodici ore, le coordinatrici che non hanno ancora fissato la riunione per le ferie estive.
Ne hanno anche per i sindacati. Sono arrabbiate persino per la tassa annuale da pagare all'Ordine che ancora chiamano Collegio. Davvero non si può sentire, perché son passati sette anni da allora, perbacco.
Credo nell'infermiere, al suo profilo e al suo codice deontologico, anche quello revisionato che non ho ancora letto e che sarà presentato a marzo in occasione del prossimo congresso di Rimini. Ci credo da 21 anni, da quando gli ideali di gioventù e le inclinazioni dei sogni mi hanno portato a farne il mio lavoro.
Credo nel ruolo dell'infermiere, nel posto che occupa nel sistema sanitario, nella sua mission di prendersi cura della salute delle persone. Credo nel passato della professione e anche nel suo futuro quando mi capita di incontrarlo nell'entusiasmo degli studenti d'oggi che, seppur pochi, ancora la scelgono con passione e convinzione.
Credo ancora nelle diagnosi infermieristiche anche se non le abbiamo mai formulate ma ci son servite soltanto per costruire il pensiero critico. Credo nei manuali americani degli anni Duemila su cui mi sono formata e in quelli più moderni di autrici italiane, attuali testi sacri di infermieristica per le giovani generazioni. Credo ancora nella metodologia della ricerca, appresa all'università, anche se adesso si chiama più correttamente Metodologia delle Evidenze.
Credo nel valore dell'infermiere e nel suo doveroso riconoscimento, sociale ed economico. Ma prima ancora, credo che codesto valore bisogna meritarselo. Non basta acquisirlo per valore riflesso, prendendolo di diritto dall'appartenenza ad un Ordine.
Il valore è una virtù che viene riconosciuta in funzione di una competenza dimostrata. È una misura non comune di doti morali ed intellettuali che bisogna coltivare e manifestare. Se nemmeno la potenza devastante di una pandemia è servita a riconoscere chi siamo e quanto valiamo, allora significa forse che dobbiamo crescere ancora e cambiare ai nostri occhi prima che nell'immaginario e nella considerazione delle persone del mondo.
Credo nella gentilezza che ogni infermiere dovrebbe esprimere e dispensare. La dovrebbe mettere sempre nelle mani che toccano, nello sguardo quando ne incontra un altro vulnerabile, nei gesti che accompagnano, nella voce che rassicura e guida.
Ho visto ed imparato che non è sufficiente essere capaci se ti manca questo di più che viene dall'essere amabili. Che la finezza poi non è affettazione. Essere un infermiere gentile significa essere delicati, avere grazia.
Il paziente sa certamente riconoscere la bravura di un infermiere, sa sentire quando è davvero dalla sua parte ma lo apprezza maggiormente se è anche gentile. Dicono che non sia, purtroppo, sempre così in giro tra i servizi e i reparti. Quando si riceve un ringraziamento per la propria gentilezza, quasi ci si sorprende.
Essere colti nella propria gentilezza dovrebbe invece riempirci l'animo di soddisfazione. Significa essere delle brave persone oltre che dei bravi professionisti. E la gratitudine di una persona non ha prezzo. Ripaga della fatica, persino dalla busta paga che non ci soddisfa. Quando mi capita, sento di tornare a casa migliore.
Credo nel potere dell'empatia , ne siamo gli specialisti tanto che potremmo insegnarla al mondo. È una forma di affetto verso l'altro, ogni qualvolta lo vediamo, lo ascoltiamo, lo sentiamo, lo capiamo. Che poi ci ritorna indietro duplicato, come un talento.
Credo nella cortesia, nel rispetto dei confini e nella cordialità che bisogna mettere in una relazione di cura senza tuttavia sollevare barriere. Credo nella capacità dell'infermiere di creare spazi sicuri e pacifici per la guarigione, proteggendo il paziente. Credo nella sua onestà emotiva ed intellettuale nei rapporti che intreccia con le persone secondo un principio fondamentale di inclusione.
Credo che l'infermiere debba possedere un senso e un dovere civico e che debba conoscere la politica, la comprenda e persino la faccia attivamente per migliorare la professione e rendere il mondo un posto migliore. Credo fortemente nella coerenza, a cui un professionista dovrebbe essere fedele dapprima come persona. Non si può essere diversi, duplici o addirittura contrari a sé stessi. Persona e professionista dovrebbero coincidere .
Credo nel rigore, nella determinazione, nella fermezza. Ma anche nella fragilità dell'infermiere, nella sua umanità . Credo nei suoi successi e nei suoi errori. Credo nella sua paura di fronte alle aggressioni fisiche e verbali, che nessuna minaccia di pena ed arresto per decreto ministeriale riesce purtroppo a fermare. Negli ospedali italiani si registrano ancora mediamente otto aggressioni al giorno. Credo nella sua denuncia, è intollerabile subire un simile oltraggio. Il ruolo di un infermiere, parimenti a quello del medico, è sacro.
Credo nella schiena dritta dell'infermiere . Quella che non si piega davanti all'ingiustizia e alla violenza. Quella che non si spezza sotto il peso del compromesso . Credo nella testa alta dell'infermiere, che reagisce alle umiliazioni. Che se non sopporta i demansionamenti non deve accettare nemmeno gli andazzi di chi tra i colleghi non ha più voglia di fare bene.
Credo ancora in tutto questo mentre mi guardo allo specchio sistemandomi la cuffietta con le faccine colorate degli “smile”, prima di iniziare il mio turno nella sala prelievi. Un giorno dopo l'altro, per un'altra ventina d'anni.
Mi rendo conto che per me questa professione è, intimamente, ancora attrattiva. Nonostante tutto. Nonostante il contratto saltato, i bassi stipendi, le rivendicazioni sindacali e tutto il resto. I tempi sarebbero maturi per lottare ma si sono fatti nel frattempo difficili ed incerti, persino bellicosi in questo nuovo ordine mondiale. All'orizzonte si profilano già nuove priorità che lasceranno indietro ancora una volta la sanità, la salute, i sanitari. Forse torneremo ad avere un ruolo di primo piano alla prossima emergenza globale.
Nel frattempo, spero che a salvarmi dal lamento comune sempre più diffuso sia riuscire a fare la differenza, anche per uno soltanto tra tutta la gente che si siede alla mia poltrona, una provetta dopo l'altra.
Sono una unità semplice tra altri 398mila infermieri, ma sono arrivata ormai al punto che mi basta, ma forse è tutto ciò che conta veramente, essere fedele a me stessa. Ho capito poi che siamo 398mila professionalità diverse, con pregi e difetti, perché ciascuno porta inevitabilmente nella professione quello che è come persona. È questa la nostra bellezza, la nostra forza, la nostra debolezza ed, insieme, quel valore aggiunto riconosciuto che tanto cerchiamo di ottenere.