Aggressioni infermieri, Nursing Up: 48mila vittime nei primi mesi
Come nasce la stima delle 48mila vittime
Il comunicato diffuso il 10 settembre da Nursing Up non porta una nuova rilevazione sul campo. Porta una proiezione, e conviene dire subito come è costruita, perché è questo che ne definisce il peso. Il sindacato prende la prevalenza annua misurata dallo studio multicentrico CEASE-IT, coordinato dall'Università di Genova su otto atenei italiani, secondo cui in un anno il 33% degli infermieri subisce almeno un episodio di violenza fisica o verbale. Poi la applica alla platea attuale del personale infermieristico del Servizio sanitario nazionale, indicata in 297.983 professionisti.
Il risultato è 98.334 infermieri coinvolti su base annua. Rapportato ai 181 giorni tra gennaio e giugno, dà 48.760 professionisti nel primo semestre 2026: 269 al giorno, poco più di 11 ogni ora. L'aritmetica torna.
Un'avvertenza sulla base di calcolo. Il Conto annuale 2024 della Ragioneria generale dello Stato conta 284.793 infermieri dipendenti del Ssn tra tempo indeterminato e determinato, circa 13mila in meno del numero usato dal sindacato, che verosimilmente include anche altre voci del personale infermieristico. La differenza sposta la stima di qualche migliaio di unità e non cambia l'ordine di grandezza. Cambia però il modo di leggerla: siamo davanti a una proiezione statistica su una prevalenza del 2022, non a un conteggio di episodi avvenuti nel 2026.
Il sommerso: la forbice tra 130mila e 5mila
La parte più solida del comunicato riguarda la distanza tra le violenze subite e quelle che arrivano ai sistemi di rilevazione. CEASE-IT quantificava in circa 130mila gli infermieri colpiti ogni anno sulla platea allora considerata, a fronte di circa 5mila aggressioni riconosciute dall'INAIL come infortunio sul lavoro. Una forbice di 125mila casi, cioè circa il 95% del fenomeno che non lascia traccia in nessun registro ufficiale.
Lo stesso studio spiega perché. Il 67% degli infermieri che non segnala attribuisce l'aggressione alla condizione clinica del paziente e la considera parte del lavoro; il 20% ritiene che la segnalazione non produrrebbe alcuna risposta da parte dell'organizzazione. Sono due motivazioni diverse e vanno tenute separate: la prima nasce da una cultura professionale che normalizza l'insulto e la spinta; la seconda nasce dalla sfiducia verso l'azienda.
La letteratura conferma il quadro. Una indagine trasversale italiana pubblicata su BMC Health Services Research parla di sottosegnalazione sostanziale tra gli operatori sanitari, e una revisione internazionale sulle pratiche di segnalazione individua negli stessi due meccanismi, normalizzazione e assenza di risposta istituzionale, le barriere principali alla denuncia.
Cosa dicono i numeri ufficiali
Sul versante istituzionale il riferimento è l'Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie. I dati del Ministero della Salute relativi al 2025 registrano quasi 18mila episodi e oltre 23mila operatori coinvolti. Gli infermieri sono il 55% delle vittime, davanti a medici (16%) e OSS (11%). Le aggressioni verbali pesano per il 69%, quelle fisiche per il 25%. Oltre il 60% delle persone colpite sono donne.
Anche questi numeri sono un fondo di iceberg, ma di natura diversa: contano episodi segnalati dalle aziende, non professionisti raggiunti da una prevalenza. Confrontare 18mila episodi con 98mila infermieri vittime significa confrontare due grandezze che misurano cose diverse, ed è proprio la distanza tra le due che il sindacato porta all'attenzione.
Cosa significa per gli infermieri
Un dettaglio metodologico ha conseguenze pratiche. Il 33% di CEASE-IT indica quanti infermieri hanno subito almeno un episodio in un anno, non quante aggressioni si verificano. Chi lavora in pronto soccorso, in psichiatria o nei servizi territoriali sa che chi viene aggredito una volta viene aggredito più volte. Il numero delle persone colpite resta quindi inferiore al numero degli episodi, e questo dice qualcosa su dove concentrare la prevenzione: sui setting e sui turni a rischio, prima che sulla media nazionale.
Sul piano delle tutele, la legge 171/2024 ha introdotto l'arresto in flagranza differita per chi aggredisce gli operatori sanitari e l'arresto obbligatorio per il reato di lesioni personali ai loro danni. Uno strumento che interviene dopo. Quello che precede il fatto resta in capo al datore di lavoro: valutazione del rischio aggressione nel documento di sicurezza, dispositivi di allarme funzionanti e collegati, formazione strutturata sulla de-escalation, presenza di personale nelle fasce notturne, supporto psicologico a chi torna in servizio il giorno dopo.
C'è poi la parte che dipende dai professionisti. Ogni episodio non segnalato è un episodio che non entra nel DVR aziendale, non pesa nella programmazione delle risorse e non compare nelle statistiche su cui si costruiscono le politiche. Segnalare l'insulto, non solo la lesione, è il modo con cui il sommerso smette di essere tale. La segnalazione interna prevista dalle procedure aziendali e la denuncia penale sono due percorsi distinti e attivabili in modo indipendente.
Cosa succede ora
«È proprio il sommerso a raccontarci quanto sia più grave la realtà rispetto a quella che emerge dalle sole denunce», afferma Antonio De Palma, presidente nazionale Nursing Up, che parla di «bollettino di guerra da Nord a Sud» e chiede di spostare l'asse dal conteggio alla prevenzione. Il sindacato non indica al momento una piattaforma rivendicativa specifica collegata a questi numeri.
Il prossimo appuntamento con i dati ufficiali è la relazione annuale dell'Osservatorio ministeriale, che aggiornerà il quadro delle segnalazioni aziendali. Sul fronte scientifico, una rilevazione nazionale aggiornata della prevalenza, che sostituisca la base 2022 di CEASE-IT, resta lo strumento che manca per misurare il fenomeno anziché stimarlo.

