Leva strategica per garantire la sostenibilità e l’efficienza del SSN
La formazione specialistica rappresenta una leva strategica per garantire la sostenibilità e l’efficienza del SSN.
Le lauree magistrali delle “professioni sanitarie” possono rappresentare un contenitore appropriato per la formazione specialistica necessaria allo sviluppo di competenze avanzate in ambito clinico, per i vari profili professionali che vi afferiscono.
Esse sono nate 20 anni fa a seguito della legge 251 del 2000, che istituiva la dirigenza infermieristica e ne indicava le modalità formative per rispondere alle esigenze di aziendalizzazione delle ex USL.
Per questo erano e sono fortemente incentrate su contenuti metodologici e gestionali (management), ma possono essere agevolmente riformulate, ampliate ed integrate per affrontare le mutate necessità di assistenza sanitaria del paese, a partire, come allora, dal settore infermieristico.
Lo sviluppo di competenze specialistiche avanzate nelle scienze infermieristiche rappresenta, infatti, una via obbligata per il mantenimento del SSN , così come lo abbiamo conosciuto fino ad ora, nella sua accezione universalistica (livelli essenziali di assistenza garantiti a tutti con parità di accesso) e solidaristica (assistenza gratuita per chi non può permetterselo), evitando che la salute dei cittadini finisca sempre di più nelle fauci del libero mercato.
Le ragioni che spiegano l’importanza di sviluppare queste competenze sono molteplici, interconnesse e riconducibili all’unica strategia realisticamente possibile di salvaguardia del SSN, ovvero il suo efficientamento e ammodernamento, dato che il budget disponibile per la spesa sanitaria sembrerebbe essere un fattore immodificabile.
Una tra le più problematiche di queste ragioni è la carenza infermieristica , che, se non affrontata efficacemente, può portare il SSN in grave sofferenza nel giro di una decina di anni.
È un dato oggettivo, infatti, che gli infermieri costituiscono l’ossatura principale e insostituibile del Servizio Sanitario Nazionale , rappresentando circa il 60% del personale in esso impiegato.
Tuttavia, il numero in progressivo calo dei laureati in Infermieristica , ormai stabilmente sotto le 10.000 unità all'anno, addirittura inferiore a quello dei laureati in medicina, e la scarsa propensione degli adolescenti italiani a intraprendere questa professione , come evidenziato recentemente dall’OCSE , indicano che ci troviamo di fronte ad un problema molto serio.
Se non si interviene per rendere la professione più attrattiva, non solo non riusciremo mai a colmare il divario, certificato sempre dall’OCSE, di 1,9 infermieri ogni mille abitanti in meno rispetto alla media occidentale (6,5‰ in Italia contro 8,4‰ della media OCSE), pari a circa 110.000 unità, che sarebbero indispensabili per l’attuazione del DM 77/2022, ma ci troveremo anche ad affrontare una riduzione della disponibilità corrente di infermieri, dovuta sia all’elevato numero di pensionamenti previsti nei prossimi anni, sia al crescente numero di professionisti che intendono abbandonare la professione o preferiscono emigrare all’estero.
A ciò si aggiunge il rischio di un abbassamento della qualità professionale, determinato dalla ridotta capacità di selezione per l’accesso ai corsi di laurea in Infermieristica. Il progressivo avvicinamento tra domanda e offerta formativa ridurrà inevitabilmente la possibilità di selezionare studenti motivati e qualificati.
Questo fenomeno avrà un impatto particolarmente grave nelle regioni già in sofferenza per la carenza di personale, aggravando ulteriormente le diseguaglianze territoriali in campo sanitario.
Se queste tendenze non verranno contrastate con interventi strutturali e politiche mirate, oltre al fallimento del SSN, ci sarà da aspettarsi anche un ineludibile arretramento professionale e disciplinare per l’infermieristica italiana in un futuro non lontano.
Quindi, il rischio non è solo quello di non riuscire a colmare, nemmeno in parte, il “gap” di infermieri che ci separa dai paesi industrialmente avanzati, ma anche quello di intaccarne le disponibilità correnti con una prospettiva di sottosviluppo professionale e disciplinare.
Considerato che tra le cause principali della scarsa attrattività della professione infermieristica si annoverano l’assenza di carriera, le bassi retribuzioni e, di conseguenza, la scarsa considerazione sociale, l’istituzione di percorsi specialistici post-base aventi dignità di laurea magistrale (non dobbiamo dimenticare che in Italia conta il valore legale del titolo di studio), con il conseguente riconoscimento professionale e salariale può in parte fornire una risposta strutturale al problema della carenza degli infermieri.
Un’altra ragione, forse ancora più importante e fortemente connessa alla precedente, per cui vale la pena istituire percorsi specialistici nelle lauree magistrali delle professioni infermieristiche è rappresentata dagli interessi degli assistiti , dato che la letteratura scientifica è stracolma di evidenze che dimostrano come la qualificazione degli infermieri , insieme con il loro numero, sia fortemente associata agli esiti dei pazienti e alle performance aziendali.
Poi c’è l’esigenza di efficientamento del SSN per assicurarne la sostenibilità finanziaria . Anche da questo punto di vista le specializzazioni infermieristiche possono fornire un contributo molto rilevante, offrendo la possibilità di traghettare a questo livello formativo alcuni degli attuali profili delle professioni sanitarie, che verrebbero così ridotti ad un numero più congruo e coerente con quanto avviene nel resto del mondo avanzato, con il conseguente superamento dell’attuale “ingabbiamento delle competenze” e una maggiore tutela dell’occupazione per quei profili professionali che risentono molto delle fluttuazioni sociali.
Elevare al rango di laurea magistrale specialistica la formazione di alcuni degli attuali profili delle professioni sanitarie non significherebbe solo sostituirne i corrispondenti corsi di laurea triennali con i meno costosi percorsi o curricula specialistici, ma fornirebbe al SSN professionisti più preparati, già in possesso di un’abilitazione di base, con una maggiore flessibilità di impiego.
È ovvio che, se essere prima infermiere fosse il requisito per diventare anche “qualcos’altro”, il corso di laurea in Infermieristica diventerebbe inevitabilmente più attrattivo. Parallelamente, per garantire l’efficienza del sistema sanitario in un contesto di carenza infermieristica persistente, sarà necessario restringere il campo d’azione della professione ad un livello sempre più qualificato, favorendo l’ingresso di personale con formazione breve, ma di matrice infermieristica, per supportare le attività meno complesse.
Infine, se dovesse servire, gli infermieri specialisti potrebbero dare un contributo fondamentale in settori attualmente in forte crisi di attrattività per i medici, come l’emergenza, le cure primarie e la palliazione.
La formazione specialistica rappresenta, quindi, non solo un’opportunità per valorizzare la professione infermieristica e migliorarne l’attrattività, ma anche una leva strategica per garantire la sostenibilità e l’efficienza del SSN, preservandone i principi fondanti e la capacità di rispondere ai bisogni di salute della popolazione.