La solitudine come determinante di salute
Orazio Schillaci, Ministro della Salute
La solitudine non è solo una condizione sociale, ma un fattore di rischio con implicazioni dirette sulla salute. È questo il messaggio centrale dell’intervento del ministro della Salute, Orazio Schillaci, al convegno “Oggi, chi è mio prossimo?”, promosso da organismi europei e istituzionali.
Viviamo in un’epoca di profonde contraddizioni – ha sottolineato il ministro – La tecnologia facilita le connessioni ma può esasperare l’isolamento e allontanare da relazioni autentiche
.
Un tema che, secondo Schillaci, non riguarda solo specifiche fasce di popolazione, ma attraversa trasversalmente l’intero sistema sociale.
Il fenomeno si manifesta con caratteristiche diverse. Da un lato gli anziani, spesso esposti alla perdita progressiva delle reti relazionali costruite nel corso della vita. Dall’altro i giovani, sempre più coinvolti in dinamiche di fragilità relazionale e disagio psichico.
Il riferimento è anche a fenomeni emergenti come quello degli hikikomori e all’uso dei social come forma di isolamento più che di connessione.
La solitudine tocca anche i nostri giovani, che vivono relazioni fragili e disagi psichici
, ha evidenziato il ministro.
Le evidenze scientifiche
Il richiamo non è solo sociale, ma supportato da evidenze cliniche.
Secondo quanto ricordato, la letteratura scientifica associa la solitudine a un aumento del rischio di:
- depressione
- ansia
- disturbi cognitivi
- patologie cardiovascolari
- declino funzionale
- mortalità
La salute non dipende solo dalle cure mediche, ma anche dalle condizioni sociali e relazionali
, ha spiegato Schillaci, sottolineando come la solitudine possa aumentare la vulnerabilità sanitaria.
Il punto sugli operatori sanitari
Un passaggio rilevante dell’intervento riguarda gli operatori sanitari, spesso esclusi dal dibattito sul tema.
Anche questi professionisti affrontano la loro solitudine insieme al malato – ha affermato il ministro – soprattutto in contesti di forte stress che possono portare al burnout
.
Si tratta di un elemento che si inserisce in un quadro già complesso, caratterizzato da carichi di lavoro elevati, pressione emotiva costante ed esposizione continua a situazioni critiche. In questo contesto, la dimensione relazionale del lavoro sanitario può trasformarsi in un fattore di vulnerabilità, soprattutto in assenza di adeguati sistemi di supporto organizzativo e psicologico.
Il tema della solitudine si intreccia quindi con quello dell’organizzazione sanitaria. Non riguarda solo i pazienti, ma anche i professionisti e la sostenibilità complessiva dei servizi. In particolare, il rischio è quello di sottovalutare una dimensione che incide sia sugli esiti clinici sia sul benessere degli operatori.
Il Governo ha richiamato, tra gli strumenti attivati, il nuovo Piano nazionale per la salute mentale, con attenzione alla prevenzione e all’intercettazione precoce del disagio. La risposta, tuttavia, non può essere esclusivamente sanitaria.
Serve un impegno collettivo per costruire comunità più inclusive e solidali
, ha concluso Schillaci, indicando la necessità di un approccio che integri dimensione sociale, organizzativa e sanitaria.
In questa prospettiva, la solitudine emerge come uno dei determinanti di salute più rilevanti per i sistemi contemporanei, con implicazioni che riguardano direttamente anche il lavoro quotidiano degli operatori sanitari.

