Il 23 luglio 2025 il Senato ha approvato il disegno di legge che introduce nel Codice Penale il reato di femminicidio. Il passaggio alla Camera è arrivato il 25 novembre con un voto quasi unanime, rendendo la norma definitiva. È un passo atteso da anni: l’Italia riconosce ora formalmente il femminicidio come reato autonomo.
La prevenzione non inizia con l’atto giudiziario, ma con il contesto Casi di femminicidio in Italia
Ma mentre il percorso legislativo si compiva, la realtà continuava a correre. Secondo l’Osservatorio nazionale Non Una Di Meno , dall’inizio dell’anno si contano almeno 77 femminicidi, mentre il rapporto Eures ne segnala 85 solo fino a ottobre.
Nel 2024, ISTAT ha registrato 116 donne uccise in episodi di omicidio volontario. Sono dati raccolti con criteri diversi, ma la convergenza è chiara: il fenomeno è sistemico, stabile, e non mostra una regressione significativa.
Ogni anno, il 25 novembre , il rosso invade le strade: scarpe, panchine, drappi. È un rosso simbolico, culturale. Diverso, ma idealmente vicino a quello che dà il nome al Codice Rosso, la legge 69/2019 che accelera la presa in carico giudiziaria delle denunce di violenza domestica e di genere. Qui il rosso non rappresenta memoria, ma priorità: la necessità di non lasciare le vittime per settimane in un limbo procedurale.
In ambito sanitario esiste un altro percorso, meno noto ma decisivo: il Codice Rosa , attivo in molte regioni. È il canale clinico-protetto dedicato alle vittime di violenza che accedono al pronto soccorso.
Il triagista che rileva indicatori sospetti attiva una presa in carico riservata, multidisciplinare, capace di offrire sicurezza e di raccogliere elementi medico-legali con rigore. È uno dei pochi luoghi dove una donna può trovare un presidio immediato, anche senza arrivare a formalizzare una denuncia.
Eppure non basta. Le norme, i protocolli, i simboli, da soli, non modificano i comportamenti. Il punto non è soltanto ciò che accade dopo la violenza, ma tutto ciò che accade prima, e spesso non lo vediamo.
La prevenzione non inizia con l’atto giudiziario, ma con il contesto . Con le parole, le dinamiche di potere, le aspettative relazionali che normalizziamo. Molti femminicidi sono preceduti da segnali ripetuti: isolamento, controllo, episodi di aggressività, accessi in PS con spiegazioni incongruenti. Segnali che qualcuno nota, ma che non sempre vengono riconosciuti come tali.
Ed è qui che entra in gioco la sanità. Non come “spazio neutro”, ma come ecosistema culturale.
Gli infermieri, in particolare quelli di triage, sono spesso i primi professionisti a intercettare una donna che esita, minimizza, si contraddice, chiede aiuto senza pronunciarlo.
In quel momento, la competenza tecnica non basta: serve capacità di lettura, ascolto attento, una comunicazione che autorizzi la donna a fidarsi. Serve anche sapere cosa fare, a chi rivolgersi, quale percorso attivare . Perché il rischio reale, per molte vittime, non è la denuncia in sé, ma ciò che accade dopo, quando rientrano in un ambiente che le espone nuovamente al maltrattante.
A questo livello, la prevenzione diventa una competenza trasversale : riguarda infermieri, medici, psicologi, assistenti sociali, ma anche colleghi e colleghe nei reparti. Perché il cambiamento non nasce nella legge, nasce nelle micro-relazioni e le vere rivoluzioni iniziano dal basso. Tra le chiacchiere. Negli sguardi che cambiano prima ancora delle leggi.
Si costruisce nelle conversazioni tra operatori quando si commenta un caso; nelle reazioni istintive con cui si interpreta un comportamento; nelle battute lasciate scivolare come irrilevanti ma che, in realtà, contribuiscono a consolidare una cultura di disparità.
Il personale sanitario, per ruolo, formazione e prossimità alla fragilità, è in una posizione privilegiata per riconoscere e disinnescare queste dinamiche. Non servono slogan, serve consapevolezza professionale: capire che la cultura organizzativa può essere un fattore protettivo o un fattore di rischio.
Dire che “denunciare non serve ” è una semplificazione sbagliata. Il nostro ordinamento prevede strumenti chiari: l’articolo 347 c.p.p. impone alla polizia giudiziaria di comunicare immediatamente al pubblico ministero la notizia di reato; l’articolo 282-ter c.p.p. introduce il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, la cui violazione costituisce reato (art. 387-bis c.p.) e può comportare l’arresto in flagranza.
Sono misure importanti, ma funzionano solo se accompagnate da un sistema capace di riconoscere i segnali e sostenere la vittima nella transizione.
Per questo la prevenzione non coincide mai con la sola repressione . È un processo culturale: fatto di formazione, supervisione, comunicazione professionale, capacità di guardarsi dentro come sistema.
Ogni femminicidio è la sconfitta di un’intera rete . Ma ogni gesto quotidiano di consapevolezza, nei reparti così come nei servizi territoriali, può diventare un argine. Non una soluzione immediata, ma un passo concreto: un contesto che non minimizza, che non normalizza la violenza, che accompagna e protegge prima ancora che intervenga.
È così che il cambiamento prende forma: non con una rivoluzione proclamata, ma con una cultura che si trasforma da dentro.