Il fenomeno dell’impostore non coincide con l’insicurezza
Sindrome impostore infermiere
Non sono ancora abbastanza preparato
. Per un infermiere appena laureato questa frase può avere significati molto diversi. Può indicare la consapevolezza realistica di non possedere ancora esperienza sufficiente per affrontare autonomamente una situazione complessa. Può esprimere l’ansia legata all’ingresso nel mondo del lavoro. Oppure può riflettere una persistente difficoltà a riconoscere come proprie competenze e risultati già acquisiti.
Nella letteratura scientifica viene utilizzata prevalentemente l’espressione impostor phenomenon. Una scoping review dedicata specificamente a studenti e professionisti infermieri ha confermato la presenza del fenomeno in queste popolazioni, sottolineando però la limitata quantità di studi disponibili e la scarsità di ricerche sugli interventi per affrontarlo (1).
Il fenomeno comprende una persistente difficoltà a interiorizzare i propri risultati: il successo può essere attribuito alla fortuna o a circostanze esterne, mentre rimane il timore di essere considerati dagli altri più competenti di quanto ci si percepisca realmente. Non ogni dubbio professionale può quindi essere definito “sindrome dell’impostore”.
In sanità, riconoscere ciò che non si sa fare è anche una componente della sicurezza. Il problema non è avere dubbi sulle proprie competenze. Il dubbio è parte della responsabilità professionale. Il problema nasce quando nessuna evidenza della propria competenza sembra sufficiente per sentirsi legittimati a esercitarla.
Dal tirocinio alla responsabilità professionale infermieristica
Il passaggio da studente a professionista modifica profondamente il rapporto con la responsabilità. Durante il tirocinio l’apprendimento avviene all’interno di un percorso supervisionato. Nel lavoro il giovane infermiere deve progressivamente organizzare le attività, stabilire priorità, riconoscere modificazioni delle condizioni cliniche, comunicare con l’équipe e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Una revisione sistematica qualitativa di 25 studi sulla transizione dei neolaureati ha individuato quattro temi ricorrenti: deficit percepiti di conoscenza, pratica clinica vissuta come travolgente, importanza del supporto nel luogo di lavoro e costruzione del significato dell’“essere infermiere” (2).
Sentirsi insicuri in questa fase non significa quindi necessariamente essere inadeguati. Può significare semplicemente trovarsi nel difficile passaggio tra sapere qualcosa e assumersi la responsabilità professionale di applicarla.
Ansia da prestazione nel passaggio dal tirocinio al lavoro
A questa fase può accompagnarsi l’ansia da prestazione. Uno studio longitudinale condotto su infermieri neolaureati ne ha documentato la presenza durante la transizione professionale, osservandone una significativa diminuzione nell’arco dei sei mesi considerati (3).
Il neoassunto può chiedersi se sarà abbastanza veloce, se riconoscerà tempestivamente un problema, se saprà gestire contemporaneamente più pazienti o se una richiesta di aiuto verrà interpretata dai colleghi come incompetenza. Una quota di questa preoccupazione può accompagnare normalmente l’acquisizione dell’esperienza.
Se il giovane professionista ritiene di dover dimostrare immediatamente completa autonomia, il timore del giudizio può rendere più difficile proprio uno dei comportamenti indispensabili durante l’inserimento: chiedere aiuto quando necessario.
Il transition shock non riguarda soltanto il professionista
Un concetto distinto ma particolarmente utile per comprendere questa fase è quello di transition shock, che descrive le difficoltà associate al passaggio dal ruolo di studente a quello di professionista.
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2026, comprendente 31 studi e 13.210 infermieri neolaureati, ha rilevato complessivamente livelli moderati di transition shock (4). Gli elementi associati non riguardavano esclusivamente caratteristiche individuali, come autoefficacia e resilienza. La revisione ha individuato anche fattori interpersonali e organizzativi, tra cui leadership, supporto sociale, ambiente di lavoro infermieristico e frequenza dei turni notturni (4).
Questo elemento è rilevante perché impedisce di interpretare tutte le difficoltà del neoassunto come un problema esclusivamente individuale.
Impreparazione, ansia e impostore non sono la stessa cosa
Un infermiere appena inserito in terapia intensiva che dichiara di non essere ancora in grado di gestire autonomamente una determinata situazione potrebbe semplicemente effettuare una corretta valutazione delle proprie competenze. Il dubbio, in quel caso, protegge il paziente.
Diversa è la condizione del professionista che, nonostante esperienza, formazione, risultati e feedback positivi, continua a svalutare sistematicamente le proprie capacità e ad attribuire all’esterno i propri successi.
Anche la letteratura sul rapporto tra fenomeno dell’impostore e burnout nei nuovi infermieri invita alla cautela. Una scoping review ha individuato elementi condivisi quali transizioni di ruolo, limitata esperienza clinica, ambiguità del ruolo, stress e socializzazione professionale insufficiente, evidenziando possibili sovrapposizioni senza dimostrare semplici rapporti causali (5).
Non dobbiamo patologizzare la normale insicurezza del professionista inesperto, ma neppure ignorare un persistente sentimento di inadeguatezza quando non corrisponde più alle competenze realmente possedute.
Il ruolo dell’organizzazione nell’inserimento del neoassunto
La domanda diventa allora anche organizzativa. Cosa accade se un neolaureato viene inserito in un contesto nel quale chiedere aiuto viene percepito come debolezza? Se il feedback arriva prevalentemente quando qualcosa non funziona? Se l’autonomia richiesta cresce più rapidamente delle competenze consolidate?
Le revisioni sulla transizione mostrano l’importanza del supporto dei colleghi e di percorsi strutturati di inserimento. Nei contesti ad alta intensità, inoltre, sono stati individuati come rilevanti programmi strutturati, preceptorship e senso di appartenenza al gruppo professionale (6).
L’obiettivo non dovrebbe essere mantenere indefinitamente il neoassunto in una condizione protetta, ma accompagnarlo verso un’autonomia progressiva e verificabile. Dichiarare un limite non è necessariamente una dimostrazione di incompetenza. Può essere una dimostrazione di competenza professionale.
Dalla sicurezza percepita alla competenza realmente posseduta
Esiste infine un rischio opposto: considerare la sicurezza personale come indicatore della competenza. Sentirsi sicuri non significa necessariamente essere competenti, così come sentirsi insicuri non significa necessariamente non esserlo.
Per questo è utile distinguere almeno tre dimensioni: competenza posseduta, competenza percepita e competenza riconosciuta dall’ambiente professionale. L’inserimento dovrebbe aiutare il giovane infermiere ad avvicinare progressivamente queste dimensioni attraverso esperienza, supervisione, feedback e valutazione.
La risposta alla sensazione di inadeguatezza, inoltre, non può essere automaticamente un ulteriore corso. La formazione è necessaria quando esiste una reale lacuna di competenze. Ma se ogni competenza acquisita viene sistematicamente svalutata, accumulare ulteriori certificazioni potrebbe non intervenire sul problema che genera quella percezione.
Riconoscere i limiti senza sentirsi professionisti inadeguati
Non abbiamo bisogno di infermieri senza dubbi. Abbiamo bisogno di professionisti capaci di valutare realisticamente ciò che sanno fare, riconoscere ciò che devono ancora imparare e chiedere supporto quando necessario.
La letteratura disponibile non consente di attribuire il fenomeno dell’impostore all’organizzazione né di considerarlo una conseguenza inevitabile dell’ingresso nella professione infermieristica. Mostra però quanto le transizioni professionali siano influenzate dall’interazione tra caratteristiche individuali, esperienza e ambiente di lavoro.
Forse, allora, alla domanda del giovane infermiere «sono abbastanza preparato?» non dovrebbe rispondere soltanto la sua percezione. Dovrebbero contribuire esperienza osservabile, feedback, supervisione, risultati e progressiva assunzione di responsabilità.
Perché imparare a essere infermieri significa anche imparare a distinguere ciò che ancora non sappiamo fare da ciò che sappiamo fare ma non abbiamo ancora imparato a riconoscerci.

