Sangue artificiale ed emazie coltivate: il futuro delle trasfusioni

Scritto il 08/08/2026
da Mattia Venarubea

Dal Giappone al Regno Unito, due linee di ricerca stanno aprendo nuove prospettive per la medicina trasfusionale. L'obiettivo non è sostituire la donazione di sangue, ma offrire nuove soluzioni nelle emergenze e nei pazienti che necessitano di trasfusioni croniche. Può esistere un futuro in cui una trasfusione non dipenda esclusivamente dalla disponibilità di un donatore? Fino a pochi anni fa la domanda sarebbe sembrata fantascienza. Oggi diversi gruppi di ricerca stanno sviluppando strategie innovative per ampliare le possibilità della medicina trasfusionale. Un concetto va chiarito da subito: la donazione di sangue rimane oggi insostituibile e continuerà a essere il cardine della terapia trasfusionale. Le nuove tecnologie non nascono per sostituire i donatori, ma per rispondere a situazioni cliniche in cui il sangue è una risorsa limitata o difficile da reperire, come dimostra ogni estate il calo delle donazioni legato a ferie e temperature elevate, che costringe i servizi trasfusionali a razionalizzare le scorte e talvolta a rinviare interventi programmati (1). Il problema non riguarda solo l'estate: invecchiamento della popolazione, aumento delle patologie oncologiche e numero crescente di pazienti con anemie croniche trasfusione-dipendenti aumentano costantemente il fabbisogno di sangue. In questo contesto si inseriscono due ricerche particolarmente interessanti: quella giapponese sui liposomi contenenti emoglobina e quella britannica sui globuli rossi coltivati in laboratorio. Sebbene spesso presentate come alternative al sangue donato, rispondono in realtà a esigenze cliniche diverse.

Hbv, un ponte terapeutico nelle emergenze

sangue artificiale

Tra le linee di ricerca più avanzate vi è quella sviluppata in Giappone sulle Hemoglobin Vesicles (HbV), liposomi che racchiudono emoglobina purificata e riproducono la funzione principale dei globuli rossi, il trasporto di ossigeno, senza usare vere cellule del sangue (2). Il vantaggio più importante è l'assenza degli antigeni dei gruppi sanguigni: non esprimendo AB0, Rh e gli altri sistemi gruppo-ematici, i liposomi potrebbero essere somministrati senza conoscere il gruppo del paziente né eseguire prove di compatibilità.

Una caratteristica determinante quando il tempo è il principale fattore prognostico: in un grave trauma stradale, una maxi-emergenza, un terremoto o un teatro di guerra, disporre subito di un trasportatore universale di ossigeno potrebbe mantenere vitali i tessuti fino a una trasfusione convenzionale. È proprio questo il concetto alla base del progetto giapponese: le HbV non vogliono sostituire il sangue, ma rappresentare un ponte terapeutico tra l'emorragia acuta e la successiva trasfusione di emazie.

La ricerca, avviata da oltre vent'anni, ha raggiunto un traguardo importante: nel 2026 è iniziata in Giappone una sperimentazione clinica di fase Ib, che valuta sicurezza, tollerabilità ed eventuali effetti collaterali su volontari sani (2).

Interessante anche la conservazione: a differenza di una sacca di emazie, con durata limitata, i liposomi potrebbero restare stabili per circa due anni a temperatura ambiente e fino a cinque anni in refrigerazione (3), utile per emergenze, missioni umanitarie e medicina militare. Sono studiate anche nella medicina dei trapianti, nei sistemi di perfusione degli organi, per migliorare l'ossigenazione ex vivo e ridurre il danno da ischemia-riperfusione, con risultati sperimentali promettenti (4).

Questa tecnologia ha però dei limiti, l'emivita dei liposomi è nettamente inferiore a quella dei globuli rossi, quindi non è adatta ai pazienti con anemie croniche trasfusione-dipendenti, che richiederebbero somministrazioni ripetute a intervalli ravvicinati. È proprio per questi pazienti che la ricerca segue una strada diversa.

Le emazie coltivate in laboratorio

Se il progetto giapponese risponde alle emergenze, la ricerca britannica guarda a un problema diverso: la gestione dei pazienti che necessitano di trasfusioni per tutta la vita. Il gruppo del NHS Blood and Transplant, con numerosi centri universitari britannici, ha sviluppato una tecnologia capace di ottenere veri globuli rossi a partire da cellule staminali ematopoietiche (5).

A differenza delle HbV non è un sostituto temporaneo, sono eritrociti a tutti gli effetti, ottenuti riproducendo in laboratorio il processo che avviene ogni giorno nel midollo osseo, fatti differenziare fino a maturare in globuli rossi funzionali potenzialmente capaci di sopravvivere in circolo come quelli da donazione. Mentre il progetto giapponese trasporta ossigeno nelle prime fasi di un'emorragia, quello britannico guarda ai pazienti con trasfusioni ripetute nel tempo.

Il problema dell'alloimmunizzazione nei pazienti cronici

Chi lavora in medicina trasfusionale conosce bene una delle complicanze più impegnative delle trasfusioni croniche: l'alloimmunizzazione. Ogni trasfusione espone il sistema immunitario del ricevente agli antigeni del donatore. Nei pazienti sottoposti a numerose trasfusioni possono svilupparsi anticorpi contro diversi antigeni eritrocitari, come accade in molte persone con β-talassemia, anemia falciforme o sindromi mielodisplastiche.

Quando un paziente sviluppa alloanticorpi multipli, trovare una sacca compatibile può diventare molto difficile, con ricerca di unità rare attraverso reti nazionali o internazionali e inevitabili ritardi terapeutici. È proprio per questi pazienti che la ricerca britannica potrebbe rappresentare una svolta.

Grazie a tecniche di editing genomico come CRISPR, si esplora la possibilità di ottenere emazie con profilo antigenico più controllato, riducendo l'espressione di antigeni eritrocitari rilevanti (6): non un "sangue universale", ma cellule che riducano il rischio di alloimmunizzazione nei pazienti più complessi.

I costi di produzione sono elevati

Se dal punto di vista scientifico i risultati sono promettenti, dal punto di vista economico la strada è ancora lunga: entrambe le tecnologie richiedono processi produttivi sofisticati e costosi.

Per le HbV il costo resta elevato, ma potrebbe essere giustificato in situazioni altamente selezionate come trauma maggiore, medicina militare o maxi-emergenze.

Per le emazie coltivate la distanza dall'applicazione clinica su larga scala è ancora maggiore: produrre pochi millilitri di globuli rossi richiede settimane di lavoro e investimenti che raggiungono decine di migliaia di sterline. Come spesso accade nella ricerca biomedica, però, i costi iniziali sono solo una fotografia del presente.

Due ricerche complementari, non tecnologie in competizione

Presentare questi due studi come tecnologie concorrenti sarebbe un errore: le HbV potrebbero trovare impiego nelle emergenze, per garantire rapidamente il trasporto di ossigeno in attesa di una trasfusione convenzionale; le emazie coltivate guardano invece ai pazienti politrasfusi, dove il problema principale non è la disponibilità immediata del sangue, ma la difficoltà crescente nel reperire unità compatibili.

Sono quindi due strategie complementari, accomunate da un unico obiettivo: ampliare le possibilità terapeutiche della medicina trasfusionale.

Il futuro della trasfusione parte sempre da un donatore

Leggendo di sangue artificiale e globuli rossi coltivati è facile immaginare uno scenario in cui la donazione diventi superflua. La realtà è diversa: nessuna di queste tecnologie è oggi in grado di sostituire il sangue donato, e non lo sarà ancora per molti anni.

La ricerca non punta a eliminare la donazione, ma ad affiancarla, offrendo nuove soluzioni dove il sangue umano ha inevitabili limiti. È questo il messaggio più importante: il futuro della medicina trasfusionale non sarà costruito scegliendo tra donazione e innovazione, ma integrando entrambe. Da una parte il gesto generoso di milioni di donatori, ancora oggi insostituibile; dall'altra, la ricerca pronta a offrire nuove risposte per emergenze, trapianti e pazienti più complessi.