Malattie croniche e sicurezza delle cure: il danno evitabile
World Patient Safety Day 2026
«Safe care for noncommunicable diseases» è il tema scelto dall'Organizzazione mondiale della sanità per il World Patient Safety Day 2026, accompagnato dallo slogan Safe care for life!.
La campagna parte da una caratteristica delle malattie non trasmissibili: molte richiedono cure continuative, erogate per periodi prolungati e in contesti differenti. Secondo l'OMS, i rischi per la sicurezza possono emergere dalla prevenzione alla diagnosi, dal trattamento alla gestione a lungo termine, fino all'autocura. Su questi rischi incidono anche l'organizzazione dei servizi, la complessità dei percorsi e i determinanti sociali della salute (1).
Le principali malattie non trasmissibili comprendono patologie cardiovascolari, tumori, malattie respiratorie croniche e diabete. Nel 2021 sono state associate ad almeno 43 milioni di decessi, pari al 75% delle morti globali non correlate alla pandemia. Le quattro principali categorie hanno rappresentato, nel complesso, l'80% delle morti premature dovute a malattie non trasmissibili (2).
Questi dati epidemiologici descrivono il peso delle patologie, non la frequenza degli errori assistenziali. Aiutano però a comprendere perché la sicurezza delle cure nella cronicità sia diventata una priorità internazionale.
Errore, incidente e danno evitabile
Per interpretare le evidenze occorre distinguere alcuni concetti. Un errore può essere intercettato prima di raggiungere la persona e non determinare alcun danno. Un incidente di sicurezza può produrre, o avere la potenzialità di produrre, conseguenze indesiderate. Il danno prevenibile, invece, è un danno attribuito a una causa identificabile e modificabile, la cui ricorrenza si sarebbe potuta evitare intervenendo sul processo assistenziale o applicando pratiche appropriate (3,4).
La distinzione conta perché gran parte della letteratura non misura direttamente «quanti errori avvengono nelle malattie croniche». Gli studi analizzano outcome differenti, come eventi avversi, danni prevenibili, errori di prescrizione, ritardi diagnostici, riammissioni o mancata aderenza.
Da queste fonti non si può ricavare una percentuale unica di «errori evitabili nella cronicità». Si può invece individuare dove si concentrano le principali vulnerabilità.
Quanto è frequente il danno prevenibile
Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata sul BMJ ha esaminato 70 studi osservazionali, per un totale di 337.025 persone assistite in differenti contesti sanitari. La prevalenza aggregata del danno giudicato prevenibile è risultata pari al 6%, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra il 5% e il 7% (3).
Tra gli episodi classificati come prevenibili, il 12% risultava grave o associato al decesso. Il valore non significa che il 12% di tutte le persone assistite abbia subito un danno grave: il denominatore comprendeva soltanto gli eventi già considerati prevenibili. I problemi legati ai farmaci rappresentavano il 25% del danno prevenibile rilevato, quelli collegati ad altri trattamenti il 24% (3).
La metanalisi non riguardava in modo specifico le persone con malattie croniche e gran parte delle evidenze proveniva dall'assistenza ospedaliera. Gli studi differivano inoltre per popolazione, contesto, definizione di prevenibilità e modalità di rilevazione. Il dato del 6% va quindi letto come una stima aggregata riferita a contesti sanitari eterogenei, non come il rischio individuale di una persona con una patologia cronica.
Farmaci e monitoraggio
Nella gestione delle malattie croniche possono coesistere prescrizioni di professionisti differenti, terapie modificate nel tempo, farmaci al bisogno, prodotti da banco e integratori. Il rischio riguarda l'intero processo di gestione della terapia, oltre al momento della somministrazione.
Una revisione sistematica con metanalisi sul danno farmacologico prevenibile ha incluso 81 studi e 285.687 persone, stimando una prevalenza aggregata del 3%, con intervallo di confidenza al 95% tra il 2% e il 4%. L'eterogeneità era però molto elevata, con un I2 del 99%, segno di differenze sostanziali tra gli studi (4).
Tra gli eventi prevenibili dei quali era stata valutata la gravità, il 26% era classificato come grave o potenzialmente pericoloso per la vita. Anche questa stima presentava un'elevata eterogeneità e un intervallo di confidenza ampio, tra il 15% e il 37% (4).
Le fasi con le percentuali più elevate erano prescrizione e monitoraggio. Queste analisi derivavano però da un numero limitato di studi e mostravano anch'esse una notevole variabilità. Non dimostrano che le percentuali valgano per ogni servizio, ma rafforzano la necessità di considerare la terapia come un processo dinamico: scelta del medicinale, dose, interazioni, durata, monitoraggio clinico e laboratoristico, rivalutazione dell'efficacia e verifica degli effetti indesiderati (4).
Per la sicurezza non basta sapere quale terapia risulti prescritta. Occorre ricostruire che cosa la persona stia realmente assumendo, con quali modalità e difficoltà, e verificare che gli accertamenti necessari siano stati programmati ed eseguiti.
Multimorbilità
Quando coesistono più patologie aumentano le prescrizioni, le interazioni con i servizi e la possibilità che indicazioni pensate per una singola malattia entrino in conflitto con quelle previste per le altre. La multimorbilità è quindi un indicatore di complessità, non una causa automatica di errore.
Una revisione sistematica con metanalisi su multimorbilità e incidenti di sicurezza ha valutato 75 studi nell'assistenza primaria. La multimorbilità esclusivamente fisica risultava associata a una maggiore probabilità di incidenti «attivi», come eventi avversi da farmaci e complicanze mediche, con un odds ratio di 1,63 (IC 95% 1,45-1,80) (5).
La compresenza di condizioni fisiche e disturbi mentali, soprattutto depressione negli studi inclusi, risultava associata sia agli incidenti attivi sia ai loro possibili precursori, come errori prescrittivi, mancata aderenza e problemi nella qualità delle cure. Gli odds ratio erano rispettivamente 2,39 e 1,69 (5).
Questi risultati richiedono cautela. L'eterogeneità statistica era molto elevata, la qualità metodologica degli studi in genere bassa e gran parte delle ricerche aveva un disegno trasversale o retrospettivo. Non si può quindi dimostrare che la multimorbilità determini direttamente gli incidenti, né stabilire quali combinazioni di patologie comportino il rischio maggiore.
Diagnosi e follow-up
Nelle malattie croniche l'errore diagnostico va oltre la diagnosi sbagliata. Comprende il ritardo nel riconoscere una nuova patologia, la mancata rivalutazione di un cambiamento clinico o un risultato anomalo al quale non segue un intervento tempestivo.
Una revisione sistematica sull'errore diagnostico nell'assistenza primaria ha incluso 21 studi. Le difficoltà ricorrenti riguardavano presentazioni atipiche o aspecifiche, condizioni a bassa prevalenza, comorbilità e segni clinici o percettivi facili da trascurare (6).
La revisione ha limiti rilevanti. Risale al 2008 e comprendeva soprattutto coorti retrospettive, spesso costruite a partire da persone poi ricoverate. Le informazioni derivavano da interviste o documentazione clinica che poteva essere incompleta, e in genere non era possibile stabilire se il ritardo diagnostico fosse davvero prevenibile (6).
Lo studio non consente di quantificare la frequenza attuale degli errori diagnostici. Resta utile per indicare alcuni punti critici del percorso: sintomi non specifici, comorbilità che modificano la presentazione clinica, chiusura prematura del ragionamento diagnostico e rivalutazione insufficiente nel tempo.
Nella cronicità il processo non termina con la prescrizione di un esame. La sicurezza richiede che l'accertamento venga eseguito, che qualcuno visioni e comunichi il risultato e che l'eventuale azione successiva parta davvero.
Dimissione e transizioni assistenziali
Nel passaggio dall'ospedale al domicilio, a una struttura intermedia o a un altro servizio possono cambiare insieme terapia, necessità di monitoraggio, livello di autonomia e responsabilità assistenziali.
Una revisione sistematica con network meta-analysis sugli interventi di transizione ha analizzato 126 trial randomizzati e 97.408 partecipanti, confrontando interventi a bassa, media o alta complessità. Quelli a bassa complessità risultavano associati a una riduzione delle riammissioni a 30 e 180 giorni, quelli di media complessità mostravano l'associazione più favorevole con le riammissioni a 90 giorni (7).
Nelle analisi secondarie, gli interventi di media complessità risultavano associati anche a minori probabilità di eventi avversi dopo la dimissione, con un odds ratio di 0,42 (IC 95% 0,24-0,75). Questa analisi si basava però su soli cinque studi. Gli stessi interventi erano associati a una migliore aderenza farmacologica, mentre nessuna categoria mostrava un miglioramento significativo della qualità di vita (7).
La revisione riguardava persone dimesse verso la comunità, non solo popolazioni con malattie croniche, e definiva la complessità in base al numero delle componenti e alle fasi di applicazione. Non esiste quindi un unico modello di dimissione efficace in ogni organizzazione.
I risultati suggeriscono che interventi strutturati prima e dopo la dimissione possano sostenere la continuità assistenziale, senza che un numero maggiore di componenti garantisca esiti migliori.
I principali snodi della sicurezza delle cure nella cronicità
Le fonti analizzate permettono di ricostruire una mappa delle vulnerabilità, ma non di attribuire a ogni fase una frequenza universale.
| Fase del percorso | Principali vulnerabilità | Cosa documentano le fonti |
|---|---|---|
| Diagnosi | Presentazioni atipiche, sintomi aspecifici, comorbilità, ritardi nella rivalutazione | Aree di difficoltà, senza una stima attuale e generalizzabile della prevenibilità (6) |
| Terapia | Prescrizione, dose, interazioni, duplicazioni, effetti indesiderati | Danno farmacologico prevenibile documentato, ma con forte eterogeneità (4) |
| Monitoraggio | Controlli clinici o laboratoristici mancanti, esiti non visionati, terapia non rivalutata | Tra le fasi più vulnerabili della gestione farmacologica (4) |
| Transizioni | Informazioni discordanti, terapia modificata, follow-up non definito | Gli interventi strutturati possono ridurre alcuni esiti sfavorevoli, non tutti (7) |
| Gestione della multimorbilità | Piani terapeutici sovrapposti, frammentazione, bisogni fisici e mentali concomitanti | Associazioni con incidenti di sicurezza, senza prove di causalità (5) |
| Comunicazione e autocura | Indicazioni non comprese, barriere linguistiche, sensoriali, cognitive, economiche o sociali | Dimensioni rilevanti per l'OMS, non quantificate direttamente dalle metanalisi analizzate (1,5) |
Il contributo infermieristico alla sicurezza delle cure
Le evidenze non attribuiscono a un singolo intervento professionale la capacità di eliminare il danno evitabile. Indicano però attività in cui gli infermieri possono intercettare presto le incongruenze e garantire la continuità del percorso.
Tra queste rientrano la ricognizione della terapia effettivamente assunta, la segnalazione di discrepanze o difficoltà, la sorveglianza di sintomi ed effetti indesiderati, il controllo della programmazione del follow-up e la trasmissione strutturata delle informazioni nei cambi di setting.
Un'altra area è la valutazione della capacità della persona di gestire terapia e dispositivi. Chi conosce il nome di un farmaco non sa per forza assumerlo in modo corretto, e un piano scritto consegnato non è per forza un piano compreso. Tecniche come il teach-back aiutano a verificare la comprensione, purché inserite in un percorso organizzato e accessibile.
Le barriere comunicative, linguistiche, sensoriali, cognitive e sociali meritano attenzione. Una difficoltà etichettata in fretta come «scarsa aderenza» può dipendere da effetti indesiderati, costi, prescrizioni discordanti, difficoltà a leggere
Conclusioni
Nelle malattie croniche il danno evitabile può nascere da più criticità in sequenza: una terapia modificata ma non riconciliata, un'informazione incompleta alla dimissione, un controllo saltato, un peggioramento riconosciuto tardi.
Le evidenze indicano farmaci, monitoraggio, processo diagnostico, multimorbilità e transizioni assistenziali come snodi su cui concentrare l'attenzione. Non dimostrano che ogni evento dipenda dalla cronicità, né indicano una soluzione valida per tutte le persone e tutti i servizi.
Il messaggio del World Patient Safety Day 2026 è più ampio: la sicurezza deve accompagnare la persona per tutta la durata della malattia. Significa che il sistema mantiene nel tempo informazioni, controlli, relazioni e responsabilità, senza perdere il filo della cura tra un passaggio e l'altro.
Bibliografia
- World Health Organization. World Patient Safety Day, 17 September 2026: «Safe care for noncommunicable diseases» [Internet]. Geneva: WHO; 2026 [consultato il 2 settembre 2026].
- World Health Organization. Noncommunicable diseases [Internet]. Geneva: WHO; 25 settembre 2025 [consultato il 2 settembre 2026].
- Panagioti M, Khan K, Keers RN, Abuzour A, Phipps D, Kontopantelis E, et al. Prevalence, severity, and nature of preventable patient harm across medical care settings: systematic review and meta-analysis. BMJ. 2019;366:l4185. doi: 10.1136/bmj.l4185
- Hodkinson A, Tyler N, Ashcroft DM, Keers RN, Khan K, Phipps D, et al. Preventable medication harm across health care settings: a systematic review and meta-analysis. BMC Med. 2020;18(1):313. doi: 10.1186/s12916-020-01774-9
- Panagioti M, Stokes J, Esmail A, Coventry P, Cheraghi-Sohi S, Alam R, et al. Multimorbidity and patient safety incidents in primary care: a systematic review and meta-analysis. PLoS One. 2015;10(8):e0135947. doi: 10.1371/journal.pone.0135947
- Kostopoulou O, Delaney BC, Munro CW. Diagnostic difficulty and error in primary care: a systematic review. Fam Pract. 2008;25(6):400-13. doi: 10.1093/fampra/cmn071
- Tyler N, Hodkinson A, Planner C, Angelakis I, Keyworth C, Hall A, et al. Transitional care interventions from hospital to community to reduce health care use and improve patient outcomes: a systematic review and network meta-analysis. JAMA Netw Open. 2023;6(11):e2344825. doi: 10.1001/jamanetworkopen.2023.44825
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