Quando la continuità delle cure si interrompe, anche i bisogni sanitari più semplici possono diventare complessi. Nei contesti di guerra e nelle crisi umanitarie, la presenza infermieristica assume un ruolo centrale: non solo emergenza, ma cura quotidiana, organizzazione e formazione di chi continuerà a lavorare sul territorio. A raccontare cosa significhi assistere in un contesto di guerra è Martina Marogna, infermiera dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, all’ospedale di Borgo Trento, che tra agosto 2025 e gennaio 2026 ha lavorato con Emergency in un centro pediatrico in Sudan.
L’assistenza infermieristica nei contesti di crisi
Intervista a Martina Marogna, infermiera dell'AOUI di Verona.
Nei contesti di guerra , crisi umanitarie e disastri ambientali, l’assistenza sanitaria è spesso frammentata , discontinua o completamente assente. In questi scenari, la presenza infermieristica non rappresenta un supporto accessorio, ma una componente strutturale della risposta sanitaria, sia sul piano clinico sia su quello organizzativo.
L’infermiere/a opera in ambienti caratterizzati da scarsità di risorse, instabilità logistica e bisogni sanitari complessi , che includono traumi, patologie acute, malattie croniche non trattate, denutrizione, salute mentale e vulnerabilità sociali. La capacità di valutare, prioritizzare e adattare l’assistenza diventa quindi un elemento chiave per garantire interventi efficaci e sostenibili.
Oltre la descrizione dei compiti, dei protocolli e delle criticità assistenziali, nelle testimonianze di chi parte per questi scenari emerge sempre un altro livello, più profondo e meno raccontabile con il solo linguaggio tecnico: quello dell’impatto umano.
Chi arriva in un contesto di guerra porta con sé competenze, esperienza e capacità di adattamento , ma l’ingresso reale nello scenario di crisi produce spesso uno scarto che nessuna preparazione teorica riesce a colmare fino in fondo. Non è un dettaglio clinico, né un singolo episodio assistenziale, a segnare il primo contatto con la guerra, ma la percezione improvvisa e concreta di essere dentro una realtà già trasformata dal conflitto.
Per Martina , quel momento ha avuto il volto di Khartoum, capitale del Sudan : una città completamente distrutta e, soprattutto, deserta. È stata proprio quell’assenza a renderle immediatamente visibile la guerra, molto prima di qualsiasi spiegazione. Un impatto netto, che le ha fatto capire di essere davvero lì, dentro quel contesto.
Martina lo racconta così: La prima immagine è stata l’entrata a Khartoum. Ho capito che c’era una guerra: vedere una città completamente distrutta e deserta è stata l’immagine che mi ha dato l’idea di un paese in guerra. Ho pensato: ci siamo, sono dentro .
Un ruolo storicamente consolidato La presenza degli infermieri nei contesti di conflitto non è una novità. Già durante la Prima guerra mondiale , l’assistenza infermieristica svolgeva una funzione centrale nella gestione dei feriti, nel controllo delle infezioni e nell’organizzazione dei servizi di soccorso. Quelle esperienze hanno contribuito a strutturare competenze che oggi risultano fondamentali nei moderni scenari di crisi.
Con il tempo, il ruolo infermieristico ha smesso di coincidere con una funzione meramente esecutiva , assumendo un profilo più autonomo, fondato su competenze cliniche avanzate, prevenzione, sanità pubblica e lavoro multiprofessionale.
Nei contesti di guerra e nelle emergenze ambientali, questa evoluzione significa essere chiamati non solo a curare, ma anche a decidere, organizzare, formare e costruire risposte assistenziali in scenari instabili. È anche da qui che nasce, per alcuni professionisti, il desiderio di partire: dalla volontà di mettere queste competenze al servizio di popolazioni che vivono ai margini dell’attenzione internazionale.
Nella testimonianza di Martina la scelta di partire non è raccontata come gesto eroico, bensì come risposta coerente a una precisa idea di professione . Nelle sue parole, la possibilità di contribuire all’apertura di un centro pediatrico in Sudan coincide con la realizzazione di un desiderio coltivato da tempo: essere utile a una popolazione che definisce meravigliosa e insieme dimenticata, schiacciata dentro una guerra di cui, fuori dal Paese, si parla troppo poco.
Cosa fa un infermiere nei contesti di crisi Nei contesti di guerra , crisi umanitarie e disastri ambientali, l’infermiere non lavora in un sistema sanitario strutturato, ma in uno scenario instabile , spesso privo di continuità assistenziale. La sua attività si colloca all’intersezione tra assistenza clinica, sanità pubblica ed emergenza, con un elevato grado di autonomia decisionale.
L’intervento infermieristico si adatta al contesto, ma può essere ricondotto ad alcune aree operative ricorrenti.
Valutazione clinica e triage in condizioni di scarsità Uno dei primi compiti è la valutazione rapida dello stato di salute della popolazione assistita . L’infermiere effettua triage clinico in condizioni di risorse limitate, identificando le priorità assistenziali e distinguendo tra urgenze, bisogni differibili e interventi di prevenzione.
Questo significa:
riconoscere rapidamente quadri traumatici, infettivi e acuti intercettare pazienti fragili (bambini, donne in gravidanza, anziani, persone con disabilità) orientare l’accesso alle cure in assenza di percorsi standardizzati Assistenza diretta e continuità delle cure essenziali L’infermiere garantisce l’assistenza di base e avanzata in contesti spesso privi di tecnologie complesse . Le attività includono la gestione delle ferite, il monitoraggio clinico, la somministrazione delle terapie disponibili e la presa in carico di pazienti con patologie croniche interrotte dalla crisi.
In molti scenari, l’infermiere rappresenta la figura che assicura la continuità assistenziale, anche quando il medico non è costantemente presente o quando le risorse sanitarie sono intermittenti.
Prevenzione, educazione sanitaria e sanità pubblica Nei contesti umanitari, l’assistenza non può limitarsi alla cura dell’acuto. L’infermiere svolge un ruolo centrale nella prevenzione delle malattie infettive, nell’educazione sanitaria e nella promozione di comportamenti protettivi , adattando i messaggi al contesto culturale e linguistico.
Questo comprende attività come:
educazione all’igiene e alla prevenzione delle infezioni supporto alle campagne vaccinali quando attive sorveglianza dei focolai epidemici promozione della salute materno-infantile Supporto alla salute mentale e relazione di cura La dimensione psicologica è una componente costante nei contesti di guerra e disastro. L’infermiere è spesso il primo professionista a intercettare segnali di sofferenza psichica , stress acuto e trauma, anche in assenza di servizi specialistici strutturati.
Attraverso l’ascolto, la relazione e l’osservazione clinica, l’infermiere contribuisce a:
riconoscere precocemente il disagio favorire l’accesso a eventuali percorsi di supporto creare un ambiente assistenziale sicuro e non giudicante Coordinamento e lavoro in team multiprofessionali L’attività infermieristica nei contesti umanitari è fortemente integrata con il lavoro di équipe . L’infermiere collabora con medici, ostetriche, operatori logistici, mediatori culturali e personale locale, contribuendo all’organizzazione dei flussi assistenziali e alla gestione delle risorse.
In molte missioni, l’infermiere partecipa anche alla formazione del personale locale , trasferendo competenze che restano sul territorio oltre l’emergenza.
Questa dimensione collaborativa è una delle lezioni più forti riportate da chi rientra da una missione.
Una delle cose che ho imparato è la collaborazione con medici e altri professionisti: essere sullo stesso livello e focalizzarsi sulla persona. Se ci fosse più simbiosi, si raggiungerebbero risultati migliori .
Etica professionale Operare in aree di conflitto o di emergenza significa muoversi dentro scenari in cui le scelte assistenziali non sono mai soltanto tecniche. Neutralità, imparzialità e tutela della persona diventano criteri concreti per decidere come garantire accesso alle cure, come proteggere chi è più vulnerabile e come non lasciare che scarsità di risorse, violenza o disgregazione sociale riducano la persona a un caso clinico.
In questi contesti, l’etica professionale coincide con la capacità di continuare a riconoscere dignità, valore e priorità di cura anche quando tutto intorno spinge verso il contrario.
Il Codice deontologico delle professioni infermieristiche offre qui un ancoraggio molto chiaro:
L’articolo 3 richiama il dovere di rispetto e non discriminazioneL’articolo 4 afferma che la relazione di cura ha nell’empatia una componente fondamentale, che la persona assistita non deve essere lasciata in abbandono e che il tempo di cura è tempo di relazioneL’articolo 5 impegna il professionista ad analizzare le questioni etiche e a ricorrere al confronto e alla consulenza eticaL’articolo 6 ribadisce che la relazione assistenziale va mantenuta anche quando la persona esprime concezioni etiche diverse da quelle del curanteIn un contesto di guerra, questi principi assumono una forza ancora più netta: non riguardano solo il “cosa fare”, ma il “come esserci” .
È anche in questo senso che la testimonianza di Martina acquista particolare rilievo: quando insiste sulla dignità della persona e sulla necessità di offrire cure di qualità anche in un contesto devastato dalla guerra, richiama il cuore stesso della deontologia infermieristica, cioè il dovere di non abbassare il valore umano e professionale dell’assistenza solo perché il contesto è estremo.
Il contributo delle organizzazioni umanitarie Le esperienze maturate nelle organizzazioni umanitarie mostrano con chiarezza che, nei contesti di crisi, l’assistenza non dipende solo dalla disponibilità di singoli professionisti motivati, ma dalla capacità di costruire modelli di cura organizzati, adattabili e sostenibili.
In questo senso, realtà come Emergency rappresentano un esempio significativo: non soltanto per la presenza sul campo, ma per la capacità di attivare strutture, coordinare équipe, garantire standard assistenziali e valorizzare il contributo di infermieri inseriti in team formati e coinvolti nei processi decisionali. Il tema, quindi, non riguarda semplicemente il volontariato, ma il riconoscimento di competenze professionali che diventano strategiche quando i sistemi sanitari si interrompono o collassano.
Nella missione in Sudan , una parte rilevante del lavoro di Martina si è giocata proprio in questo spazio: non solo assistenza diretta ai bambini, ma supporto al personale locale, formazione sul campo, affiancamento quotidiano e costruzione di fiducia . Ed è significativo che, ripensando a quell’esperienza, ciò che le resta più impresso non sia anzitutto la devastazione materiale, ma il volto dei professionisti sudanesi con cui ha condiviso l’apertura del progetto:
L’immagine che più mi rimane impressa sono gli infermieri e i medici sudanesi che hanno condiviso con me questa missione, dall’apertura del progetto
Le sue parole non restituiscono solo un contesto di bisogno sanitario estremo, ma anche la tenuta umana e professionale di chi, pur vivendo la guerra in prima persona, continua a curare. In un Paese in cui molte strutture erano state distrutte, il centro pediatrico diventava di fatto un presidio essenziale, talvolta l’unico riferimento possibile per i più piccoli: Non esisteva più un reparto pediatrico . Gli ospedali pubblici erano andati distrutti e i bambini non avevano un posto dove essere curati .
Ma accanto ai bisogni della popolazione pediatrica emergono, nella testimonianza, anche le condizioni durissime del personale sanitario locale : Parliamo di persone che stanno vivendo la guerra in prima persona: non vedono i familiari da mesi, a volte da anni, hanno perso parenti, sono scappati. Eppure stanno provando a ricominciare .
È qui che il ruolo dell’infermiere internazionale si allarga e acquista profondità . Non si tratta solo di intervenire, ma di trasmettere competenze, sostenere un gruppo di lavoro, accompagnare una crescita professionale che possa restare sul territorio anche oltre l’emergenza. Martina lo racconta in modo molto concreto:
Il mio lavoro è stato fare lezioni, affiancarli durante i turni, aiutarli a crescere. Piano piano vedi i frutti di tanta fatica: lasci tanto, ma ti lasciano tanto loro.
Tornare a casa Le missioni umanitarie non si concludono davvero con il rientro . Continuano a lavorare dentro chi le ha vissute, modificando lo sguardo, le priorità, perfino il modo di abitare la professione. Martina lo dice con una lucidità semplice: Quando torni da una missione, torni cambiato , sia che lo vuoi o che non lo vuoi. Non sei più la stessa persona .
Nelle sue parole, il cambiamento non riguarda soltanto il ricordo di ciò che si è visto, ma il modo in cui si torna a leggere la propria vita e il proprio lavoro. L’esperienza della guerra e della fragilità estrema ridisegna la percezione di ciò che, nella quotidianità, viene dato per scontato: Dai il giusto valore alle cose. Non ci rendiamo conto a volte di quanto siamo fortunati ad avere una vita lineare .
Ma questa trasformazione non resta sul piano personale. Rientra nelle corsie, entra nella relazione di cura, si riflette nel modo di stare accanto alle persone.
Per Martina, ciò che una missione lascia non è solo consapevolezza, ma anche un tentativo concreto di riportare nel lavoro di ogni giorno qualcosa che in contesti sotto pressione rischia di perdersi:
Cerco di portare l’umanità nelle corsie, perché a volte manca. Cerco di portare la passione nel nostro lavoro, che a volte ci viene tolta perché siamo sotto pressione.
È forse questo uno degli effetti più profondi di esperienze simili: non una frattura tra “là” e “qui”, ma un passaggio di senso che continua anche dopo, nella pratica ordinaria dell’assistenza.
Nelle parole con cui chiude la sua testimonianza, Martina non consegna soltanto un bilancio personale , ma un messaggio che parla insieme a chi già esercita la professione e a chi sta cercando di entrarci senza smarrirne il significato.
Il suo invito richiama alla tenuta, alla fiducia e alla possibilità di continuare a credere che il lavoro infermieristico possa ancora crescere, cambiare, ritrovare spazio e riconoscimento. Di non demordere, di sperare ancora che le cose possano migliorare a livello infermieristico, di crederci e di provare a fare gli infermieri col cuore, oltre che con la passione .
Lo stesso sguardo lo rivolge a chi coltiva il desiderio di una missione umanitaria e tende a immaginarla come qualcosa di troppo distante, quasi irraggiungibile. Anche qui, il suo incoraggiamento è diretto: Di provarci, di non credere che sia impossibile. Meglio provarci che avere rimpianti .
Dentro un presente segnato da conflitti prolungati, disastri ambientali e crisi sanitarie ricorrenti, la presenza infermieristica resta uno dei presìdi più concreti di tutela del diritto alla salute .
La testimonianza di Martina ricorda anche che in questi contesti la cura non coincide soltanto con la famosa assistenza erogata, ma con la capacità di restare presenti, competenti e umani anche quando tutto intorno si spezza, letteralmente.
A lei va un ringraziamento sincero non solo per ciò che ha vissuto e condiviso, ma per il modo in cui lo ha raccontato: con parole dirette, pulite, mai costruite, e con una commozione che affiora con forza soprattutto quando parla delle colleghe e dei colleghi sudanesi, infermieri/e e medici che hanno continuato a curare mentre vivevano la guerra in prima persona.
Un ringraziamento va anche a Emergency, per il lavoro che continua a svolgere nei contesti di guerra e povertà, rendendo possibile una cura che non si limita a intervenire nell’urgenza, ma prova a garantire qualità e dignità anche dove tutto sembra venire meno.
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