Cosa fotografa il Rapporto ARAN sulla sanità pubblica
Rapporto ARAN sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti
Il Rapporto semestrale ARAN sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti, aggiornato all’autunno 2025, analizza anche il comparto Sanità, prendendo in esame il personale non dirigente delle aziende sanitarie pubbliche. L’obiettivo del documento non è confrontare singole regioni, ma misurare l’ampiezza delle differenze retributive a parità di profilo professionale, distinguendo tra quota fissa e quota accessoria.
Il dato che emerge è chiaro: nel Servizio sanitario nazionale non si osservano fratture salariali marcate riconducibili esclusivamente alla collocazione geografica.
Retribuzioni medie e profili professionali
Nel Rapporto, la categoria contrattuale delle professioni sanitarie, che include infermieri e altri professionisti dell’area della salute, presenta una retribuzione media annua poco inferiore ai 36.000 euro lordi. I profili del ruolo sociosanitario si attestano intorno ai 28.100 euro, mentre il ruolo amministrativo raggiunge mediamente i 29.500 euro annui.
Si tratta di valori medi nazionali, costruiti su un bacino di centinaia di migliaia di dipendenti del SSN, e utilizzati da diverse testate come base di lettura del sistema retributivo pubblico.
Differenze territoriali
Uno degli aspetti più rilevanti del Rapporto riguarda la misurazione delle differenze tra i livelli retributivi più bassi e più alti. Lo scarto tra il primo e il nono decile retributivo è stimato in circa 5.000 euro lordi annui per le professioni sanitarie e amministrative, e intorno ai 4.000 euro per il ruolo sociosanitario.
Secondo l’analisi ARAN, queste differenze non seguono una netta linea Nord-Sud. Piuttosto, tendono a concentrarsi tra aziende sanitarie contigue o appartenenti allo stesso contesto organizzativo, suggerendo un effetto di allineamento locale più che di divario geografico strutturale.
Il peso della retribuzione accessoria
La variabile che incide maggiormente sulle differenze tra aziende è la retribuzione accessoria, ovvero la parte legata a indennità, turnazioni, incarichi e produttività. Nel Rapporto, la quota accessoria media per le professioni sanitarie supera i 6.500 euro annui, mentre si colloca poco sopra i 4.700 euro per il ruolo sociosanitario e intorno ai 3.200 euro per quello amministrativo.
È su questa componente che le politiche aziendali producono gli effetti più visibili, generando differenze di busta paga anche a fronte di profili professionali analoghi e di uno stesso contratto nazionale.
Implicazioni organizzative
Dal punto di vista assistenziale, il dato retributivo non può essere letto in modo isolato. Quando una quota significativa della retribuzione dipende da elementi accessori, entrano in gioco fattori organizzativi come la gestione dei turni, la distribuzione degli incarichi e l’equilibrio tra attività ordinarie e aggiuntive.
In alcuni contesti, la leva economica diventa uno strumento di compensazione di carichi di lavoro elevati o di difficoltà nel garantire la continuità assistenziale, con effetti indiretti sull’organizzazione dei servizi e sulla percezione di equità tra professionisti.
Un sistema omogeneo
Il quadro delineato dal Rapporto ARAN mostra un Servizio sanitario nazionale in cui il contratto collettivo continua a svolgere una funzione di stabilizzazione delle retribuzioni. Le differenze territoriali esistono, ma restano contenute e non configurano un vero dualismo salariale.
Restano però aperti nodi organizzativi rilevanti: la gestione della parte variabile della retribuzione, il suo legame con la turnistica e il carico assistenziale, e la capacità delle aziende di utilizzare questi strumenti senza compromettere la sostenibilità dei servizi. È su questo terreno che, più che sulla geografia, si giocano oggi le differenze percepite nel lavoro quotidiano degli infermieri e dei professionisti della salute.

