La carenza del personale infermieristico è una delle fratture più evidenti del Servizio sanitario nazionale. Non è un’impressione, né una formula giornalistica consumata dall’uso. È un problema strutturale che riguarda la tenuta dei reparti, la sicurezza delle cure, la continuità assistenziale, la sostenibilità dei servizi territoriali e la capacità stessa del sistema di rispondere ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e complessa. Che i professionisti della salute in Italia siano meno di quanti servirebbero lo dicono da anni i dati Ocse, le rilevazioni nazionali e l’esperienza quotidiana dei servizi.
Siamo sicuri che il sistema stia cercando tutti gli infermieri disponibili? La carenza del personale infermieristico è una delle fratture più evidenti del Servizio sanitario nazionale.
Il tema è particolarmente sentito anche in Lombardia, dove il dibattito si è concentrato sul Piano Lombardia Infermieri 2026-2028 , con misure dedicate a formazione, borse di studio, monitoraggio dei posti vacanti, incentivi, welfare abitativo e rafforzamento del reclutamento. In parallelo, prosegue il ricorso a strategie di reclutamento internazionale per coprire le carenze più immediate.
Eppure, dentro questa narrazione ormai consolidata, c’è una domanda che rischia di restare fuori campo.
Se gli infermieri e le infermiere mancano davvero, come mai tanti infermieri continuano a restare fuori dal sistema?
A porla è un infermiere calabrese, Rocco Barbaro , che ha scritto alla redazione dopo aver letto un articolo sulla carenza di personale in Lombardia. Nella sua lettera non c’è rivendicazione sterile, né contrapposizione. C’è, piuttosto, il disagio lucido di chi osserva da anni il paradosso di una professione dichiarata indispensabile, ma non sempre realmente intercettata nei percorsi di accesso, mobilità e stabilizzazione.
Il paradosso della carenza La carenza infermieristica non può essere ridotta alla distanza tra organico previsto e organico disponibile . Non è solo il conteggio dei posti vacanti nei reparti, delle domande insufficienti ai corsi di laurea o delle dimissioni volontarie. È anche il risultato di una perdita progressiva di attrattività della professione , di condizioni di lavoro percepite come poco sostenibili, di retribuzioni non proporzionate alle responsabilità e di una mobilità professionale che, nella pratica, non sempre è davvero praticabile.
Dentro questa criticità, la testimonianza ricevuta dalla redazione introduce un secondo livello di lettura. Non basta chiedersi quanti infermieri mancano. Bisogna chiedersi anche quanti professionisti ci sono, ma non vengono intercettati , accompagnati, assunti o messi nelle condizioni reali di accettare un incarico.
L’autore della lettera racconta di essersi laureato in Infermieristica nel 2012 con il massimo dei voti, di aver continuato a formarsi, di aver inviato candidature ad aziende sanitarie, ospedali, strutture pubbliche e private, cooperative e agenzie.
Sinceramente ho perso il conto delle e-mail spedite , scrive. E ancora: Ho partecipato a selezioni, ho atteso graduatorie, ho coltivato speranze che spesso sono rimaste tali .
È qui che la questione cambia prospettiva. Perché il problema non riguarda solo la produzione di nuovi laureati o il reclutamento dall’estero . Riguarda anche la capacità del sistema di non disperdere competenze già formate, già abilitate, già disponibili.
Non solo reclutare, ma rendere possibile scegliere Negli ultimi anni, molte Regioni hanno cercato di rispondere alla carenza infermieristica ampliando i canali di reclutamento . Alcune strategie sono inevitabili nel breve periodo, soprattutto quando i servizi rischiano di non reggere. Il reclutamento internazionale può rappresentare una risposta temporanea, purché governata con criteri di qualità, sicurezza, integrazione linguistica, riconoscimento delle competenze e tutela dei professionisti coinvolti.
Ma nessuna strategia può essere sufficiente se non affronta la radice del problema: rendere la professione infermieristica nuovamente desiderabile, praticabile e sostenibile .
La Lombardia, ad esempio, ha previsto nel nuovo piano anche interventi di welfare abitativo. Non è un dettaglio secondario. Perché oggi accettare un incarico lontano da casa non significa soltanto cambiare sede di lavoro. Significa trasferirsi, sostenere affitti spesso elevati , lasciare reti familiari e sociali, affrontare costi di vita difficilmente compatibili con stipendi che molti professionisti considerano non proporzionati alle responsabilità assistenziali.
Lo dice con chiarezza anche l’infermiere che ha scritto alla redazione: Io vivo in Calabria. Come tanti altri colleghi sarei disposto a trasferirmi al Nord se ci fosse una prospettiva concreta .
Ma trasferirsi , aggiunge, significa lasciare casa, famiglia, affetti e affrontare costi sempre più elevati . Per questo chi compie una scelta così importante dovrebbe avere almeno una certezza minima, un contratto che permetta di costruire un progetto di vita . Anche perché, scrive, senza stabilità lavorativa, spesso non si riesce neppure ad affittare una casa .
Questa frase dovrebbe entrare nel dibattito pubblico sulla carenza di personale. Perché un sistema sanitario non può chiedere disponibilità assoluta senza offrire una cornice minima di stabilità . Non può invocare vocazione quando servono contratti, alloggi, progressioni, sicurezza organizzativa, riconoscimento economico e rispetto professionale.
La vocazione non può sostituire l’organizzazione Uno dei passaggi più significativi della testimonianza riguarda il senso profondo della professione. L’infermieristica non è soltanto un lavoro. È una scelta di vita , scrive l’autore della lettera.
Sono parole vere. Ma proprio perché vere, non devono essere usate contro gli infermieri.
Per troppo tempo la professione infermieristica è stata raccontata attraverso il linguaggio della missione, della dedizione, dell’abnegazione. Termini che restituiscono una parte autentica dell’identità professionale, ma che diventano pericolosi quando sostituiscono il riconoscimento concreto . La cura non può reggersi solo sulla motivazione individuale. La qualità assistenziale non può dipendere esclusivamente dalla resistenza emotiva e fisica dei professionisti.
Un infermiere, un’infermiera non sono risorse genericamente “disponibili”. Sono professionisti sanitari formati, responsabili, iscritti a un Ordine, chiamati a osservare, prevenire, educare, assistere, documentare, comunicare con pazienti, familiari ed équipe multiprofessionali.
Sono spesso i professionisti e le professioniste più vicini alla persona assistita, quello che intercetta un peggioramento, riconosce un bisogno non espresso, costruisce continuità dentro percorsi sempre più frammentati.
L’autore della lettera lo dice in modo semplice: Un infermiere non si limita a somministrare una terapia o a eseguire una procedura . Un infermiere accoglie la sofferenza, rassicura, osserva, previene, accompagna .
Se questa complessità non viene riconosciuta nei contratti, nei modelli organizzativi, nelle dotazioni organiche, nelle opportunità di carriera e nelle condizioni quotidiane di lavoro, la carenza non potrà che aggravarsi.
Guardare anche agli infermieri che aspettano Il punto non è contrapporre infermieri italiani e infermieri stranieri. Sarebbe un errore, oltre che una semplificazione. La sanità ha bisogno di professionisti competenti, ovunque si siano formati , purché inseriti in percorsi sicuri, regolati e rispettosi degli standard professionali.
Il punto è un altro: prima di dichiararli “introvabili”, il sistema deve chiedersi se li sta cercando davvero nel modo giusto .
Li sta cercando nelle graduatorie ancora aperte?
Li sta cercando tra chi è iscritto all’albo ma non esercita?
Li sta cercando tra chi sarebbe disposto a spostarsi, ma non può farlo senza stabilità?
Li sta cercando tra chi ha lasciato il pubblico perché stremato da carichi, turni e retribuzioni non adeguate?
Li sta cercando tra chi si è formato in Italia, ma non ha trovato una porta realmente accessibile?
Forse il problema non è soltanto la carenza , scrive l’infermiere nella sua lettera. Forse bisogna interrogarsi anche su come vengono utilizzate le graduatorie, su come vengono programmate le assunzioni e su come vengono valorizzati i professionisti già presenti sul territorio .
È una riflessione politica, organizzativa e professionale. Riguarda Regioni, aziende sanitarie, università, Ordini professionali, sindacati e decisori nazionali. Perché la carenza infermieristica non si risolve solo aumentando i posti nei corsi di laurea . Non si risolve solo con bandi straordinari. Non si risolve solo con il reclutamento internazionale.
Si affronta costruendo una filiera coerente: orientamento, formazione, ingresso nel lavoro, stabilizzazione, valorizzazione, sviluppo di carriera, retention.
E si affronta anche con una domanda di metodo: perché non costruire una sintesi più efficace tra istituzioni, aziende sanitarie, organizzazioni sindacali e Ordini professionali per capire dove sono i professionisti disponibili, quali ostacoli incontrano e quali condizioni potrebbero rendere realmente possibile il loro rientro o ingresso nel sistema?
Dietro ogni curriculum c’è una persona La parte più forte della testimonianza è forse quella meno tecnica, ma più necessaria.
Io non cerco privilegi. Non cerco corsie preferenziali. Non cerco favori. Cerco semplicemente la possibilità di svolgere la professione che ho scelto e per la quale ho studiato .
In queste parole c’è il senso di una questione che non può essere letta solo attraverso la lente amministrativa . Dietro ogni candidatura non c’è un file allegato. C’è una biografia professionale. Ci sono anni di studio, tirocini, esami, attese, tentativi, rinunce. C’è una persona che continua a sentirsi infermiere anche quando il sistema non gli ha ancora permesso di esserlo pienamente.
Continuo a sentirmi infermiere anche se non ho avuto la possibilità di esercitare questa professione come avrei desiderato”, scrive. “Continuo a essere iscritto all’albo. Continuo a formarmi. Continuo a credere nei valori che mi hanno portato a scegliere questa strada .
Forse è da qui che bisognerebbe ripartire.
Non da una retorica dell’emergenza, ma da una programmazione seria. Non dalla ricerca affannosa dell’ultima soluzione tampone, ma da una domanda di responsabilità collettiva. Quanti infermieri mancano? Quanti infermieri abbiamo perso, scoraggiato, non ascoltato, non trattenuto, non accompagnato?
Se davvero gli infermieri sono indispensabili, allora devono diventare indispensabili anche nelle scelte politiche, economiche e organizzative. Non solo nei comunicati. Non solo nelle celebrazioni. Non solo quando mancano.
La carenza infermieristica è reale. Ma reale è anche l’esistenza di professionisti pronti a contribuire, purché il sistema sappia offrire condizioni credibili, trasparenti e sostenibili.
Molti di noi ci sono. Sono preparati. Sono motivati. Sono disponibili. Stanno soltanto aspettando un’opportunità .
Forse, prima di dire che gli infermieri e le infermiere sono introvabili, dovremmo chiederci se abbiamo davvero imparato a cercarli.