Migranti sulle ong, la salute non è bizzarra

Migranti sulle ong, la salute non è bizzarra

Scritto il 14/11/2022
da Monica Vaccaretti

Sos Humanity 1. Geo Barents. Ocean Viking. Sono i nomi di alcune navi delle Organizzazioni non governative, battenti bandiere diverse, che nei giorni scorsi sono state autorizzate ad entrare nelle acque territoriali italiane, dapprima per trovare protezione dalle intemperie in mare e poi per approdare nei porti siciliani per far sbarcare donne incinte, bambini e fragili. Le nuove disposizioni ministeriali del governo autorizzano lo sbarco soltanto di alcuni migranti, scelti non in base ad una certa quota, ma selezionati secondo le loro condizioni di salute se ritenute precarie. È previsto infatti che personale sanitario esegua un accurato triage a bordo prima di dar inizio alle operazioni di sbarco.

Nessuno si avventura in mare dentro un guscio di legno per una crociera

Salute non è solo assenza di malattia ma un completo benessere fisico, mentale e sociale di ogni essere umano, lo definisce l'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il Presidente del Consiglio ha definito bizzarra la scelta dei medici, saliti su alcune navi ong attraccate a Catania, di far scendere tutti i migranti. Il premier ha dichiarato che le centinaia di persone a bordo sono migranti, non naufraghi, pertanto l'autorità sanitaria ha deciso bizzarramente di considerarli tutti fragili e in condizioni precarie di salute, sulla base di possibili rischi di problemi psicologici.

La salute non è bizzarra, tantomeno il suo accertamento anamnestico ed obiettivo. E chi se ne occupa con professionalità non agisce con capriccio e stravaganza perché ritiene che non ci sia alcuna distinzione tra le malattie del corpo e della mente. Le sofferenze sono fisiche e psicologiche, specialmente in considerazione di alcune drammatiche circostanze.

Il confine nella salute mentale è inoltre sottile. E talvolta il disagio psichico, anche se non visto, è più grave di una pelle invasa dalla scabbia o rende più vulnerabili di un ventre gravido e di una tenera età. Il personale sanitario, mandato ad adempiere ad un dovere istituzionale, ha agito prima di tutto con scienza e coscienza, nel rispetto della legge ma anche dei principi e dei valori che regolano la professione medica.

Il codice deontologico e l'articolo 32 della Costituzione non valgono meno di un decreto. E i professionisti della salute, seppur sotto le direttive del loro Ministero, sono specialisti liberi di esercitare con competenza e discrezionalità la missione affidata. C'è poi un diritto internazionale e un diritto marittimo che, secondo l'Unione Europea, l'Italia non sta rispettando venendo meno anche agli accordi stipulati con gli stati membri. In questa diatriba diplomatica il personale sanitario italiano ha fatto semplicemente un lavoro ben fatto.

Salute non è solo assenza di malattia ma un completo benessere fisico, mentale e sociale di ogni essere umano, lo definisce l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Uomini, donne e bambini di tanti Paesi stranieri ammassati su quelle navi certamente non stanno bene, neanche psicologicamente. Non lo sarebbe nessuno di noialtri se ci ritrovassimo in quelle condizioni. Si legifera invece di persone come fossero merci contraffatte da sequestrare o rimandare indietro. Da dove sono arrivate - non dovevano neanche partire, si dice - o in qualsiasi altro posto diverso dall'Italia che si prenda l'onere di accoglierli, poco ci importa dove.

Rimandare in mare aperto, senza alcuna destinazione, un carico umano residuale - come è stato definito dalle autorità politiche, questa espressione sì che è a dir poco bizzarra oltremodo irrispettosa – è contro la legge del mare, il diritto internazionale, il buon cuore. Si respingono persone in nome di una linea dura contro un'immigrazione ritenuta clandestina ed invasiva. La fermezza nel rispetto di nuove leggi, considerata esemplare dagli esponenti del Governo, non va d’accordo con l'umanità e la solidarietà.

È vero che anche l'inclusione deve avere le sue norme per essere buona e non discriminatoria. Tuttavia, non lasciare approdare in un porto sicuro, anche se non è geograficamente il più vicino, uomini e donne in mare da giorni, che siano naufraghi o migranti, non è un'azione che fa onore all'Italia. E non fa una bella figura nemmeno l'Europa. Sono ritornate, infatti, come non capitava da anni, le baruffe europee sul controllo dei flussi migratori e sul ricollocamento del carico umano delle navi che pattugliano il Mediterraneo, ultima frontiera meridionale aperta dove l'Italia con i suoi 7000 chilometri di costa è certamente la più esposta.

Comunque li si consideri e a prescindere dall'ideologia partitica, i migranti sono dei sopravvissuti al mare. Nessuno si avventura sulle onde dentro un guscio di legno o di gomma per voglia di farsi una crociera, una volta raccolto dalle navi delle Ong prima che i barchini e le carrette affondino. Sono persone ripescate come pesci al largo in missioni di soccorso. Rivestiti con abiti puliti e caldi, per togliere quelli bruciati dal cherosene e fradici di salsedine e di paura.

Come testimoniato dal reportage dei giornalisti della trasmissione PropagandaLive saliti sulla Geo Barents, oltre cinquecento persone vivono per giorni sui ponti, distinti su livelli diversi secondo il genere. Dormono per terra sotto coperte grigie, non c'è un angolo libero da un corpo. Molti sono a piedi nudi, ciascuno ha una sacca blu con qualche bene di prima necessità come uno spazzolino e un dentifricio. L'acqua potabile scarseggia, anche l'acqua per lavarsi e per i servizi igienici, con tanta gente ammassata. I viveri sono razionati, c'è bisogno di urgenti rifornimenti.

Ci sono malori, per freddo, malattia o sfinimento. Qualcuno, ogni tanto, sviene. Altri vengono portati via su un telo arancione da trasporto, per le cure del caso in ambulatorio medico. La nave sembra un'enorme ambulanza galleggiante, piuttosto che un taxi come il governo ritiene. Per quanto il personale delle Ong cerchi di rendere confortevoli ambienti tempi e condizioni di vita a bordo, fornendo cibo ed una prima assistenza sanitaria, non ci può essere comfort del corpo e dello spirito in queste circostanze.

C'è continua precarietà mista a speranza. Uno del resto non si aspetta, dopo essere stato salvato, di essere trattato come carico da selezionare allo sbarco. I Medici senza Frontiere cercano di spiegare in tutte le lingue dei naviganti le nuove misure del governo italiano, anticipando la visita dei medici sulla nave.

Quando se ne vanno scendendo la scaletta, si nota che i sanitari hanno addosso una casacca blu con la scritta Ministero della Salute. Molti dei 215 migranti rimasti a bordo, che ad un primo triage si rendono conto di essere stati esclusi dalla selezione, scoprono allora la pelle, mettendo in luce vistose ulcere da decubito sulle natiche, cicatrici da ustioni per le violenze nei campi di detenzione libici, piaghe da grattamento per scabbia ed altre patologie che avevano tenute nascoste agli ispettori sanitari per timore di essere scartati.

Molti migranti, forse a causa della barriera linguistica o della confusione, non avevano inteso il senso della selezione cui andavano incontro. A me selezione di gente in piedi in rassegna fa venire in mente soltanto un'immagine storica disumana.

Grazie al reportage, realizzo che sulla Geo Barents ci sono persone che sono state dapprima in balia dei perigliosi moti ondosi e poi dei pericolosi e volubili moti degli animi. I ministri del nuovo Governo hanno deciso infatti che le politiche sui migranti devono cambiare. Bisogna difendere i confini nazionali. Dal nemico che ci aggredisce? No, dai miserabili che cercano, come ogni essere umano sulla faccia della Terra, un luogo ed una vita migliore per sé e per i figli che hanno messo al mondo.

Siamo purtroppo nuovamente di fronte a gente di mare, come lo sono buona parte degli Europei, che rimanda altra gente in mare. La terra è terra per tutti, perché la condizione naturale dell'uomo è con i piedi per terra. A nessuno piace stare troppo a lungo in balia delle onde e dei venti. Anche quando si viaggia per diletto tra le nuvole a chilometri di altezza non si vede l'ora di atterrare e raggiungere sani e salvi la destinazione.

Spostarsi è sempre una condizione che rende fragili e vulnerabili, come hanno certificato i medici saliti sulle navi. Ci si affida per lo spostamento ad altre persone e agli eventi accidentali ed incidentali che nel percorso possono capitarci. Mettersi in viaggio in condizioni estreme è sempre un andare verso l'ignoto e verso il rischio, anche e soprattutto di salute. Si rischia di ammalarsi e di morire. Si rischia di perdere l'equilibrio mentale, l'incolumità fisica e la dignità umana quando ci si mette in cammino per spostarsi in un'altra parte della terra diversa da quella in cui si nasce.

Lasciare casa non è mai una scelta bizzarra. Ma penosa. E speranzosa. Chi lo fa, o ha tanto coraggio o ha tanta disperazione. E pertanto merita empatia e rispetto.

Ci si scaglia contro le Ong, accusandole addirittura di essere in combutta con gli scafisti della rotta libica, dimenticando che sono organizzazioni umanitarie non profit e apolitiche. Medici Senza Srontiere sta svolgendo nel Mar Mediteraneo la stessa missione che ha svolto in Ucraina. Salvare vite umane, portandole da un posto in cui si rischia la vita ad un posto in cui la vita qualcuno te la può salvaguardare.

Che differenza fanno le navi MsF nel nostro mare dai treni ospedali MsF gialli e blu che hanno traghettato gli ucraini da una parte all'altra del paese del grano e del cielo, portandoli anche oltre il confine? Senza le Ong che pattugliano il mare alla ricerca di migliaia di disperati che salpano ogni giorno dalla Libia, con qualsiasi condizione meteorologica, per i governi europei tutta questa gente potrebbe essere lasciata tranquillamente al loro peregrinare e al loro miserabile destino.

Di annegamento. Con buona pace delle anime seppellite negli abissi e delle nostre coscienze annegate nell'indifferenza. Dopo la fine di Frontex, non ci sono infatti pattuglie militari nelle acque nostre e in quelle internazionali, che vanno alla ricerca dei migranti potenziali naufraghi, raminghi Ulisse dei nostri giorni.

Le capitanerie di porto non mandano soccorsi sulle coordinate di mare quando arrivano le richieste di aiuto, stiamo andando a fondo, via cellulare. Poi i cellulari e le voci si spengono e restano solo i flutti ed il silenzio. Nessuno vede, non solo per l'oscurità del mare tutt'attorno che si confonde con la notte. Non sempre le Ong arrivano in tempo. Non sempre le operazioni di salvataggio sono facili o riescono al 100%. Qualcuno cade in acqua, non sa nuotare.

Qualcuno è già morto sul gommone, qualcuno muore dopo. Qualcun altro, più piccolo, scivola tra le braccia dei genitori, come ci hanno raccontato le cronache. Perdere un figlio così è ancora più angosciante che perderlo a faccia in giù su una spiaggia, come quel bimbo siriano di qualche anno fa che tanto ha indignato l'opinione pubblica europea scatenando un'ondata di compassione.

Non c'è niente di nuovo purtroppo sotto questo cielo e davanti a questo mare. Le politiche migratorie internazionali, capaci davvero di accogliere e ridistribuire i migranti, devono decisamente migliorare, perché gli sbarchi sono destinati ad aumentare, anche alla luce dei cambiamenti climatici oltre che alle crisi alimentari e alle guerre in molte zone geografiche del mondo, come si sta denunciando alla COP 27, che spingono gli individui a spostarsi.

In questo allarmante scenario l'Italia dichiara di non voler più essere l'unico posto di approdo e di rifugio. Nemmeno la Grecia, Malta, Cipro. Nemmeno l'Europa che si affaccia sul mare nostro, da sempre culla fiorente di civiltà appunto “civili”, tantomeno l'Europa continentale, che forse non sa cosa significa essere mare, vuole farsene carico.

Non sento accoglienza nelle parole di chi ha la pancia piena e ragiona di pancia. Sento parole sbagliate, che sanno di ideologia. Di chiusura. Di populismi e di nazionalismi. Come settanta anni fa. Come per la pandemia, nemmeno l'orrore della guerra ucraina ci sta insegnando qualcosa.

Dopo la prima emozione, la si dimentica e il bel moto dinamico dell'animo umano - dapprima capace di immane solidarietà, grandezza di ideali e pronta accoglienza - si arresta a difesa di una egoistica sopravvivenza. E ritorna così l'uomo contro l'uomo, in una forma diversa. Che distingue colori e nazioni. Terre e mare. Che fa differenze nelle tragedie che di volta in volta ci colpiscono e di cui spesso, per tante ragioni, siamo responsabili. Di fronte all'emergere di un nuovo fronte di tensione, si sta perdendo ancora la ragionevolezza e la compassione.