Il gender pain gap in Europa: quando il dolore ha anche una dimensione di genere

Scritto il 23/02/2026
da Chiara Sideri

Le donne in Europa riferiscono dolore più frequentemente degli uomini, con differenze significative in 19 Paesi analizzati. Il cosiddetto gender pain gap, documentato da uno studio pubblicato sul Scandinavian Journal of Public Health, evidenzia un divario epidemiologico che non può essere ridotto a una semplice variabile biologica. Comprenderne le cause e le implicazioni significa ripensare valutazione clinica, presa in carico e modelli assistenziali in chiave più equa e personalizzata.

Un fenomeno spesso invisibile

gender pain gap

Il gender pain gap evidenzia un divario epidemiologico che non può essere ridotto a una semplice variabile biologica.

Il dolore cronico rappresenta oggi una delle sfide più complesse della sanità pubblica globale. Non si tratta soltanto di una condizione clinica individuale, ma di un fenomeno con ricadute sociali, economiche e assistenziali rilevanti.

Negli ultimi anni, la letteratura internazionale ha iniziato a interrogarsi con maggiore attenzione su una questione cruciale: il dolore non è distribuito in modo uniforme nella popolazione e il genere rappresenta una variabile determinante.

Uno studio pan-europeo pubblicato sul Scandinavian Journal of Public Health ha analizzato le disuguaglianze di genere nella percezione e nella prevalenza del dolore in 19 Paesi europei, evidenziando l’esistenza di un vero e proprio “gender pain gap”, ovvero un divario sistematico tra uomini e donne nella frequenza con cui il dolore viene riportato.

Il dato non è marginale: comprenderlo significa ripensare strategie preventive, approcci terapeutici e modelli assistenziali in chiave più equa e personalizzata.

Un’Europa non uniforme

Uno degli elementi più interessanti emersi dallo studio riguarda la forte variabilità geografica.

Il gender pain gap non è identico in tutta Europa:

  • in alcuni Paesi il divario è marcato (ad esempio Slovenia, Repubblica Ceca e Spagna)
  • in altri risulta minimo o non significativo (come Regno Unito, Austria e Danimarca)

Questa eterogeneità suggerisce che, oltre ai fattori biologici, possano intervenire variabili legate a:

  • organizzazione dei sistemi sanitari
  • politiche sociali e di genere
  • accesso alle cure
  • condizioni socioeconomiche

In altre parole, il dolore non è solo un’esperienza fisiologica, ma anche un fenomeno profondamente influenzato dal contesto sociale.

Limiti dello studio

Gli autori evidenziano alcuni limiti metodologici importanti:

  • dati basati su autoriportazione, quindi non verificati clinicamente
  • assenza di informazioni su intensità e tipologia del dolore
  • possibili differenze culturali nella percezione e comunicazione del sintomo
  • campione limitato alla popolazione non istituzionalizzata

Questi aspetti non riducono la rilevanza dei risultati, ma invitano a interpretarli come base per ulteriori ricerche.

Il gender pain gap non è soltanto una differenza statistica: è uno specchio delle modalità con cui la medicina osserva, interpreta e risponde alla sofferenza. Ignorarlo significa rischiare percorsi diagnostici meno accurati, trattamenti non pienamente calibrati e strategie di prevenzione che non intercettano tutti i bisogni reali.

In un sistema sanitario che ambisce alla precisione e alla personalizzazione, il genere non può essere considerato una variabile accessoria, ma una chiave di lettura clinica e organizzativa. Il dolore, del resto, non nasce mai solo dal corpo: riflette interazioni complesse tra biologia, esperienza individuale, contesto sociale e modelli culturali di cura.

La vera sfida, quindi, non è stabilire chi soffre di più, ma comprendere come il sistema sanitario possa riconoscere e gestire il dolore in modo più equo, evitando che differenze prevedibili diventino disuguaglianze assistenziali. Perché migliorare la qualità della cura significa, prima di tutto, imparare a vedere ciò che per troppo tempo è rimasto invisibile.