Salute mentale giovanile, il peggioramento precede il Covid

Scritto il 30/04/2026
da Redazione

Il nuovo rapporto OCSE sulla salute mentale di bambini, adolescenti e giovani sotto i 25 anni fotografa un peggioramento diffuso e non riconducibile a una sola causa. In 9 Paesi su 11 con serie storiche disponibili tra 2012 e 2022, gli indicatori di salute mentale giovanile sono peggiorati in media del 3-16% l’anno. Ragazze, adolescenti più grandi e giovani in condizioni socioeconomiche fragili risultano tra i gruppi più esposti. Ma il messaggio più rilevante è un altro: la crisi non nasce con la pandemia e non si risolve solo aumentando i servizi specialistici. Serve una risposta precoce, accessibile, territoriale, scolastica e comunitaria.

La salute mentale dei giovani peggiora da oltre un decennio

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salute mentale giovanile

La salute mentale dei giovani è diventata una delle grandi questioni di sanità pubblica nei Paesi OCSE. Il rapporto Child, Adolescent and Youth Mental Health in the 21st Century analizza bambini, adolescenti e giovani sotto i 25 anni, mettendo insieme dati internazionali, serie nazionali, letteratura scientifica e interviste a esperti clinici e decisori politici. Il quadro che emerge è coerente: aumentano sintomi d’ansia, depressione, distress psicologico e percezione di scarso benessere mentale.

Il dato più forte riguarda le serie storiche. Nei Paesi per cui erano disponibili dati comparabili tra il 2012 e il 2022, 9 su 11 mostrano un declino medio annuo degli indicatori di salute mentale giovanile compreso tra il 3% e il 16%. Solo Giappone e Corea mostrano piccoli miglioramenti. È una precisazione importante: il rapporto non afferma che tutti i Paesi OCSE hanno avuto lo stesso andamento né che i dati siano perfettamente confrontabili tra sistemi diversi, ma documenta una tendenza al peggioramento nella maggior parte dei contesti in cui il monitoraggio è possibile.

L’OCSE sottolinea anche un limite strutturale: meno di un terzo dei Paesi OCSE raccoglie regolarmente dati nazionali rappresentativi e in serie temporale sulla salute mentale dei giovani. Questo significa che il problema è probabilmente più visibile dove si misura meglio, ma anche che molti sistemi sanitari e sociali stanno provando a governare una crisi senza disporre di strumenti informativi sufficientemente solidi.

La pandemia ha aggravato una crisi già aperta

Uno degli aspetti più rilevanti del rapporto è la collocazione temporale del peggioramento. La pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto importante sulla salute mentale dei giovani, ma non rappresenta l’origine del fenomeno. Secondo l’OCSE, il declino era già evidente dalla metà degli anni 2010 e, in diversi Paesi, l’aumento del distress mentale precedeva la crisi pandemica.

Durante il periodo 2020-2021, la salute mentale dei giovani è peggiorata in modo significativo. Il rapporto richiama evidenze provenienti da diversi Paesi, tra cui anche l’Italia, che indicano un peggioramento rispetto ai livelli pre-pandemici. Tuttavia, alcuni dati disponibili per il 2023-2024 suggeriscono possibili segnali di stabilizzazione o parziale recupero, ma l’OCSE invita alla cautela: non è ancora chiaro se si tratti di un miglioramento duraturo o di un ritorno a livelli di disagio già elevati prima della pandemia.

Questo passaggio è decisivo anche sul piano comunicativo. Ridurre tutto al Covid rischia di oscurare una trasformazione più profonda, che riguarda l’ambiente in cui crescono bambini e adolescenti: pressione scolastica, precarietà percepita, disuguaglianze, fragilità familiari, iperconnessione, disturbi del sonno, bullismo, cyberbullismo, esposizione continua a crisi globali e percezione di un futuro meno controllabile.

Il peso del disagio cresce con l’età e colpisce di più le ragazze

Il rapporto segnala che il peggioramento non colpisce tutti allo stesso modo. Le ragazze, le giovani donne e gli adolescenti nella fascia medio-tarda dell’adolescenza presentano indicatori peggiori rispetto ai coetanei maschi e ai bambini più piccoli. Nel 2022, il 68% delle ragazze di 15 anni ha riferito sintomi multipli di malessere, contro il 36% dei ragazzi della stessa età.

Anche il dato sul sentirsi “giù” più di una volta alla settimana mostra un aumento marcato. Tra le quindicenni, la percentuale è passata dal 28,6% del 2014 al 45,4% del 2022. Tra i ragazzi di 15 anni, l’aumento è stato dal 12,1% al 19,4%. L’incremento riguarda entrambi i sessi, ma il livello assoluto resta molto più alto tra le ragazze.

L’autolesionismo è un altro segnale da leggere con attenzione. Nei 13 Paesi in grado di fornire dati, i ricoveri per autolesionismo tra le ragazze di 0-17 anni sono aumentati del 29% tra 2015 e 2023. Al contrario, secondo gli ultimi dati disponibili richiamati dall’OCSE, i tassi di suicidio giovanile sono rimasti relativamente stabili nella maggior parte dei Paesi. La distinzione è fondamentale: aumento dei ricoveri per autolesionismo non significa automaticamente aumento dei suicidi, ma indica comunque una sofferenza clinicamente rilevante che intercetta servizi, famiglie, scuole e pronto soccorso.

Non esiste una sola causa del disagio

Il rapporto OCSE è netto su un punto: non esiste un unico fattore in grado di spiegare il declino della salute mentale giovanile. La crisi va letta come il risultato di pressioni multiple che si accumulano e interagiscono tra loro. Digitalizzazione, social media, instabilità globale, difficoltà economiche, disuguaglianze, pressione scolastica, bullismo e cyberbullismo non agiscono in modo isolato, ma costruiscono un ambiente di vulnerabilità crescente.

Questa lettura è importante perché impedisce risposte semplicistiche. Non basta vietare i telefoni a scuola, né basta aprire più ambulatori specialistici, né è sufficiente attribuire il disagio a una maggiore “fragilità” generazionale. L’OCSE invita a osservare il contesto complessivo: dove mancano sicurezza economica, legami sociali, adulti di riferimento, spazi di ascolto e percorsi precoci di supporto, il rischio di disagio aumenta.

Digitale e social media

Il digitale occupa una parte centrale del rapporto, ma viene trattato con cautela. L’OCSE segnala che l’uso dei dispositivi digitali, soprattutto nelle ore serali o notturne, è associato a una peggiore qualità del sonno. E il sonno, a sua volta, è un determinante importante della regolazione emotiva, dell’umore, dell’attenzione e del benessere mentale.

Le evidenze sul rapporto tra social media e salute mentale sono invece più complesse. Alcuni studi collegano un uso intenso dei social a sintomi depressivi, ansia sociale, bassa autostima, insoddisfazione corporea e autolesionismo, soprattutto tra le ragazze. Tuttavia, il rapporto sottolinea che gli effetti sono spesso piccoli, non sempre coerenti e difficili da interpretare in termini causali. In altre parole, il dato non autorizza conclusioni automatiche del tipo “i social causano depressione”, ma indica che modalità, tempi, contenuti, vulnerabilità individuali e contesto familiare o sociale possono fare la differenza.

L’OCSE riconosce anche possibili effetti positivi dell’ambiente digitale: connessione sociale, appartenenza, accesso a comunità di supporto, ricerca di informazioni e peer support. Per questo, le politiche di regolazione digitale, come divieti dei telefoni a scuola o limiti di età per l’accesso ai social, dovrebbero essere valutate non solo in termini di rendimento scolastico o disciplina, ma anche di impatto sulla salute mentale e di possibili effetti collaterali, inclusa la riduzione dell’accesso a reti di supporto online.

Disuguaglianze, povertà e pressione scolastica

Accanto ai fattori digitali, l’OCSE richiama determinanti più tradizionali ma ancora decisivi. Lo svantaggio socioeconomico resta un fattore di rischio potente: bambini e adolescenti che crescono in povertà, insicurezza abitativa, difficoltà alimentari o stress finanziario familiare hanno un rischio maggiore di depressione, ansia e problemi comportamentali. Con l’adolescenza, anche la percezione soggettiva di deprivazione e stress economico diventa un predittore rilevante di disagio.

La scuola è un altro snodo. Nel 2021/2022, il 63% delle ragazze di 15 anni e il 43% dei ragazzi della stessa età dichiaravano di sentirsi sotto pressione per il lavoro scolastico, in aumento rispetto al 2018. I dati PISA 2022 riportano inoltre che il 65% degli studenti nei Paesi OCSE teme di prendere brutti voti e il 55% prova ansia all’idea di fallire. Non è solo la quantità di verifiche a contare: clima scolastico, relazioni con gli insegnanti, aspettative familiari e presenza o assenza di supporti socio-emotivi modulano in modo rilevante l’impatto dello stress.

La salute mentale dei giovani richiede prossimità

Il rapporto non propone una medicalizzazione generalizzata del disagio giovanile. Al contrario, gli esperti intervistati indicano come priorità servizi a bassa soglia, facilmente accessibili, non stigmatizzanti, olistici e con una componente di supporto tra pari. Il modello non è soltanto quello della presa in carico specialistica quando il problema è già grave, ma quello di una rete capace di intercettare precocemente il disagio prima che diventi crisi.

L’OCSE cita come esperienze promettenti gli headspace centres australiani e i centri @ease nei Paesi Bassi: servizi comunitari, accessibili, orientati ai giovani e capaci di integrare ascolto, orientamento, supporto psicologico e peer support. Il punto non è importare automaticamente modelli da altri Paesi, ma riconoscere una direzione: la salute mentale dei giovani non può essere affidata solo ai servizi specialistici, soprattutto se l’accesso avviene tardi, quando la sofferenza è già strutturata.

Per i sistemi sanitari, questo significa spostare il baricentro su prevenzione, alfabetizzazione alla salute mentale, scuola, territorio, famiglie, pediatria, cure primarie, consultori, neuropsichiatria infantile, servizi sociali e comunità educante. Per gli operatori sanitari, infermieri compresi, significa riconoscere il disagio psicologico come parte sempre più frequente dei percorsi assistenziali, anche quando l’accesso avviene per sintomi somatici, disturbi del sonno, alimentazione, dolore, accessi ripetuti, ritiro sociale o comportamenti autolesivi.

La crisi è reale, ma non può essere trattata come un’emergenza episodica. È un fenomeno lungo, stratificato, precedente al Covid, aggravato dalla pandemia e alimentato da fattori che attraversano la vita quotidiana dei giovani. Per questo, servono risposte altrettanto strutturali: dati migliori, interventi precoci, servizi accessibili, sostegno alle famiglie, ambienti scolastici più protettivi, educazione socio-emotiva, riduzione delle disuguaglianze e politiche digitali valutate con rigore.