Musica in sala operatoria: tra benessere del team e sicurezza dell’assistenza

Scritto il 15/07/2026
da Chiara Sideri

La musica in sala operatoria è una presenza frequente, spesso percepita come un sottofondo capace di rendere il clima più disteso e favorire la concentrazione. Ma in un ambiente ad alta complessità tecnica, comunicativa e decisionale, anche il suono non è mai neutro. Può contribuire al benessere soggettivo dell’équipe, ma può anche interferire con comunicazioni, allarmi e fasi critiche dell’assistenza. Uno studio italiano pubblicato su Nursing Reports ha valutato se l’ascolto musicale durante le fasi intraoperatorie fosse associato a minori livelli di ansia e stress nel team chirurgico. La ricerca, condotta in tre ospedali del Nord Italia, ha coinvolto chirurghi e chirurghe, anestesisti e anestesiste, personale infermieristico e studenti e studentesse di infermieristica [1]. Il risultato impone prudenza: la musica non ha ridotto in modo statisticamente significativo l’ansia, né ha dimostrato da sola un effetto strutturale sullo stress. Lo studio suggerisce piuttosto un possibile contributo al benessere soggettivo, soprattutto quando la musica si inserisce in un contesto organizzativo favorevole, con personale soddisfatto e motivato [1].

Una pratica diffusa, ma non neutra

musica sala operatoria

La sala operatoria è uno dei setting più complessi dell’assistenza sanitaria. Ogni intervento richiede competenze tecniche avanzate, coordinamento dell’équipe, comunicazione rapida, vigilanza continua e capacità di prendere decisioni sotto pressione. In questo contesto, lo stress del personale non riguarda solo il benessere individuale, ma può riflettersi sulla qualità del lavoro multiprofessionale e sulla sicurezza della persona assistita.

La letteratura sul tema non è univoca. Una scoping review dedicata alla musica di sottofondo e allo stress intraoperatorio del chirurgo o della chirurga ha evidenziato che la percezione della musica è spesso positiva, ma che i dati oggettivi, fisiologici e psicologici, sono ancora limitati e disomogenei [2]. Anche un trial pilota randomizzato crossover, lo studio MOSART, ha confermato la necessità di cautela: la musica scelta dal chirurgo o dalla chirurga è risultata praticabile in sala operatoria, ma non ha mostrato differenze significative rispetto all’assenza di musica sugli esiti psicologici o fisiologici misurati [3].

Il punto, quindi, non è stabilire se la musica sia “utile” o “dannosa” in assoluto. La domanda più corretta è: in quali condizioni può essere compatibile con sicurezza, comunicazione e benessere del team?

Lo studio italiano

Lo studio di Rubbi e colleghi è stato condotto da febbraio a settembre 2023 in tre ospedali appartenenti a una stessa azienda sanitaria del Nord Italia. Gli autori lo definiscono uno studio osservazionale prospettico con disegno cross-sectional, basato su un campione non probabilistico e su partecipazione volontaria [1].

AspettoDato riportato nello studio
DisegnoStudio osservazionale prospettico, cross-sectional
SettingTre ospedali del Nord Italia
PeriodoFebbraio-settembre 2023
Campione122 partecipanti
Gruppo con musica81 partecipanti, pari al 66,4%
Gruppo senza musica41 partecipanti, pari al 33,6%
Interventi esclusiChirurgia in urgenza
StrumentiZung Anxiety Self-Assessment Scale e PANAS-SF

Il campione comprendeva 36 chirurghi e chirurghe, 14 medici anestesisti e anestesiste, 27 componenti del personale infermieristico strumentista, 14 del personale infermieristico di anestesia, 16 componenti del personale infermieristico di sala/area operatoria e 15 studenti e studentesse di infermieristica. Le donne erano il 56,6% del campione, gli uomini il 43,4% [1].

Tra il personale infermieristico, l’82,5% aveva scelto volontariamente di lavorare in sala operatoria, mentre il 17,5% vi era stato assegnato d’ufficio. Questo dato diventa particolarmente importante nella lettura dei risultati, perché il benessere percepito non sembra dipendere solo dalla presenza della musica, ma anche dalla qualità dell’organizzazione e dalla motivazione a lavorare in quel setting [1].

Disegno, campione e setting

La suddivisione tra gruppo con musica e gruppo senza musica non è stata randomizzata, ma dipendeva dai modelli organizzativi già presenti nelle diverse sale operatorie. Questo significa che lo studio osserva una pratica reale, ma non consente di attribuire alla musica un effetto causale diretto.

Il gruppo esposto alla musica era più numeroso del gruppo non esposto. Inoltre, la composizione dei profili professionali non era perfettamente sovrapponibile tra i due gruppi. Questo aspetto va considerato nella lettura dei dati, perché può influenzare la percezione del clima di lavoro e degli stati emotivi rilevati [1].

Come veniva gestita la musica in sala

Nel gruppo esposto, la musica veniva diffusa dalle 9:30 fino alla conclusione della procedura chirurgica, ma non durante la fase di induzione anestesiologica, cioè durante l’addormentamento della persona assistita. La selezione musicale era costituita per l’80% da musica leggera italiana e per il 20% da musica leggera internazionale. La gestione era affidata al personale infermieristico di sala, con volume mantenuto sotto i 60 dB, per non ostacolare la comunicazione tra professionisti e professioniste [1].

Durante alcune fasi della procedura, ad esempio la sutura, il chirurgo o la chirurga poteva esprimere una preferenza musicale o richiedere brani più ritmati. Questo dettaglio è rilevante: lo studio non valuta una musica standardizzata, uguale per tutte le équipe, ma una pratica quotidiana di sala operatoria, influenzata da preferenze, abitudini e organizzazione locale [1].

I risultati

Per valutare l’ansia, gli autori hanno utilizzato la Zung Anxiety Self-Assessment Scale, uno strumento validato per la misurazione dell’ansia soggettiva. Per indagare gli stati affettivi positivi e negativi, correlati al vissuto emotivo e allo stress, è stata utilizzata la Positive and Negative Affect Schedule – PANAS-SF [1].

I questionari sono stati compilati al termine delle procedure chirurgiche, in forma anonima. Gli interventi chirurgici in urgenza sono stati esclusi dallo studio [1].

Ansia: valori nella norma e differenze non significative

In entrambi i gruppi, i valori della scala SAS sono rimasti complessivamente nel range di normalità. Il gruppo esposto alla musica ha mostrato un indice di ansia lievemente più basso rispetto al gruppo senza musica, ma la differenza non è risultata statisticamente significativa [1].

Questo è uno dei passaggi più importanti da riportare con precisione: non è corretto affermare che la musica riduca l’ansia del team chirurgico. È più accurato dire che, in questo campione, non sono emerse differenze significative nei livelli di ansia tra chi lavorava con musica e chi lavorava senza musica [1].

Benessere soggettivo: un segnale favorevole, ma non conclusivo

Il dato più interessante riguarda la componente positiva della PANAS-SF. Nel gruppo con musica, il punteggio medio dell’affettività positiva era lievemente più alto rispetto al gruppo senza musica. Tuttavia, anche questa differenza non era statisticamente significativa [1].

Esito valutatoGruppo con musicaGruppo senza musicapLettura prudente
Indice di ansia SAS37,6 ± 6,7438,4 ± 7,460,525Nessuna differenza significativa
Affettività positiva PANAS-SF34,2 ± 6,1432,9 ± 8,380,343Lieve aumento, non significativo
Affettività negativa PANAS-SF15,4 ± 5,5814,3 ± 4,940,292Nessuna riduzione significativa

Il dato suggerisce che la musica possa essere associata a una percezione leggermente più positiva dell’ambiente di lavoro, ma non consente di concludere che abbia un effetto certo, autonomo e generalizzabile sul benessere del team [1].

Affettività negativa: perché non si può parlare di riduzione dello stress

La componente negativa della PANAS-SF richiede particolare attenzione. Nel confronto complessivo tra i gruppi, il punteggio medio dell’affettività negativa non è risultato più basso nel gruppo con musica. Al contrario, era lievemente più alto nel gruppo esposto alla musica, pur restando sotto il valore medio di riferimento e senza significatività statistica [1].

Per questo motivo, è preferibile evitare formule come “la musica riduce lo stress in sala operatoria”. La formulazione più corretta è: la musica può contribuire alla percezione positiva dell’ambiente, ma non basta da sola a ridurre ansia e stress in modo dimostrabile [1].

Cosa significa per il team chirurgico

Per il personale infermieristico di sala operatoria, lo studio offre una lettura utile ma non prescrittiva. La gestione dell’ambiente intraoperatorio comprende anche il controllo del rumore, la tutela della comunicazione, l’attenzione alle fasi critiche e la promozione di un clima di lavoro sostenibile.

La musica può favorire una percezione più positiva del setting, ma il suo uso deve essere condiviso, regolato e subordinato alla sicurezza clinica. Non è un semplice elemento di comfort, ma una variabile ambientale da integrare nella cultura della sicurezza.

Nella pratica, questo significa che la musica dovrebbe essere utilizzata solo quando non interferisce con il lavoro dell’équipe, con la vigilanza anestesiologica, con la comunicazione tra professionisti e professioniste e con la percezione degli allarmi. La scelta non dovrebbe essere imposta da una sola componente del team, ma modulata in base alla procedura, alla fase chirurgica e alle necessità assistenziali.

La riflessione più importante resta però organizzativa: se il personale assegnato d’ufficio riporta più affettività negativa, il tema centrale diventa la costruzione di condizioni di lavoro più coerenti, motivate e partecipate. Il benessere in sala operatoria non nasce dalla playlist, ma da un’organizzazione che funziona.

I limiti dello studio

Gli autori segnalano alcuni limiti metodologici. Il campione è relativamente contenuto e proviene da tre ospedali appartenenti a una stessa azienda sanitaria del Nord Italia. La partecipazione volontaria può aver introdotto un bias di selezione, perché chi sceglie di aderire a uno studio può avere percezioni, motivazioni o livelli di soddisfazione diversi rispetto a chi non partecipa [1].

Un ulteriore elemento di cautela riguarda la suddivisione tra gruppo con musica e gruppo senza musica: non è stata randomizzata, ma dipendeva dai modelli organizzativi già presenti nelle sale operatorie. Inoltre, la musica non era standardizzata: genere musicale, preferenze e gestione del sottofondo riflettevano una pratica reale, non un intervento sperimentale uniforme.

Per questi motivi, lo studio osserva un’associazione in un contesto reale, ma non dimostra che la musica, da sola, produca un effetto certo su ansia e stress [1].

La musica in sala operatoria può avere un modesto effetto favorevole sul benessere soggettivo del team, soprattutto quando è inserita in un ambiente di lavoro positivo, motivante e ben organizzato. Non emerge, invece, una riduzione statisticamente significativa dell’ansia, né un effetto sufficiente per considerare la musica un intervento autonomo di gestione dello stress [1].

Per le aziende sanitarie, il punto non è autorizzare o vietare la musica in modo rigido, ma definire condizioni di utilizzo coerenti con sicurezza, comunicazione e qualità dell’assistenza. Volume, timing, fase chirurgica, consenso dell’équipe e possibilità di interrompere il sottofondo sono elementi essenziali.