Dalla formazione manageriale a quella clinica
Tre nuove lauree magistrali ad indirizzo clinico per gli infermieri entrano nel percorso di riforma delle professioni sanitarie
Il sistema universitario si prepara a introdurre nuovi percorsi magistrali dedicati all’area clinica infermieristica.
Accanto alla laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche, storicamente orientata a funzioni organizzative e dirigenziali, si delineano percorsi focalizzati su ambiti assistenziali ad alta complessità.
Le nuove lauree si suddividono nei curriculum "Cure primarie e sanità pubblica", "Cure pediatriche e neonatali" e "Cure intensive e nell'emergenza".
Una scelta che intercetta l’evoluzione del sistema sanitario nazionale, sempre più orientato alla presa in carico della cronicità, al rafforzamento del territorio e alla gestione di pazienti complessi in contesti ospedalieri ad alta intensità.
La revisione delle classi di laurea magistrale nasce in un quadro di difficoltà strutturali: la carenza di infermieri è riconosciuta a livello nazionale e internazionale, mentre l’attrattività della professione risulta in calo, come dimostrano i dati sui corsi di laurea triennali, che in alcune aree non riescono più a coprire tutti i posti disponibili.
In questo scenario, la specializzazione clinica viene proposta come una leva per valorizzare il ruolo professionale, offrire prospettive di crescita coerenti con le competenze e rendere più competitivo il percorso infermieristico rispetto ad altre scelte formative.
Le competenze avanzate e il tema delle prescrizioni
Tra gli aspetti più dibattuti vi è la possibilità, per gli infermieri in possesso delle nuove lauree magistrali, di indicare presidi, ausili e tecnologie assistenziali necessari alla continuità delle cure. Si tratta di dispositivi strettamente legati all’assistenza infermieristica, come materiali per medicazioni, ausili per l’incontinenza o presidi per stomie, già oggi gestiti operativamente dagli infermieri nei percorsi di cura.
Il tema delle prescrizioni non riguarda la diagnosi o la terapia farmacologica, ma apre una riflessione sul riconoscimento formale di competenze che, nella pratica quotidiana, sono già esercitate all’interno di protocolli e percorsi strutturati.
L’ipotesi di ampliare le competenze formali degli infermieri ha riacceso il confronto tra professioni sanitarie. Da un lato, le rappresentanze mediche esprimono timori legati a una possibile sovrapposizione di ruoli; dall’altro, la professione infermieristica rivendica un’evoluzione coerente con la formazione avanzata e con i bisogni reali dei cittadini.
Il dibattito si inserisce nel più ampio percorso di riforma delle professioni sanitarie attualmente all’esame del Parlamento, che dovrà definire con chiarezza ambiti di esercizio, responsabilità e integrazione interprofessionale.
Senza percorsi di sviluppo professionale chiari e riconosciuti, la tenuta del sistema rischia di essere compromessa. La specializzazione infermieristica non risponde solo a un’esigenza di carriera, ma alla necessità di garantire competenze adeguate nei servizi territoriali, nei reparti critici e nell’assistenza pediatrica.
Il passaggio dalla formazione generalista a quella specialistica rappresenta quindi un banco di prova per la capacità del sistema sanitario di adattarsi ai cambiamenti demografici, organizzativi e assistenziali, trasformando la carenza di personale in un’occasione di ripensamento strutturale della professione infermieristica.

