Qualche giorno fa aspettavo l’elenco di alcune ostetriche per una procedura di trasferimento. Un documento interno, una comunicazione ordinaria, una di quelle che nella pubblica amministrazione sanitaria circolano ogni giorno senza fare rumore. Il titolo era: “ostetrici”.
Dentro, quasi tutte donne. Un solo uomo. La Sanità è ancora indietro per quanto riguarda la parità di genere
Potrebbe sembrare un dettaglio. Una di quelle questioni che vengono liquidate con fastidio: “Non facciamo polemica sulle parole”, “si è sempre scritto così”, “il maschile vale per tutti”, “l’importante è la sostanza”. E invece proprio lì, in quella parola apparentemente innocua, c’è un pezzo enorme della sostanza .
Perché quando un gruppo composto quasi interamente da donne viene nominato al maschile per la presenza di un solo uomo, non siamo davanti a una semplice scelta grammaticale . Siamo davanti a un automatismo culturale. A un riflesso burocratico. A una forma di cancellazione simbolica tanto più efficace quanto più passa inosservata.
La sanità pubblica è piena di donne. Infermiere, ostetriche, dottoresse, operatrici sociosanitarie, tecniche, biologhe, farmaciste, dirigenti, coordinatrici, ricercatrici, professioniste che ogni giorno sostengono reparti, servizi, ambulatori, percorsi nascita, emergenze, continuità assistenziale. Eppure, quando l’amministrazione scrive, troppo spesso torna al maschile come lingua madre del potere : i candidati, i dipendenti, i professionisti, i coordinatori, i dirigenti, gli ostetrici.
Non è solo una questione estetica. Non è “politicamente corretto”. Non è una battaglia da social. È una questione di rappresentazione, di riconoscimento, di precisione istituzionale.
Le parole della pubblica amministrazione non sono neutre. Hanno un peso, producono cornici, stabiliscono chi viene visto e chi resta ai margini. La lingua amministrativa non descrive soltanto la realtà: la organizza. La rende ufficiale. La archivia. La conserva.
Per questo il linguaggio burocratico , quando continua a scegliere il maschile come forma automatica, non sta semplificando: sta confermando una gerarchia antica.
Il paradosso diventa ancora più evidente in sanità . Proprio il sistema che oggi parla di medicina di genere, equità, presa in carico personalizzata, centralità della persona, attenzione alle vulnerabilità e rispetto delle differenze, spesso inciampa sulle sue stesse carte. Chiede ai professionisti di riconoscere la persona assistita nella sua complessità, ma nei documenti interni continua a non riconoscere pienamente le professioniste che quella complessità la gestiscono ogni giorno .
L’Istituto Superiore di Sanità, nelle Raccomandazioni per l’uso di un linguaggio ampio e non discriminatorio dell’identità di genere , lo dice con chiarezza: il linguaggio non è uno strumento asettico. È una dimensione della realtà sociale, un mezzo attraverso cui le persone vengono nominate, riconosciute o, al contrario, rese invisibili. Il maschile sovraesteso non è sempre una scelta innocente . Spesso è il residuo di un tempo in cui alcune professioni, alcuni ruoli e alcune funzioni erano pensati principalmente al maschile.
Oggi quel mondo non esiste più. O meglio: non dovrebbe più esistere.
Continuare a scrivere “ostetrici” quando si parla quasi esclusivamente di ostetriche significa ignorare la realtà concreta davanti agli occhi . Significa preferire una regola appresa per abitudine alla precisione del dato. Significa scegliere il maschile anche quando il femminile è non solo corretto, ma necessario per restituire fedelmente ciò che si sta nominando.
E qui va sgombrato il campo da un equivoco: nessuno chiede di trasformare ogni atto amministrativo in un manifesto ideologico . Nessuno pretende testi illeggibili, formule ridondanti, duplicazioni infinite o soluzioni linguistiche non condivise. Il punto è molto più semplice e molto più radicale: scrivere bene. Scrivere in modo aderente alla realtà. Scrivere senza cancellare.
Le alternative esistono e sono semplic i. In un elenco come quello citato, si poteva scrivere “personale ostetrico”. Oppure “ostetriche e ostetrici”. Oppure, se il contesto lo consentiva, “professioniste e professionisti interessati alla procedura”. La lingua italiana offre strumenti sufficienti per essere chiara, corretta e rispettosa. Il problema non è la mancanza di parole. È la mancanza di attenzione.
Nella pubblica amministrazione sanitaria questa attenzione dovrebbe essere una competenza organizzativa , non una sensibilità individuale lasciata alla buona volontà di chi scrive. I documenti interni, le delibere, gli avvisi, i bandi, le graduatorie, le comunicazioni di servizio, i moduli ECM, le lettere di incarico e le procedure aziendali sono parte della cultura istituzionale. Non sono carta morta. Sono il modo in cui un ente parla di sé e delle persone che lo abitano.
Per questo il linguaggio non discriminatorio non può restare confinato ai convegni sulla parità di genere , alle giornate celebrative o ai piani triennali delle azioni positive. Deve entrare nella modulistica, nei titoli, nei file Excel, nelle mail, nelle circolari, nelle intestazioni, nei campi precompilati. Deve diventare pratica ordinaria.
C’è poi un aspetto che riguarda direttamente le professioni sanitarie. Il lavoro di cura è stato storicamente associato al femminile quando si trattava di darlo per scontato, svalutarlo o considerarlo “naturale” . Ma torna improvvisamente maschile quando deve essere formalizzato, classificato, amministrato o rappresentato come funzione istituzionale. È una torsione sottile: le donne sono sufficientemente visibili quando devono sostenere il carico del sistema, ma diventano grammaticalmente accessorie quando quel sistema deve nominarle.
Non basta dire che le donne sono la maggioranza in molte professioni sanitarie. Bisogna chiedersi perché, pur essendo maggioranza, vengano ancora così spesso assorbite dal maschile nei documenti che le riguardano. Bisogna chiedersi perché “infermiera” sia accettato quando descrive l’assistenza, ma “direttrice”, “coordinatrice”, “dirigente responsabile”, “ricercatrice” o “professionista” suscitino ancora esitazioni, resistenze, sorrisi, fastidi.
Come se il femminile fosse adeguato alla cura, ma meno adatto all’autorità. Le parole rivelano molto più di quanto vorremmo ammettere . Perché descrivono la realtà.
Un’amministrazione sanitaria che continua a scrivere al maschile per abitudine dovrebbe interrogarsi non solo sulla correttezza formale dei propri atti, ma sulla cultura organizzativa che quegli atti trasmettono. Perché la discriminazione non si manifesta solo negli episodi clamorosi . A volte si deposita nelle formule standard, nei titoli dei documenti, nelle etichette dei ruoli, nelle comunicazioni interne che nessuno rilegge davvero. Si normalizza proprio perché non viene percepita come discriminazione.
Eppure è lì che agisce: nella ripetizione. Ogni volta che il maschile viene scelto come default, si manda un messaggio . Ogni volta che un gruppo di professioniste viene nominato al maschile, si manda un messaggio. Ogni volta che la presenza di un solo uomo basta a cambiare il nome di tutte, si manda un messaggio. E quel messaggio dice che il maschile resta la forma generale, istituzionale, autorevole; il femminile, invece, una specificazione, una concessione, una variante da usare solo quando non se ne può fare a meno.
Non è più accettabile.
La pubblica amministrazione sanitaria ha già gli strumenti per cambiare. Esistono raccomandazioni, linee guida, documenti di indirizzo, comitati unici di garanzia, piani per la parità, strategie europee, indicazioni linguistiche chiare. Il tema non è più sapere se si può fare. Il tema è decidere se si vuole davvero fare .
Perché la lingua cambia quando cambia lo sguardo. E lo sguardo cambia quando un’organizzazione smette di considerare “dettagli” le forme con cui riconosce le persone.
La prossima volta che un elenco di ostetriche verrà intitolato “ostetrici”, forse qualcuno dirà ancora che è solo grammatica. Ma la grammatica, nella pubblica amministrazione, non è mai solo grammatica. È potere scritto. È rappresentazione ufficiale.
E in sanità, dove ogni parola può orientare una relazione, definire un ruolo, costruire fiducia o produrre distanza, non possiamo più permetterci una burocrazia che parla di equità nei principi e cancella le donne nei titoli.
Le parole non curano da sole. Ma un sistema che non sa nominare correttamente chi lo tiene in piedi difficilmente saprà riconoscerne fino in fondo il valore .