Con la legge 124 del 25 febbraio 1971 l’Italia apre ufficialmente agli uomini l’accesso alla professione infermieristica. Una svolta che supera secoli di esclusività femminile e segna un passaggio chiave nel processo di modernizzazione del sistema sanitario, in linea con i principi costituzionali di parità e con l’evoluzione della formazione europea.
Dalla professione “vocazionale” alla parità di accesso Con la legge 124 del 25 febbraio 1971 l’Italia apre ufficialmente agli uomini l’accesso alla professione infermieristica.
Per lungo tempo la professione infermieristica è stata considerata un’attività “ausiliaria” e a forte connotazione vocazionale , ritenuta socialmente più adatta alle donne e alle religiose, che per decenni hanno rappresentato la componente prevalente del corpo infermieristico italiano.
Fino al 1971 agli uomini era consentito esclusivamente l’accesso al profilo di infermiere generico , istituito nel 1927 e disciplinato sul piano formativo nel 1954. L’ingresso nei percorsi completi di formazione infermieristica era di fatto precluso.
La legge 124/1971 modifica questo assetto, sancendo l’accesso maschile alle scuole per infermieri professionali e superando una barriera che non era più coerente né con i principi di uguaglianza sanciti dalla Costituzione né con l’evoluzione dei sistemi sanitari europei.
La svolta italiana si inserisce in un quadro più ampio. Già nel 1967 l’Accordo di Strasburgo sull’uniformazione della formazione infermieristica europea aveva indicato la necessità di rimuovere ostacoli all’accesso alla professione e di rivedere i programmi formativi.
Tra le barriere da superare figurava anche l’esclusione degli uomini. L’obiettivo era armonizzare i percorsi formativi e garantire standard comuni in ambito europeo, in una fase di progressiva integrazione dei sistemi sanitari.
In Italia, alla fine degli anni Sessanta, si sommano diversi fattori: le crescenti pressioni sindacali, la definizione delle piante organiche ospedaliere nel 1969 e la necessità di rispondere a un fabbisogno crescente di personale qualificato.
In questo contesto, l’apertura delle scuole agli uomini, a partire dall’anno scolastico 1972/73, diventa un passaggio quasi inevitabile.
L’ingresso degli uomini non è solo un fatto simbolico, produce effetti concreti sull’organizzazione della formazione. I convitti, che fino ad allora prevedevano l’internato obbligatorio per le allieve, vengono progressivamente riformati e l’assetto delle scuole cambia.
Per molti infermieri generici si apre inoltre la possibilità di un percorso di riqualificazione professionale finalizzato al conseguimento del titolo di infermiere professionale. Un’opportunità che contribuisce a ridurre la frammentazione dei ruoli e ad avviare un processo di progressiva professionalizzazione.
Una svolta culturale La legge del 1971 non rappresenta solo un atto normativo. Segna un passaggio culturale profondo: la professione infermieristica smette di essere formalmente identificata con un solo genere e si colloca in una dimensione più coerente con i principi di parità e con la natura tecnico-scientifica dell’assistenza.
Quella riforma anticipa trasformazioni che si consolideranno nei decenni successivi : l’evoluzione del profilo professionale, il superamento della visione ausiliaria e l’ingresso dell’infermieristica nell’università.
A oltre cinquant’anni di distanza, l’apertura agli uomini appare un passaggio scontato. Nel 1971, invece, rappresentò una rottura netta con il passato e un tassello decisivo nel percorso di modernizzazione della professione infermieristica italiana.