Epatiti virali: dati, diagnosi, terapie e nuove cure

Scritto il 28/07/2026
da Chiara Sideri

Nel mondo 287 milioni di persone convivono con un’infezione cronica da virus dell’epatite B o C. Vaccini, test diagnostici e terapie efficaci potrebbero prevenire gran parte delle complicanze, ma milioni di infezioni rimangono ancora sommerse. Nella Giornata mondiale dell’epatite, lo stato dell’arte tra storia delle scoperte, dati epidemiologici, possibilità di cura e nuove prospettive terapeutiche. Le epatiti virali continuano a rappresentare una rilevante questione di sanità pubblica. Nel 2024 le infezioni croniche da virus dell’epatite B e C hanno causato circa 1,3 milioni di decessi, soprattutto per cirrosi e carcinoma epatocellulare. Un dato particolarmente significativo perché, almeno in parte, queste conseguenze potrebbero essere prevenute attraverso vaccinazione, diagnosi precoce e trattamento.[1,2] Il messaggio scelto dall’Organizzazione mondiale della sanità per la Giornata mondiale dell’epatite 2026, “Hepatitis: Let’s Break It Down”, richiama proprio la necessità di abbattere le barriere che separano le persone dai servizi. Scarsa consapevolezza, stigma, disuguaglianze e percorsi assistenziali frammentati continuano infatti a limitare l’accesso alla prevenzione, ai test e alle cure, nonostante la disponibilità di strumenti efficaci.[1]

Giornata mondiale dell’epatite

epatite

La Giornata mondiale dell’epatite si celebra ogni anno il 28 luglio, anniversario della nascita di Baruch Samuel Blumberg. Nel corso delle sue ricerche sulle variazioni delle proteine del sangue, il medico e genetista statunitense individuò un agente infettivo associato all’epatite B, contribuendo successivamente allo sviluppo dei test diagnostici e del vaccino.[3]

Nel 1976 Blumberg condivise con D. Carleton Gajdusek il Premio Nobel per la Medicina. La motivazione ufficiale riguardava le scoperte sui nuovi meccanismi di origine e diffusione delle malattie infettive: il contributo allo studio dell’epatite B fu centrale, ma è quindi più preciso evitare di descrivere il riconoscimento esclusivamente come un Nobel per la scoperta del virus.

La storia dell’epatite C è più recente. Per anni numerose epatiti osservate dopo trasfusioni di sangue furono definite “non-A, non-B”, perché non riconducibili ai virus allora conosciuti. Le ricerche di Harvey J. Alter dimostrarono la natura trasmissibile della malattia; Michael Houghton e il suo gruppo isolarono nel 1989 il genoma del nuovo virus; Charles M. Rice fornì infine la prova che HCV poteva, da solo, causare l’epatite. I tre ricercatori ricevettero nel 2020 il Premio Nobel per la Medicina per la scoperta del virus dell’epatite C.[4]

Queste scoperte hanno cambiato radicalmente la storia della malattia: hanno consentito di rendere più sicuro il sangue destinato alle trasfusioni, sviluppare test diagnostici specifici e arrivare a trattamenti in grado di guarire quasi tutte le persone trattate. La sfida attuale non consiste quindi soltanto nel produrre nuove conoscenze, ma nel trasformare ciò che è già disponibile in servizi accessibili.

Epatite A, B, C, D ed E

VirusTrasmissione prevalentePuò diventare cronica?Prevenzione e trattamento
HAV – epatite AVia oro-fecale, acqua o alimenti contaminati, contatti strettiNoVaccino, igiene e sicurezza alimentare; terapia di supporto
HBV – epatite BSangue, rapporti sessuali, trasmissione perinataleVaccino; antivirali nelle forme croniche eleggibili
HCV – epatite CEsposizione a sangue infettoNessun vaccino; antivirali ad azione diretta curativi
HDV – epatite DSangue e liquidi biologici, soltanto in presenza di HBVVaccinazione anti-HBV come prevenzione; terapie specialistiche
HEV – epatite EVia oro-fecale; in Europa anche carne infetta cruda o poco cottaRaramenteIgiene e sicurezza alimentare; vaccino autorizzato solo in alcuni Paesi

Epatiti virali in Italia

In Italia la sorveglianza delle forme acute è coordinata dall’Istituto superiore di sanità attraverso il Sistema epidemiologico integrato delle epatiti virali acute – SEIEVA, attivo dal 1985.

Nel 2025 sono stati segnalati:

  • 631 casi di epatite A
  • 148 casi di epatite B acuta
  • 51 casi di epatite C acuta
  • 92 casi di epatite E [5]

Il dato più evidente riguarda l’epatite A, passata dai 443 casi del 2024 ai 631 del 2025. Nei primi tre mesi del 2026 è stato osservato un ulteriore rialzo, con picchi soprattutto in Lazio, Campania e Puglia. L’aumento risultava sostenuto prevalentemente dal consumo di frutti di mare e, in una parte dei casi, dalla trasmissione sessuale tra uomini che hanno rapporti sessuali con uomini.[5]

I dati relativi al 2026, aggiornati al 24 marzo, sono però preliminari e non possono essere interpretati come un bilancio annuale consolidato. Devono inoltre essere considerate le caratteristiche del sistema di sorveglianza: il SEIEVA raccoglie le segnalazioni di epatite acuta e copre circa l’86% della popolazione italiana. I casi notificati non coincidono pertanto con il numero complessivo di persone che vivono con infezioni croniche da HBV o HCV.[5]

Nel 2025 l’epatite E ha superato, per numero di segnalazioni acute, l’epatite C. La maggioranza dei casi era autoctona e oltre la metà delle persone coinvolte aveva riferito il consumo di carne di maiale cruda o poco cotta. Il dato rafforza la necessità di considerare HEV nella diagnosi differenziale delle epatiti acute, soprattutto nelle persone adulte e anziane.[5]

Diagnosi, screening e prevenzione

Le infezioni croniche da HBV e HCV possono rimanere asintomatiche per anni o decenni. La persona può non avvertire disturbi mentre nel fegato proseguono infiammazione e fibrosi. In alcuni casi la diagnosi avviene casualmente durante esami eseguiti per altri motivi; in altri arriva quando sono già comparse cirrosi, ipertensione portale, scompenso epatico o carcinoma epatocellulare.

Quando presenti, i sintomi della fase acuta possono comprendere astenia, nausea, perdita di appetito, dolore addominale, urine scure e ittero. Queste manifestazioni non permettono, tuttavia, di distinguere clinicamente un virus dall’altro: la conferma richiede esami di laboratorio specifici.[6,7]

Per l’epatite B vengono utilizzati marcatori sierologici come HBsAg, anticorpi anti-HBc e anti-HBs, associati, quando indicato, alla ricerca e quantificazione dell’HBV-DNA. Nell’epatite C, la positività degli anticorpi anti-HCV indica un contatto avvenuto con il virus, ma non dimostra necessariamente la presenza di un’infezione attiva. La conferma richiede la ricerca dell’HCV-RNA.

In Italia è stato finanziato uno screening gratuito per HCV rivolto alle persone nate tra il 1969 e il 1989, alle persone seguite dai Servizi per le dipendenze e alla popolazione detenuta, indipendentemente dalla coorte di nascita. L’organizzazione dell’offerta e il livello di attuazione possono però variare tra Regioni e aziende sanitarie.[10]

Lo screening diventa realmente efficace solo quando il risultato positivo è seguito dalla conferma virologica, dalla valutazione clinica e dall’accesso alla terapia. Il test isolato, senza un collegamento tempestivo con i servizi, non è sufficiente a modificare la storia naturale della malattia.

Sul piano preventivo, il vaccino contro l’epatite B rimane uno degli strumenti più efficaci. In Italia la vaccinazione è obbligatoria per le nuove nate e i nuovi nati dal 1991 ed è offerta a diversi gruppi maggiormente esposti, tra cui personale sanitario, conviventi di persone con HBV cronico, persone sottoposte a emodialisi e soggetti con specifiche condizioni di rischio.

La vaccinazione contro HBV previene indirettamente anche l’epatite D, perché HDV non può sviluppare un’infezione in assenza del virus B. Per l’epatite A è disponibile un vaccino raccomandato alle persone maggiormente esposte o a più alto rischio di complicanze.

Non esiste, invece, un vaccino efficace contro HCV. La prevenzione si basa sulla sicurezza del sangue e delle procedure sanitarie, sull’impiego di dispositivi sterili o monouso, sulla corretta gestione degli strumenti taglienti e pungenti, sulla riduzione del danno e sulla prevenzione delle esposizioni a sangue infetto.[7]

Terapie per epatite B, C e D: cosa è disponibile oggi

InfezioneTerapiaSintesi
Epatite B (HBV)Tenofovir, entecavirAntivirali orali efficaci nel sopprimere la replicazione virale e ridurre complicanze, ma spesso da assumere a lungo termine o per tutta la vita; necessario follow-up continuo
Epatite C (HCV)Antivirali ad azione diretta (DAA)Terapie orali brevi e ben tollerate con guarigione in oltre il 95% dei casi; resta necessaria sorveglianza nei pazienti con cirrosi e prevenzione della reinfezione
Epatite D (HDV)BulevirtideFarmaco che blocca l’ingresso virale negli epatociti; riduce replicazione e infiammazione ma non garantisce eradicazione; durata del trattamento non ancora definita

Nuove terapie per l’epatite B

La principale frontiera della ricerca riguarda l’epatite B. L’obiettivo è superare la semplice soppressione della replicazione virale e raggiungere una cura funzionale, generalmente definita dalla perdita persistente dell’antigene di superficie HBsAg e dal mantenimento del controllo virologico dopo la sospensione della terapia.

Tra le strategie in studio figurano piccoli RNA interferenti, oligonucleotidi antisenso, modulatori del capside e trattamenti progettati per riattivare o indirizzare la risposta immunitaria contro le cellule infette.

Uno dei risultati più rilevanti del 2026 riguarda bepirovirsen, un oligonucleotide antisenso somministrato per via sottocutanea e progettato per ridurre la produzione degli RNA e delle proteine virali dell’HBV.

In due studi di fase 3, pubblicati sul New England Journal of Medicine, 24 settimane di bepirovirsen associate alla terapia antivirale convenzionale hanno determinato una cura funzionale, valutata alla settimana 72, nel 20% e nel 19% delle persone trattate, rispetto a nessun caso nei gruppi di controllo.[11]

I risultati riguardano però una popolazione selezionata: persone adulte senza cirrosi, con HBV-DNA già soppresso dagli analoghi nucleosidici o nucleotidici e concentrazioni relativamente basse di HBsAg all’inizio dello studio.

Il dato rappresenta un progresso importante, ma deve essere interpretato con prudenza. La maggioranza delle persone trattate non ha raggiunto la cura funzionale, sono stati osservati eventi avversi e sarà necessario verificare la durata della risposta nel lungo periodo. Bepirovirsen non deve quindi essere presentato come una terapia già disponibile o come una cura universale, ma come un trattamento sperimentale promettente che dovrà completare il percorso regolatorio.

La ricerca dovrà inoltre chiarire quali biomarcatori permettano di individuare le persone con maggiori probabilità di risposta e se l’associazione con altre strategie antivirali o immunomodulanti possa aumentare la percentuale di cura funzionale.

Eliminare le epatiti significa raggiungere le persone

La disponibilità di un vaccino contro HBV e di terapie capaci di guarire HCV rende l’eliminazione delle epatiti virali un obiettivo scientificamente possibile. I dati mostrano però una distanza ancora ampia tra gli strumenti disponibili e le persone che potrebbero beneficiarne.

Milioni di infezioni rimangono non diagnosticate; molte persone che ricevono una diagnosi non accedono alla terapia; la vaccinazione alla nascita contro HBV è ancora insufficiente in numerosi Paesi. Lo stigma, le difficoltà economiche, le disuguaglianze territoriali e la frammentazione dei percorsi contribuiscono a ritardare la diagnosi e la presa in carico.

L’Oms indica come prioritaria l’integrazione dei servizi per le epatiti nell’assistenza primaria, nei percorsi materno-infantili, nei servizi per le dipendenze, nelle strutture penitenziarie e nei programmi per la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse.[1]

In questo scenario, infermiere e infermieri possono contribuire alla promozione vaccinale, alla valutazione delle possibili esposizioni, al counselling, all’esecuzione dei test, al collegamento con i servizi e al monitoraggio dell’aderenza terapeutica. L’OMS riconosce inoltre che, attraverso modelli semplificati e adeguata formazione, test, assistenza e trattamento dell’epatite C possono essere decentrati e gestiti anche da professioniste e professionisti non specialisti, compreso il personale infermieristico.[7]

Una comunicazione corretta è parte integrante dell’assistenza. Spiegare che l’epatite C può essere guarita, che l’epatite B può essere prevenuta e controllata e che le comuni relazioni sociali non costituiscono di per sé una modalità di trasmissione aiuta a contrastare paure, disinformazione e discriminazioni.

La sfida richiamata dalla Giornata mondiale dell’epatite 2026 non è quindi soltanto sviluppare nuovi farmaci. Abbattere le barriere significa trasformare vaccini, diagnosi e terapie in percorsi realmente accessibili, affinché un’infezione prevenibile o curabile non continui a essere scoperta quando il danno epatico è ormai avanzato.