Telemedicina nei LEA: cosa cambia per infermieri, teleassistenza e il commento di Sergio Pillon

Scritto il 06/10/2026
da Federica Magni

La telemedicina esce dalla fase sperimentale. Il 30 settembre 2026 la Gazzetta Ufficiale (Serie generale n. 227) ha pubblicato gli atti che aggiornano i Livelli essenziali di assistenza (LEA) e chiudono la partita del nomenclatore tariffario (1,2). Sergio Pillon, vicepresidente dell’Associazione italiana Sanità digitale e telemedicina (AiSDeT), ha commentato il passaggio su Agenda Digitale. Per oltre dieci anni, ricorda, chi chiedeva di seguire a distanza un cardiopatico fragile o un anziano diabetico si sentiva rispondere che la prestazione non stava nei LEA e non aveva una tariffa rimborsabile (1).

Come entra la telemedicina nei LEA

lea telemedicina

Il provvedimento non crea “LEA di telemedicina” separati. Secondo la lettura, la telemedicina entra come modalità di erogazione dentro il nomenclatore dell’assistenza specialistica ambulatoriale. Il decreto tariffe del 25 novembre 2024 ne ha sbloccato l’applicazione e i fondi vincolati all’aggiornamento dei LEA la finanziano (1). La cornice tecnica resta quella dell’Accordo Stato-Regioni del 17 dicembre 2020 e delle linee guida del DM 21 settembre 2022, che definiscono prestazioni e requisiti dei servizi (3,4).

Sul piano economico l’Accordo del 2020 equipara la televisita di controllo alla visita in presenza: stessa tariffa, stesso ticket, stesse esenzioni (3). Telemonitoraggio, teleassistenza e teleriabilitazione seguono invece, un modello a canone periodico legato al percorso di presa in carico. La quota remunera la centrale operativa e il team clinico-assistenziale, il triage degli alert e la gestione dei dispositivi (1).

Teleassistenza: l’atto professionale dell’infermiere

Delle quattro prestazioni descritte (televisita, teleconsulto, telemonitoraggio, teleassistenza), la teleassistenza riguarda in modo diretto la professione. L’Accordo del 2020 la affida alle professioni sanitarie: infermiere, fisioterapista, logopedista guidano a distanza l’assistito e il caregiver (3). Pillon colloca tra i protagonisti l’infermiere di famiglia e comunità (IFeC), con attività come l’addestramento all’uso dei presìdi, il supporto alle terapie domiciliari e la gestione delle lesioni (1).

Il teleconsulto non resta un dialogo tra medici. Il modello orientativo di AGENAS, pubblicato a novembre 2025, ammette infermieri, psicologi e terapisti della riabilitazione tra i professionisti che partecipano al consulto multidisciplinare (5). Il Glossario nazionale di telemedicina, diffuso dall’Agenzia a maggio 2026, uniforma la terminologia tra sistemi regionali e nazionale (6).

Telemonitoraggio e alert: chi legge i dati

Nel telemonitoraggio dispositivi medici certificati trasmettono dal domicilio pressione arteriosa, frequenza, saturazione, glicemia e peso. Quando un valore esce dal range, l’infrastruttura regionale invia un alert alla Centrale operativa territoriale (COT) (1), la struttura che il DM 77/2022 affida in larga parte a personale infermieristico (7). Qualcuno deve leggere quel segnale, separare il falso allarme dal peggioramento clinico e attivare la risposta.

Le prove a favore esistono, almeno per lo scompenso cardiaco. Una revisione Cochrane su 41 studi ha rilevato che il telemonitoraggio non invasivo riduce la mortalità per tutte le cause (RR 0,80; IC 95% 0,68-0,94) e i ricoveri per scompenso (RR 0,71; IC 95% 0,60-0,83) (8). Gli autori giudicano moderata la qualità delle prove e non osservano una riduzione dei ricoveri per tutte le cause (8).

Dalla norma all’agenda: i passaggi per Regioni e aziende

Inserire le prestazioni nei LEA non le porta in automatico a domicilio. Pillon indica quattro passaggi a carico di Regioni e Direzioni generali (1):

  • recepire con delibera i codici e aprire agende dedicate nei Centri unici di prenotazione (CUP), con slot orari protetti nei piani di lavoro;
  • far confluire ogni prestazione nel Fascicolo sanitario elettronico (FSE) come documento strutturato secondo lo standard HL7-FHIR, con firma digitale;
  • riscrivere i percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali (PDTA) per scompenso, BPCO, diabete, insufficienza renale e demenze, calendarizzando telemonitoraggi e televisite tra i controlli in presenza;
  • usare Case della Comunità e farmacie dei piccoli comuni come punti di prossimità per chi non ha competenze digitali o connessione.

Il primo punto interessa i coordinatori. Pillon chiede ai direttori sanitari di smettere di trattare la telemedicina come attività da svolgere a fine turno (1). Senza tempo dedicato nei piani di lavoro, la teleassistenza finisce sulle spalle del personale già impegnato in reparto o sul territorio.

L’ultimo punto coinvolge anche gli operatori socio-sanitari. Nei punti di prossimità qualcuno accoglie la persona e la accompagna al collegamento con il clinico. Le aziende dovranno stabilire con protocolli chi svolge quali attività tra infermieri, OSS e personale di supporto, nel rispetto dei rispettivi profili professionali.

Competenze digitali: il nodo della formazione

Per Pillon il banco di prova è la formazione: i fondi della Missione 6 del PNRR comprano sensori e piattaforme, non le competenze per usarli (1). Per l’infermiere servono la capacità di condurre un colloquio a video (la cosiddetta webside manner), la documentazione corretta dell’atto in telemedicina, la lettura critica dei dati remoti e la consapevolezza della propria responsabilità nel percorso telematico.

C’è poi il lavoro educativo. Pillon avverte che il percorso fallisce se il paziente vive il monitoraggio come un modo per tenerlo lontano dall’ospedale (1). Spiegare a cosa servono i dati, chi li guarda e quando arriva una risposta rientra nell’educazione terapeutica che l’infermiere già svolge.

Le norme e le tariffe ora ci sono. Resta da capire quante Regioni apriranno le agende, riscriveranno i PDTA e daranno agli infermieri il tempo per garantire la nuova prestazione.