Assistenza territoriale, il DM 77/2022 alla prova dell’Europa

Scritto il 24/06/2026
da Chiara Sideri

La riforma dell’assistenza territoriale non può essere ridotta alla costruzione di nuove sedi o all’apertura delle Case della Comunità. Il vero nodo è organizzativo, professionale e culturale: portare le cure più vicino alle persone, garantire continuità assistenziale, integrare servizi sanitari e sociali, usare il digitale come strumento di coordinamento e non come semplice infrastruttura. È questo il punto centrale del rapid public health report “Reforming territorial care in Italy: Evidence and lessons from European experiences”, pubblicato su Annali di Igiene nel 2026. Il lavoro colloca il DM 77/2022, il decreto che definisce modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale, dentro una prospettiva europea, confrontando l’esperienza italiana con tre modelli consolidati: Spagna, Germania e Paesi Bassi. Il risultato è una lettura utile perché mette in evidenza un aspetto spesso trascurato: il DM 77/2022 rappresenta una cornice di riforma rilevante e coerente con gli orientamenti europei, ma la sua efficacia dipende dalla capacità di trasformare gli standard in pratica reale, riducendo le disuguaglianze regionali e rafforzando governance, professionisti, integrazione socio-sanitaria e interoperabilità digitale.

Perché l’assistenza territoriale è diventata centrale

assistenza territoriale

Negli ultimi anni i sistemi sanitari europei sono stati attraversati da una trasformazione profonda. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche, la crescita della domanda assistenziale e le fragilità emerse durante la pandemia da Covid-19 hanno reso evidente un limite dei modelli troppo centrati sull’ospedale.

Il bisogno di salute si è spostato progressivamente verso percorsi di lunga durata, presa in carico multiprofessionale, prevenzione, monitoraggio domiciliare, continuità tra ospedale e territorio e integrazione tra sanitario e sociale.

In questo scenario, l’assistenza territoriale non è più una componente periferica del sistema, ma uno dei principali indicatori della sua capacità di rispondere ai bisogni reali delle persone.

Secondo gli autori, i sistemi resilienti post-pandemici richiedono investimenti stabili in tre aree:

  • capacità di governance
  • équipe multiprofessionali
  • infrastrutture digitali interoperabili

Case della Comunità, Ospedali di Comunità e COT

Le Case della Comunità sono pensate come principale punto di accesso alle cure primarie e ai servizi territoriali. Dovrebbero ospitare équipe multiprofessionali e favorire il raccordo tra cure primarie, servizi sociali e attività di prevenzione.

Gli Ospedali di Comunità hanno invece il compito di rispondere a bisogni clinici di intensità bassa o intermedia, contribuendo alla continuità assistenziale e alla riduzione dei ricoveri ospedalieri inappropriati.

Le Centrali Operative Territoriali rappresentano il nodo di coordinamento della rete: dovrebbero facilitare la presa in carico, il raccordo tra professionisti, la transizione tra setting assistenziali e l’utilizzo dei flussi informativi digitali.

La riforma, quindi, non introduce solo luoghi fisici, ma una nuova architettura di relazioni professionali e organizzative.

Il confronto europeo

Lo studio confronta il modello italiano con tre esperienze europee: Spagna, Germania e Paesi Bassi. Non si tratta di modelli sovrapponibili, perché riflettono sistemi sanitari, governance e meccanismi di finanziamento differenti. Tuttavia, offrono elementi utili per leggere punti di forza e criticità della riforma italiana.

PaeseCaratteristiche principaliLezione utile per l’Italia
SpagnaSistema di Atención Primaria gestito dalle comunità autonome, con centri di salute territoriali, équipe multiprofessionali e forte continuità assistenzialeMostra come autonomia regionale e standardizzazione possano coesistere se sostenute da governance chiara e continuità organizzativa
GermaniaModello assicurativo bismarckiano, medici di medicina generale indipendenti, Disease Management Programs e reti contrattuali per la cronicitàEvidenzia il valore di percorsi strutturati e reti formalizzate per la gestione delle patologie croniche
Paesi BassiCure primarie con forte funzione di gatekeeping, Zorggroepen per la cronicità, équipe multiprofessionali, elevata maturità digitaleOffre un esempio avanzato di integrazione tra percorsi standardizzati, responsabilità condivisa, engagement del paziente e strumenti digitali

Il digitale non è una riforma parallela

Lo studio sottolinea che la trasformazione digitale non deve essere interpretata come una linea di intervento separata. Cartella elettronica, telemedicina, piattaforme condivise e flussi informativi sono strumenti abilitanti per l’integrazione dei percorsi.

In Spagna e nei Paesi Bassi, la maturità digitale supporta coordinamento, efficienza e continuità assistenziale. In Italia, il PNRR rappresenta un’occasione significativa per accelerare lo sviluppo delle infrastrutture digitali, ma il report avverte che senza requisiti di interoperabilità e standard di governance condivisi il digitale può generare nuove disuguaglianze.

La digitalizzazione, quindi, non produce automaticamente integrazione. La rende possibile solo se inserita in un modello organizzativo coerente.

I limiti dello studio

Gli autori precisano che il lavoro ha natura qualitativa, descrittiva e comparativa. Non si tratta quindi di uno studio sperimentale, né di una valutazione quantitativa degli esiti della riforma.

I principali limiti sono:

  • approccio narrativo e comparativo
  • differenze tra Paesi nella disponibilità dei dati
  • impossibilità di misurare direttamente l’impatto del DM 77/2022 sugli esiti di salute
  • necessità di ulteriori studi sull’implementazione regionale
  • bisogno di valutare l’efficacia dei modelli multiprofessionali nel ridurre disuguaglianze e migliorare la salute della popolazione

Questi limiti non riducono l’utilità del lavoro, ma ne chiariscono il significato: il report offre una cornice interpretativa e di policy, non una misurazione conclusiva dell’efficacia della riforma.

Una riforma abilitante, non un punto di arrivo

La conclusione più rilevante è che il DM 77/2022 dovrebbe essere interpretato come una cornice abilitante e transitoria, non come un punto di arrivo. Il decreto disegna una direzione: assistenza più vicina alle persone, integrazione dei servizi, centralità della prevenzione, sviluppo del digitale, équipe multiprofessionali.

Ma la direzione non basta se il percorso resta disomogeneo.

L’esperienza europea mostra che i sistemi territoriali funzionano quando governance, professionisti, strumenti digitali e percorsi assistenziali sono realmente connessi. Le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità e le COT potranno produrre valore solo se inseriti in reti operative capaci di prendere in carico la persona lungo tutto il percorso, non solo nel singolo accesso.

La riforma territoriale italiana ha quindi un potenziale importante: può ridurre la pressione sull’ospedale, migliorare la gestione della cronicità, rafforzare la prevenzione e rendere il Servizio Sanitario Nazionale più vicino, equo e sostenibile.

Il punto decisivo sarà trasformare l’impianto normativo in servizi effettivi, misurabili e accessibili. Perché la prossimità non si realizza con una targa all’ingresso di una struttura, ma con professionisti presenti, percorsi chiari, dati condivisi e responsabilità organizzative definite.