Quando la solitudine diventa un problema di salute

Scritto il 10/08/2026
da Chiara Sideri

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa una persona su sei nel mondo riferisce di sentirsi sola.[2] In Italia, i dati PASSI d’Argento 2023-2024 indicano che il 14% delle persone di 65 anni e più vive in una condizione di isolamento sociale, definita dall’assenza di contatti abituali e di partecipazione ad attività sociali.[3] Solitudine e isolamento sociale non sono sinonimi, ma entrambi sono associati a esiti di salute meno favorevoli e possono rendere più complessa la gestione di una malattia.[2,4,5] Per infermiere e infermieri, riconoscere la vulnerabilità relazionale significa anche valutare se la persona disponga di una rete realmente adeguata a sostenere il proprio percorso di cura.[1] Per molto tempo la solitudine è stata considerata un’esperienza privata, appartenente soprattutto alla sfera psicologica o sociale. Negli ultimi anni, però, l’aumento delle evidenze epidemiologiche ha progressivamente modificato questa prospettiva. La possibilità di costruire e mantenere relazioni significative può influenzare il benessere psicologico, gli stili di vita, la capacità di chiedere aiuto e la gestione delle condizioni croniche. Per questa ragione l’Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto la connessione sociale come una componente rilevante della salute e ha richiamato governi, servizi e comunità a contrastare la solitudine e l’isolamento sociale.[2] Il tema riguarda direttamente anche l’assistenza. Un recente contributo pubblicato su Assistenza Infermieristica e Ricerca sottolinea come la vulnerabilità relazionale possa emergere in ospedale, al domicilio, nelle strutture residenziali e nei percorsi territoriali, assumendo una rilevanza non soltanto sociale, ma anche clinica, assistenziale ed etica.[1]

Solitudine e isolamento sociale

solitudine

La solitudine è un’esperienza soggettiva e fonte di disagio, che emerge quando una persona percepisce una distanza tra le relazioni che possiede e quelle che desidererebbe o di cui avrebbe bisogno. Non dipende soltanto dal numero dei contatti, ma anche dalla qualità delle relazioni, dal sostegno ricevuto e dalla possibilità di sentirsi parte di una rete significativa.[1,2]

L’isolamento sociale descrive invece una condizione prevalentemente oggettiva, caratterizzata dalla presenza di pochi ruoli, relazioni o interazioni con altre persone. Solitudine e isolamento sociale possono sovrapporsi, ma non sono necessariamente presenti nello stesso momento.[1,2]

Anche il vivere soli rappresenta una condizione differente. Una persona può abitare da sola, mantenere relazioni soddisfacenti e non sentirsi sola o socialmente isolata. Al contrario, può sperimentare solitudine pur vivendo in famiglia, lavorando o frequentando quotidianamente altre persone.[1,2]

La distinzione è rilevante anche sul piano assistenziale. Aumentare semplicemente il numero dei contatti potrebbe non essere sufficiente quando le relazioni sono conflittuali, insoddisfacenti o non rispondono ai bisogni della persona. L’OMS considera infatti la connessione sociale un fenomeno multidimensionale, che comprende la struttura delle reti, il sostegno scambiato e la qualità positiva o negativa delle interazioni.[2]

Non ogni esperienza di solitudine deve però essere considerata patologica. L’attenzione sanitaria diventa particolarmente importante quando la disconnessione è involontaria, persistente, fonte di sofferenza o associata a difficoltà nell’autocura, nella gestione della malattia e nella vita quotidiana.[1,2]

Effetti della solitudine sulla salute

Solitudine e isolamento sociale sono stati associati a depressione, ansia, disturbi del sonno, malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, declino cognitivo e maggiore mortalità.[2]

La maggior parte delle conoscenze disponibili deriva tuttavia da studi osservazionali. È quindi necessario distinguere con attenzione l’associazione epidemiologica dalla causalità.

Una condizione di salute può favorire il ritiro sociale e, nello stesso tempo, una rete relazionale debole può rendere più difficile mantenere comportamenti favorevoli alla salute. Età, povertà, disabilità, depressione e malattie croniche possono inoltre influenzare sia le relazioni sociali sia gli esiti clinici.

Isolamento sociale, solitudine e mortalità

Una metanalisi pubblicata su Nature Human Behaviour ha incluso 90 studi prospettici e complessivamente oltre 2,2 milioni di persone adulte.[4]

Nella popolazione generale, l’isolamento sociale era associato a un rischio relativo di mortalità per tutte le cause maggiore del 32%, mentre per la solitudine percepita l’incremento relativo era del 14%. L’isolamento sociale risultava inoltre associato alla mortalità cardiovascolare e, insieme alla solitudine, alla mortalità oncologica.[4]

I risultati non dimostrano che la disconnessione sociale provochi direttamente il decesso. Indicano piuttosto che isolamento e solitudine rappresentano indicatori di vulnerabilità associati a esiti meno favorevoli, anche dopo la considerazione di numerosi fattori confondenti.

L’OMS stima inoltre che, tra il 2014 e il 2019, la solitudine sia stata associata a circa 871.000 decessi ogni anno nel mondo.[2] Si tratta di una stima riferita alla popolazione e non della possibilità di identificare la solitudine come causa unica di morte nella singola persona.

Solitudine e rischio di demenza

Una metanalisi del 2024 ha riunito 21 campioni longitudinali, comprendenti complessivamente 608.561 partecipanti. La solitudine era associata a un aumento di circa il 31% del rischio di demenza per tutte le cause.[5]

Le associazioni rimanevano presenti anche nelle analisi che consideravano depressione, isolamento sociale e altri fattori modificabili. Gli studi inclusi presentavano però una rilevante eterogeneità, dovuta alle differenti modalità di misurazione della solitudine e di accertamento del deterioramento cognitivo.[5]

Anche in questo caso la relazione può essere bidirezionale. I primi cambiamenti cognitivi possono ridurre la capacità di mantenere attività e relazioni; allo stesso tempo, la disconnessione può associarsi a minore stimolazione cognitiva, depressione, sedentarietà e gestione meno efficace dei fattori di rischio.

Ruolo infermieristico nella solitudine e nell’isolamento sociale

Infermiere e infermieri incontrano le persone nei diversi contesti nei quali la vulnerabilità relazionale può emergere: reparti ospedalieri, domicilio, ambulatori, Case della Comunità, strutture residenziali, servizi di salute mentale e percorsi dedicati alla cronicità. La prossimità assistenziale e la continuità del contatto possono favorire l’identificazione di condizioni che non vengono riferite spontaneamente, come la perdita dei legami significativi, l’assenza di un sostegno concreto o la difficoltà di chiedere aiuto.[1,2]

Riconoscere questi elementi non significa trasformare automaticamente la solitudine in una condizione patologica né attribuire alla professione infermieristica responsabilità proprie dei servizi sociali. L’obiettivo è comprendere se la rete disponibile sia adeguata rispetto ai bisogni clinici e assistenziali della persona e se il piano di cura possa essere concretamente seguito nel contesto di vita quotidiano.[1,2]

Cosa valutare nella presa in carico infermieristica

Dimensione da esplorareDomanda assistenzialePossibile rilevanza
Supporto disponibileSu chi può contare la persona in caso di necessità?Sicurezza della dimissione e gestione di eventuali peggioramenti
Qualità delle relazioniLa persona si sente ascoltata, riconosciuta e sostenuta?Possibile solitudine anche in presenza di una rete apparentemente ampia
Cambiamenti recentiSono avvenuti lutti, trasferimenti o perdite di autonomia?Indebolimento o interruzione delle relazioni precedenti
AccessibilitàEsistono barriere motorie, sensoriali, economiche, linguistiche o digitali?Difficoltà nell’accesso ai servizi e nella partecipazione sociale
Gestione della curaLa persona riesce a gestire farmaci, alimentazione, dispositivi e appuntamenti?Sostenibilità effettiva del piano assistenziale
CaregivingChi presta assistenza dispone di sostegno e possibilità di sostituzione?Possibile sovraccarico e progressivo isolamento della persona caregiver

La tabella costituisce un’elaborazione redazionale basata sulle dimensioni assistenziali richiamate dalla letteratura e non rappresenta uno strumento validato per la misurazione della solitudine.[1,2]

Chiedere semplicemente “con chi vive?” permette di conoscere la composizione del nucleo abitativo, ma non chiarisce necessariamente se esista una rete realmente disponibile. Una domanda come “su chi può contare quando sta male?” può aiutare a esplorare la funzionalità del supporto e la sua adeguatezza rispetto ai bisogni della persona.[1,2]

Quando emerge una vulnerabilità significativa, l’informazione dovrebbe essere documentata e considerata nei passaggi di cura, nel rispetto del consenso, delle preferenze e della riservatezza della persona. A seconda dei bisogni, la risposta può richiedere il coinvolgimento della medicina generale, dell’assistenza domiciliare, dei servizi sociali, della psicologia e delle risorse associative o comunitarie.[1,2]

Perché non tutta la solitudine deve essere medicalizzata

Riconoscere la rilevanza sanitaria della solitudine non significa trasformare ogni esperienza di ritiro, distanza o ricerca di tranquillità in una malattia. Esistono periodi di solitudine temporanea o desiderata che non comportano necessariamente sofferenza e non richiedono un intervento sanitario.[1,2]

L’attenzione diventa più rilevante quando la condizione è persistente, involontaria, fonte di disagio o associata a difficoltà nell’autonomia, nell’autocura e nella partecipazione alla vita quotidiana.[1,2]

Deve essere evitata anche la tendenza ad attribuire alla persona la responsabilità esclusiva della propria disconnessione. Povertà, precarietà abitativa, disabilità, discriminazione, carenza di trasporti, barriere architettoniche e assenza di servizi di prossimità possono limitare concretamente la possibilità di costruire e mantenere relazioni.[2,8]

La relazione assistenziale non può sostituire una rete sociale né compensare da sola la frammentazione dei servizi. Può però rappresentare il punto dal quale una condizione invisibile viene riconosciuta, approfondita e inserita in una presa in carico più realistica.[1,2]

Solitudine e isolamento sociale sono fenomeni distinti e non determinano automaticamente una malattia. Le evidenze mostrano tuttavia che possono associarsi a esiti di salute meno favorevoli e rendere più difficile la gestione di una condizione clinica, soprattutto quando si accompagnano a fragilità, disabilità, difficoltà economiche o perdita dell’autonomia.[1,2]

Per il Servizio sanitario significa ampliare la valutazione oltre la singola patologia, considerando che la possibilità di curarsi dipende anche dalla presenza di relazioni, supporti concreti e servizi accessibili.[1,2]