Tubercolosi a Milano, 7 infezioni tra i sanitari

Scritto il 27/08/2026
da Redazione

Otto casi accertati e sette infezioni latenti tra medici e specializzandi dell'Istituto di Medicina Legale della Statale. AMCLI ETS invita a non alimentare allarmismi: la tubercolosi si diagnostica e si cura. Nelle procedure a rischio, però, servono dispositivi di protezione e ambienti adeguati.

Il focolaio all'Istituto di Medicina Legale

ATS Milano ha accertato otto casi di tubercolosi tra medici, specializzandi e personale dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università Statale di Milano. Altre sette persone sono risultate positive ai test senza sviluppare malattia attiva, un quadro compatibile con l'infezione tubercolare latente. In tutto quindici persone hanno avviato la terapia. Quattro erano state ricoverate, nessuna risulta oggi in ospedale.

Il primo caso risale all'inizio di luglio 2026. L'ipotesi al vaglio riguarda un'autopsia eseguita su un cadavere con tubercolosi sospetta, ma ATS non ha ancora identificato la fonte del contagio e prosegue le indagini insieme al Centro per la prevenzione e la cura della tubercolosi Villa Marelli del Niguarda. Serviranno fino a tre settimane per completare lo screening dei contatti.

L'Università Statale ha avviato le proprie verifiche interne. L'Associazione Liberi Specializzandi ha presentato una denuncia ai carabinieri il 26 agosto, chiedendo conto della formazione ricevuta sulla manipolazione del materiale biologico. Anaao Assomed ha chiesto l'aggiornamento del documento di valutazione del rischio biologico, l'adeguamento delle dotazioni della sala settoria e l'attivazione del medico competente.

AMCLI: una malattia da diagnosticare e curare

Sul caso è intervenuta AMCLI ETS, l'Associazione Microbiologi Clinici Italiani, con un comunicato che invita a distinguere il fatto dall'allarme. Mycobacterium tuberculosis circola in Italia, e casi sporadici o piccoli cluster rientrano in un'evenienza nota, monitorata e gestita con protocolli consolidati.

“La terapia antibiotica per la tubercolosi è efficace nella grande maggioranza dei casi. Le forme multiresistenti, MDR-TB, sono rare in Italia e vengono costantemente monitorate dai laboratori di microbiologia clinica”, spiega Daniela Maria Cirillo, direttrice dell'Unità Patogeni Emergenti dell'IRCCS Ospedale San Raffaele e coordinatrice del gruppo di lavoro sui micobatteri di AMCLI.

Cirillo richiama anche il contributo della genomica. Il sequenziamento dell'intero genoma identifica le mutazioni associate a resistenza e ricostruisce le catene di trasmissione, uno strumento che orienta il tracciamento epidemiologico e le misure di controllo. La diagnosi resta in capo ai laboratori di riferimento regionali e nazionali, che eseguono test molecolari rapidi, esami colturali e antibiogrammi: da quella rete dipende la rapidità con cui parte la terapia e con cui scattano le misure di sanità pubblica.

Autopsie e sala settoria, dove si gioca la prevenzione

Il punto sollevato da AMCLI riguarda la protezione di chi lavora. In ambito sanitario il rischio di contagio va prevenuto con dispositivi di protezione individuale idonei, facciali filtranti FFP2 e FFP3, e con infrastrutture di contenimento appropriate, come sale settorie e ambienti a pressione negativa.

Le procedure che generano aerosol concentrano il rischio. Le raccomandazioni per le strutture sanitarie indicano l'FFP2 come protezione sufficiente nella maggior parte delle situazioni e riservano l'FFP3 alle attività a rischio più elevato, tra cui broncoscopia e manipolazione di campioni in laboratorio. Per i reparti che accolgono con regolarità pazienti con tubercolosi, e in particolare per le forme resistenti, la raccomandazione prevede stanze a pressione negativa con 6-12 ricambi d'aria all'ora.

L'autopsia rappresenta un caso a sé. La letteratura medico-legale segnala che il contatto con tessuti cadaverici contenenti il micobatterio comporta un rischio anche superiore a quello dell'esposizione a un paziente vivo con tubercolosi attiva, perché seghe oscillanti, manipolazione del parenchima polmonare e polveri secche generano aerosol infettante.

La sorveglianza degli operatori esposti

Per gli operatori sanitari la sorveglianza sanitaria prevede un test basale all'assunzione e controlli periodici, con cadenza annuale nelle unità ad alto rischio. Si usano il test cutaneo alla tubercolina, TST o Mantoux, e i test di rilascio dell'interferone gamma,IGRA. Dopo un'esposizione documentata il controllo va ripetuto a 60 giorni, perché un test eseguito subito dopo il contatto può risultare negativo.

La positività al test indica infezione, non malattia. Chi ha un'infezione tubercolare latente non è contagioso, e il trattamento preventivo serve proprio a evitare che l'infezione evolva in malattia attiva. È la condizione in cui si trovano sette delle quindici persone coinvolte a Milano.

I numeri italiani

L'Italia resta un Paese a bassa endemia, sotto la soglia OMS dei 10 casi ogni 100.000 abitanti l'anno. La sorveglianza nazionale ha registrato 3.150 casi nel 2024, pari a 5,3 casi per 100.000 abitanti, con un aumento dell'8,9% rispetto all'anno precedente e un trend in crescita da quattro anni. Le forme polmonari costituiscono il 69,9% delle notifiche.

Sul fronte delle resistenze, il monitoraggio nazionale ha identificato 533 isolati resistenti nel periodo 2014-2024, di cui 278 MDR-TB e 20 XDR-TB. Nel mondo il quadro resta pesante: 10,7 milioni di persone si sono ammalate di tubercolosi nel 2024 e 1,23 milioni sono morte.

Cosa cambia nella pratica

Per gli infermieri di pronto soccorso, area critica, ambulatorio e assistenza domiciliare la vicenda milanese riporta al centro alcuni passaggi già previsti dai protocolli aziendali.

  • Sospettare la tubercolosi davanti a tosse persistente da più di due-tre settimane, febbricola, sudorazioni notturne e calo ponderale, e attivare precocemente il percorso diagnostico.
  • Applicare l'isolamento respiratorio al sospetto, prima della conferma microbiologica, non dopo.
  • Indossare il facciale filtrante corretto, verificarne la tenuta e non sostituirlo con la mascherina chirurgica, che protegge chi sta intorno al paziente e non chi assiste.
  • Segnalare al medico competente ogni esposizione non protetta e rispettare i tempi dello screening a 60 giorni.
  • Verificare che il documento di valutazione del rischio biologico dell'unità operativa sia aggiornato e che gli ambienti a rischio dispongano dei requisiti impiantistici previsti.

“È importante che episodi come quello registrato a Milano siano affrontati con attenzione e con una corretta informazione, senza generare inutili allarmismi”, conclude Pierangelo Clerici, presidente di AMCLI ETS. “La tubercolosi è una malattia che va diagnosticata e curata, non temuta. Al tempo stesso, soprattutto in ambito sanitario, è fondamentale adottare tutte le misure previste per prevenire il rischio di contagio e tutelare gli operatori”.

Fonti

  1. ANSA. Casi di tubercolosi all'Istituto di Medicina legale di Statale a Milano [Internet]. 25 agosto 2026 [consultato il 27 agosto 2026]. Disponibile su: ansa.it
  2. Regione Piemonte. Raccomandazioni per la prevenzione della tubercolosi nelle strutture sanitarie [Internet]. Revisione 2011 [consultato il 27 agosto 2026]. Disponibile su: aslcn2.it
  3. Ministero della Salute. La sorveglianza della tubercolosi in Italia. Anno 2024. Roma; aprile 2026.
  4. Istituto Superiore di Sanità. Epidemiologia della tubercolosi [Internet]. EpiCentro [consultato il 27 agosto 2026]. Disponibile su: epicentro.iss.it