La fuga degli infermieri: chi ci guadagna e chi perde nella sanità globale

Scritto il 06/07/2026
da Mauro Mastronardi

In un mondo che invecchia e che richiede sempre più assistenza, gli infermieri sono diventati una risorsa strategica. I Paesi più ricchi li cercano, li assumono, li attraggono con stipendi migliori, contratti più stabili e maggiori opportunità professionali. Ma dietro questa mobilità internazionale si nasconde una domanda scomoda: chi resta a curare i cittadini dei Paesi da cui questi infermieri partono? La migrazione infermieristica non è un fenomeno nuovo, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni sempre più rilevanti. Ospedali, cliniche private, strutture residenziali e servizi territoriali dei Paesi ad alto reddito fanno sempre più affidamento su professionisti formati all’estero. Da una parte, questa mobilità consente a molti infermieri di migliorare la propria vita, sostenere economicamente le famiglie e trovare un riconoscimento professionale spesso negato nei Paesi di origine. Dall’altra, rischia di impoverire ulteriormente sistemi sanitari già fragili, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. Il tema, quindi, non può essere letto solo come una questione occupazionale. È una questione sanitaria, sociale, economica ed etica. La libertà individuale dell’infermiere di cercare migliori condizioni di lavoro deve essere tutelata. Tuttavia, quando il reclutamento internazionale diventa strutturale e aggressivo, il rischio è che i Paesi più ricchi risolvano le proprie carenze scaricandone il costo sui Paesi più poveri.

Un fenomeno globale in crescita

fuga infermieri

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, gli infermieri rappresentano il più grande gruppo professionale all’interno della forza lavoro sanitaria mondiale. Sono essenziali per garantire l’accesso alle cure, la prevenzione, l’assistenza ai malati cronici, la salute materno-infantile, la gestione delle emergenze e la continuità assistenziale.

Eppure, la distribuzione degli infermieri nel mondo è profondamente diseguale. I Paesi ad alto reddito hanno una maggiore capacità di formarli, assumerli e trattenerli. I Paesi più fragili, invece, spesso investono nella formazione di professionisti che poi emigrano verso sistemi sanitari più ricchi. Questo squilibrio produce un paradosso: chi ha più bisogno di personale sanitario rischia di perderlo, mentre chi ha più risorse economiche riesce ad attrarlo.

Nei Paesi dell’OCSE, il numero di infermieri formati all’estero è cresciuto notevolmente. Nel 2023 erano oltre 800.000, con un aumento del 69% rispetto al 2010. Stati Uniti, Regno Unito e Germania concentrano una quota rilevante di questi professionisti. In alcuni Paesi, come Regno Unito, Irlanda, Nuova Zelanda e Svizzera, il contributo degli infermieri formati all’estero è diventato particolarmente importante per sostenere la crescita della forza lavoro infermieristica.

Questi numeri mostrano che la migrazione non è più un fenomeno marginale. È diventata una componente stabile della programmazione sanitaria di molti Paesi ricchi. Ma proprio questa stabilità pone un problema: un sistema sanitario può considerarsi davvero sostenibile se dipende in modo crescente da professionisti formati altrove?

Perché gli infermieri partono

Gli infermieri non emigrano per caso. Partono perché spesso nei loro Paesi incontrano stipendi bassi, contratti precari, carichi di lavoro eccessivi, scarse prospettive di carriera e condizioni organizzative difficili. A volte mancano persino strumenti, dispositivi, farmaci, personale di supporto e ambienti sicuri in cui lavorare.

Per molti professionisti, trasferirsi all’estero significa ottenere una retribuzione più dignitosa, maggiore stabilità, accesso a formazione specialistica, possibilità di crescita e riconoscimento sociale. In alcuni casi, il salario percepito in un Paese ad alto reddito consente anche di sostenere economicamente le famiglie rimaste nel Paese di origine attraverso le rimesse.

Non bisogna quindi giudicare la scelta individuale dell’infermiere che emigra. La mobilità professionale è un diritto. Ogni persona ha il diritto di cercare condizioni di vita e di lavoro migliori. Il problema nasce quando questa mobilità viene trasformata in una strategia sistematica di reclutamento da parte dei Paesi più ricchi, senza adeguati investimenti nella formazione interna e senza forme di compensazione verso i Paesi di origine.

Perché i Paesi ricchi li cercano

I Paesi ad alto reddito si trovano davanti a una sfida complessa: la popolazione invecchia, aumentano le malattie croniche, cresce la domanda di assistenza domiciliare e territoriale, mentre molti professionisti sanitari si avvicinano all’età pensionabile. Formare nuovi infermieri richiede tempo, investimenti universitari, tutor clinici, tirocini, borse di studio e programmazione a lungo termine.

Reclutare dall’estero, invece, appare spesso come una soluzione più rapida. Un infermiere già formato può essere inserito in tempi relativamente brevi nel sistema sanitario, dopo il riconoscimento del titolo e l’eventuale adeguamento linguistico e professionale. Per il Paese ricevente, questo significa ridurre i tempi e i costi della formazione.

Ma ciò che è conveniente per chi riceve può diventare dannoso per chi perde personale. Se un Paese a basso reddito forma infermieri con risorse pubbliche e poi li vede partire in massa, perde non solo lavoratori, ma anche competenze, esperienza clinica, capacità di mentoring per i giovani e continuità assistenziale per la popolazione.

Il costo nascosto del “brain drain”

Il termine inglese “brain drain”, cioè fuga di cervelli, descrive bene il fenomeno. Quando un infermiere esperto lascia il proprio Paese, non se ne va solo una persona: se ne va un patrimonio di conoscenze. Nei reparti restano meno professionisti, i turni diventano più pesanti, aumenta il rischio di burnout e peggiora la qualità dell’assistenza.

Le conseguenze possono essere particolarmente gravi nelle aree rurali, nei servizi materno-infantili, nelle emergenze, nelle terapie intensive, nella salute mentale e nell’assistenza territoriale. Dove il personale è già poco, ogni partenza pesa molto di più.

Il danno non è soltanto numerico. Un infermiere esperto forma i colleghi più giovani, riconosce precocemente i segni di peggioramento clinico, gestisce situazioni complesse, educa i pazienti e sostiene le famiglie. Quando queste competenze vengono sottratte a un sistema fragile, l’intera comunità ne risente.

La questione etica

La domanda centrale è: è giusto che i Paesi ricchi colmino le proprie carenze reclutando personale sanitario da Paesi che hanno già difficoltà a garantire cure adeguate alla propria popolazione?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato nel 2010 il Codice globale di pratica sul reclutamento internazionale del personale sanitario. Il Codice non vieta la migrazione, ma invita gli Stati a promuovere un reclutamento etico, rispettoso dei diritti dei lavoratori migranti e attento all’impatto sui sistemi sanitari dei Paesi di origine.

Il principio è chiaro: la mobilità professionale deve essere regolata in modo equo. Non si può impedire a un infermiere di partire, ma non si può nemmeno ignorare il fatto che alcuni Paesi rischiano di essere svuotati delle proprie risorse sanitarie.

Il Consiglio Internazionale degli Infermieri ha più volte richiamato l’attenzione su questo punto: il reclutamento dai Paesi vulnerabili può produrre una sorta di trasferimento di ricchezza dai Paesi poveri ai Paesi ricchi. I primi investono nella formazione, i secondi ne raccolgono i benefici.

Chi ci guadagna e chi perde

A guadagnare sono certamente molti infermieri migranti, che possono migliorare le proprie condizioni economiche e professionali. Guadagnano anche i Paesi di destinazione, che riescono a coprire rapidamente posti vacanti e a mantenere in funzione servizi sanitari sotto pressione.

Ma a perdere possono essere i Paesi di origine, soprattutto quando la migrazione diventa massiccia e non accompagnata da accordi equi. Perdono competenze, continuità assistenziale e capacità di risposta ai bisogni della popolazione. Perdono anche i pazienti, che possono trovarsi davanti a servizi più fragili, tempi di attesa più lunghi e minore disponibilità di cure.

Il punto non è contrapporre infermieri locali e infermieri stranieri. Al contrario, gli infermieri migranti sono spesso una risorsa preziosa e contribuiscono in modo fondamentale alla tenuta dei sistemi sanitari dei Paesi che li accolgono. Il problema riguarda le politiche: se un Paese ricco non forma e non trattiene abbastanza infermieri, non può pensare di risolvere tutto reclutando stabilmente da altri sistemi sanitari già in difficoltà.

Quali soluzioni possibili

Una prima soluzione è investire di più nella formazione infermieristica interna. I Paesi ad alto reddito devono aumentare i posti nei corsi di laurea, sostenere economicamente gli studenti, migliorare il tutoraggio clinico e rendere la professione più attrattiva.

La seconda soluzione è trattenere gli infermieri già presenti. Non basta formarli: bisogna creare condizioni di lavoro sostenibili, con stipendi adeguati, sicurezza, possibilità di carriera, organici sufficienti e riconoscimento professionale.

La terza soluzione riguarda gli accordi internazionali. Quando il reclutamento avviene da Paesi fragili, dovrebbero esistere accordi bilaterali trasparenti, con benefici reali anche per il Paese di origine: investimenti nella formazione, programmi di scambio, supporto alle università, rafforzamento dei servizi sanitari locali e meccanismi di compensazione.

Infine, è necessario valorizzare la leadership infermieristica. Gli infermieri non devono essere considerati solo “personale da reclutare”, ma professionisti capaci di contribuire alla programmazione sanitaria, alla prevenzione, alla gestione della cronicità e alla costruzione di sistemi più equi.

La fuga degli infermieri racconta una delle grandi contraddizioni della sanità globale. Da una parte c’è il diritto dei professionisti a cercare una vita migliore. Dall’altra c’è il diritto delle popolazioni più fragili a ricevere cure sicure e continuative.

Non si tratta di chiudere le frontiere o di colpevolizzare chi parte. Si tratta di costruire una mobilità più giusta, capace di rispettare i lavoratori senza indebolire i sistemi sanitari dei Paesi di origine.

Gli infermieri sono una risorsa preziosa ovunque: nei grandi ospedali europei, nelle cliniche americane, nei villaggi africani, nelle isole, nelle aree rurali e nei servizi territoriali. Se il mondo vuole davvero parlare di salute globale, deve iniziare da qui: garantire che la professione infermieristica sia formata, sostenuta, protetta e valorizzata in ogni Paese, non solo dove ci sono più risorse per comprarla.

La sanità del futuro non potrà reggersi su una competizione tra sistemi sanitari, dove i più forti attraggono personale e i più deboli restano scoperti. Dovrà invece fondarsi su cooperazione, investimenti e responsabilità condivisa. Perché quando un Paese perde i suoi infermieri, non perde solo lavoratori: perde una parte essenziale della propria capacità di prendersi cura della vita.