Analfabetismo sanitario: quando il problema non è solo capire, ma farsi capire

Scritto il 29/08/2026
da Chiara Sideri

La difficoltà nel comprendere informazioni, rischi, terapie e indicazioni sanitarie è un problema reale di salute pubblica. Ma parlare di “analfabetismo sanitario” impone una domanda ulteriore: quanto possiamo chiedere alle persone di orientarsi consapevolmente nella salute se il sistema sanitario, le istituzioni e chi comunica non riescono sempre a rendere le informazioni accessibili, comprensibili e utilizzabili? La health literacy non riguarda soltanto ciò che le persone sanno. Riguarda anche quanto la sanità è capace di farsi capire.

In un intervento pubblicato il 21 agosto 2026 suIl Foglio, Matteo Bassetti richiama l'attenzione su quello che definisce l'analfabetismo sanitario una difficoltà che non riguarda soltanto la conoscenza di una malattia o la comprensione di un referto, ma anche la capacità di distinguere un'evidenza scientifica da un'opinione, valutare un rischio e interpretare le raccomandazioni di salute pubblica. Il ragionamento attraversa prevenzione, vaccinazioni, screening, stili di vita, disinformazione e rapporto tra cultura scientifica e democrazia.[1]

Bassetti precisa, però, un punto importante: non si tratta di colpevolizzare la singola persona. Reddito, istruzione, ambiente, accesso alle cure e alla prevenzione e pressioni commerciali e sociali contribuiscono a determinare i comportamenti di salute. Da qui la responsabilità della politica nel creare condizioni che rendano le scelte salutari più; accessibili.[1]

È proprio da questo punto che vale la pena allargare la riflessione.

Perché se vogliamo parlare seriamente di alfabetizzazione sanitaria, dobbiamo guardare non soltanto a chi riceve un’informazione, ma anche a chi la produce, a chi la comunica e al sistema nel quale quella informazione deve essere utilizzata.

Che cos’è la health literacy

Non serve essere poco istruiti per sentirsi disorientati di fronte alla malattia. Basta trovarsi dall’altra parte della scrivania: ricevere una diagnosi inattesa, uscire da un pronto soccorso e cercare di ricordare quali farmaci continuare e quali sospendere, leggere un referto pieno di termini sconosciuti, comprendere rischi e benefici mentre si è preoccupati per sé o per una persona cara.

È anche questo il senso della health literacy. L’Organizzazione mondiale della sanità la riferisce alle conoscenze e alle competenze necessarie per accedere, comprendere, valutare e utilizzare informazioni e servizi relativi alla salute.[2]Non significa conoscere la medicina. Significa riuscire a trasformare un’informazione in una decisione, in un comportamento, in una domanda da fare, in una terapia da seguire.

Anche per questo l’espressione “analfabetismo sanitario”, pur efficace, merita cautela. La parola analfabetismo porta con sé l’idea di una mancanza individuale: qualcuno sa, qualcun altro non sa.

Ma è davvero così semplice?

I dati italiani: il 58% ha una health literacy limitata

Nel 2021, nell’ambito della Health Literacy Population Survey HLS19, sono state coinvolte in Italia 3.500 persone adulte attraverso un campione rappresentativo della popolazione residente. Circa il 23% presentava un livello di health literacy inadeguato e il 35% problematico: complessivamente, circa il 58% del campione aveva quindi una health literacy limitata.[3,4]

Il dato va contestualizzato: risale al 2021 e non rappresenta una fotografia aggiornata al 2026. Ma rimane difficile ignorarlo.

Quando una difficoltà riguarda una quota tanto ampia di popolazione, possiamo davvero considerarla soltanto un problema individuale?

L’OMS parla oggi anche diorganizational health literacye sottolinea che l’alfabetizzazione sanitaria non è responsabilità esclusiva della persona. Dipende anche dalle organizzazioni, dalle risorse disponibili e dal modo in cui informazioni e servizi vengono costruiti.[2]

Perché non ha capito? E noi, quanto siamo stati comprensibili?

Forse, allora, di fronte a una persona che non ha capito dovremmo porci due domande.

La prima è: perché non ha capito?

La seconda è: noi, quanto siamo stati comprensibili?

Una lettera di dimissione può essere clinicamente impeccabile e lasciare una persona senza sapere cosa fare il mattino successivo.

Un consenso può essere formalmente completo e non essere realmente compreso.

Una prescrizione può essere corretta e risultare difficile da inserire dentro una giornata fatta di altre terapie, controlli e comorbilità.

Un servizio può essere completamente digitalizzato e, nello stesso tempo, diventare più difficile da raggiungere per chi non possiede gli strumenti per utilizzarlo.

Dove finisce, in questi casi, la scarsa health literacy della persona e dove inizia la complessità del sistema?

Quando la barriera è comunicativa

La questione diventa ancora più evidente quando esiste una barriera comunicativa.

Una persona sorda può avere ottime competenze sanitarie e trovarsi ugualmente esclusa da un colloquio costruito soltanto sul canale orale. Una persona con afasia può comprendere molto più di quanto riesca a esprimere verbalmente. Altre persone possono avere difficoltà legate a disartria, deficit cognitivi, disabilità visive, conoscenza limitata della lingua italiana o necessità di utilizzare sistemi di comunicazione aumentativa e alternativa.

Sono condizioni molto diverse tra loro. Ridurle tutte alla categoria di “paziente che non capisce” sarebbe un errore.

A volte la persona non ha difficoltà a comprendere: siamo noi che non abbiamo trovato il modo giusto per comunicare con lei.[10,11]

Il ruolo degli infermieri e il teach-back

È qui che la questione riguarda direttamente le professioni sanitarie.

Infermiere e infermieri lavorano ogni giorno proprio nel punto di passaggio tra informazione clinica e vita quotidiana: spiegare una terapia, gestire un dispositivo, prepararsi a un esame, riconoscere un sintomo, organizzare il rientro a casa, sapere quando chiedere nuovamente aiuto.

Eppure spesso la verifica della comprensione si riduce a una domanda:“È tutto chiaro?”

L’Agency for Healthcare Research and Quality propone ilteach-back: chiedere alla persona di riformulare con parole proprie ciò che dovrà sapere o fare.[5]

Il valore di questo strumento sta soprattutto nel cambio di prospettiva.

Non stiamo verificando se la persona è stata abbastanza brava da capirci.

Stiamo verificando se noi siamo stati abbastanza bravi da farci capire.

Health literacy e self-care: cosa dicono le evidenze

Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2026 sulJournal of Clinical Nursing, comprendente 138 studi su persone con patologie croniche, ha evidenziato un’associazione positiva moderata tra maggiore health literacy e migliori comportamenti di self-care, pur con limiti metodologici e una certezza delle evidenze non uniforme.[6]

Non possiamo quindi sostenere che una maggiore health literacy determini automaticamente migliori esiti.

Possiamo però porci una domanda molto concreta: se chiediamo alle persone di gestire sempre più aspetti della propria salute, stiamo davvero dando loro gli strumenti per farlo?

Oggi chiediamo di conoscere la propria terapia, misurare parametri, riconoscere segnali d’allarme, partecipare agli screening, utilizzare il Fascicolo sanitario elettronico, prenotare prestazioni online, leggere referti, distinguere fonti affidabili da informazioni false.

Nel frattempo continuiamo spesso a comunicare con sigle, acronimi, termini tecnici, documenti lunghi e percorsi perfettamente familiari a chi lavora nella sanità e molto meno a chi vi entra soltanto quando ne ha bisogno.

Forse prima di chiederci perché le persone facciano fatica a orientarsi dovremmo domandarci quanto sia diventato complesso il luogo nel quale stiamo chiedendo loro di orientarsi.

Il paradosso della comunicazione online

C’è poi un altro paradosso.

Una persona può trascorrere pochi minuti con una professionista o un professionista sanitario e molto più tempo online.

Sul web troverà qualcuno disposto a spiegare qualsiasi cosa. Spesso con parole semplici, immagini, testimonianze, risposte nette. Talvolta sbagliate, ma estremamente comprensibili.

La medicina, invece, deve spesso parlare di probabilità, incertezza, benefici attesi e rischi.

Proprio per questo dovrebbe interrogarsi ancora di più su come rendere comprensibile la complessità senza falsificarla.

Dire semplicemente alle persone di “fidarsi della scienza” difficilmente basterà.

La fiducia non si prescrive.

Si costruisce con competenza, trasparenza, ascolto e capacità di spiegare anche ciò che non è semplice.

Comunicare è una competenza professionale

È qui che acquista senso il concetto diprofessional health literacy. L’OMS richiama la necessità di rafforzare nelle professioniste e nei professionisti le competenze utili a rispondere ai bisogni di comunicazione e alfabetizzazione sanitaria della popolazione.[2]Una prospettiva europea pubblicata nel 2026, che include anche l’Italia, richiama tra gli ambiti da sviluppare la comunicazione, il trasferimento delle informazioni, la health literacy digitale e il coinvolgimento delle persone nelle decisioni.[7]

Forse dobbiamo smettere di considerare la capacità di comunicare come una dote personale di chi “è brava/o con i pazienti”.

Comunicare in modo comprensibile è una competenza professionale.

Il nuovo Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 richiama centralità della persona e delle comunità, equità, utilizzo delle evidenze, comunicazione e formazione.[8,9]

Ma questi principi acquistano senso soltanto quando arrivano fino alla vita reale.

Una persona informata è una persona che può usare le informazioni

Forse è qui che la riflessione sull’“analfabetismo sanitario” diventa più interessante.

Non negando la responsabilità individuale. Non minimizzando disinformazione, pseudoscienza o scarsa cultura sanitaria.

Ma evitando di fermarci alla spiegazione più semplice: le persone non capiscono.

Perché ogni volta che una persona non comprende qualcosa sulla propria salute dovremmo essere capaci di chiederci anche: quanto era difficile comprendere ciò che le abbiamo chiesto di comprendere?

Una persona informata non è semplicemente una persona alla quale abbiamo consegnato molte informazioni.

È una persona che ha avuto la possibilità concreta di usarle.

Abbiamo certamente bisogno di persone più consapevoli e capaci di orientarsi tra evidenze e disinformazione.

Ma abbiamo altrettanto bisogno di una sanità che non pretenda soltanto di essere compresa e che si assuma la responsabilità di diventare comprensibile.

Forse, alla fine, la domanda più importante non è chi sia davvero “analfabeta sanitario”.

È molto più semplice, e riguarda tutti noi: quando una persona esce da un incontro con la sanità, siamo sicuri di averle dato davvero la possibilità di capire?

Bibliografia

  1. Bassetti M. L’analfabetismo sanitario che la politica non vuole affrontare. Il Foglio. 2026 Aug 21.
  2. World Health Organization. Health literacy. Geneva: WHO; 2025 Dec 22.
  3. Istituto Superiore di Sanità. L’indagine internazionale sull’alfabetizzazione sanitaria (Health Literacy) in Italia (HLS19). Roma: ISS.
  4. The HLS19Consortium of the WHO Action Network M-POHL. International Report on the Methodology, Results, and Recommendations of the European Health Literacy Population Survey 2019-2021 (HLS19) of M-POHL. Vienna: Austrian National Public Health Institute; 2021.
  5. Brach C, editor. AHRQ Health Literacy Universal Precautions Toolkit. 3rd ed. Rockville (MD): Agency for Healthcare Research and Quality; 2024. AHRQ Publication No. 23-0075.
  6. Magi CE, El Aoufy K, Amato C, Longobucco Y, Bambi S, Vellone E, et al. The association between self-care and health literacy in patients with chronic diseases: a systematic review and meta-analysis. J Clin Nurs. 2026;35(7):3011-3029. doi:10.1111/jocn.70291.
  7. Wieser H, Tappeiner W, Glässel A, Höhne F, Ley C, Maierhofer B, et al. Perspectives on professional health literacy in occupational, physio- and speech- and language therapy across four European countries. Discov Public Health. 2026;23:302. doi:10.1186/s12982-026-01653-3.
  8. Ministero della Salute. Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031. Roma: Ministero della Salute; 2026.
  9. Istituto Superiore di Sanità, EpiCentro. Piano nazionale della prevenzione 2026-2031. Roma: ISS; 2026.
  10. United Nations. Convention on the Rights of Persons with Disabilities. New York: United Nations.
  11. World Health Organization Regional Office for the Western Pacific. Disability-inclusive health services toolkit: a resource for health facilities in the Western Pacific Region. Manila: WHO Regional Office for the Western Pacific; 2020.