Mentre il Paese rallenta e si concede il linguaggio della festa, negli ospedali, nei servizi territoriali e nei luoghi della fragilità l’assistenza continua. È forse da qui che conviene partire, quest’anno, per fare il punto sulla professione infermieristica: non dagli auguri, ma da ciò che ancora regge e da ciò che, invece, non può più essere lasciato così.
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La Pasqua, per la sanità, non è una parentesi. Non sospende i ricoveri, non alleggerisce i turni, non riduce la complessità, non corregge le carenze. Mentre il Paese rallenta, nei reparti, nei pronto soccorso, nei servizi territoriali e nelle strutture assistenziali continua a succedere ciò che succede ogni giorno: qualcuno peggiora, qualcuno aspetta, qualcuno ha paura, qualcuno resta solo. E qualcun altro continua a esserci.
È da questa frattura tra il calendario della festa e il calendario della cura che conviene partire. Perché la professione infermieristica, più di molte altre, conosce il lato meno ornamentale del tempo sociale. Sa che ci sono giorni in cui tutto sembra fermarsi e luoghi in cui, invece, non ci si può permettere alcuna tregua. Sa anche che le festività, dentro i servizi, non trasformano nulla: non assorbono la fatica accumulata, non rendono più sostenibili gli organici, non restituiscono da sole dignità a una professione che continua a essere raccontata molto e sostenuta troppo poco.
Ed è qui che ogni editoriale pasquale rischia di fallire. Perché basta un attimo per rifugiarsi nel repertorio conosciuto: la dedizione, il sacrificio, la speranza, l’umanità della cura. Tutte parole vere, ma spesso usate nel modo sbagliato, parole che più che descrivere la realtà, la addolciscono. E quando si parla di infermieri, questa operazione produce quasi sempre lo stesso effetto: alleggerisce il sistema dalle sue responsabilità e trasferisce tutto il peso morale su chi continua, comunque, a tenere insieme il lavoro quotidiano.
Il punto, infatti, non è ricordare che gli infermieri lavorano anche a Pasqua. Lo sappiamo. Il punto è chiedersi perché continuiamo a raccontare questa evidenza come se bastasse, da sola, a spiegare la professione. Non basta. Anzi, talvolta serve a coprire ciò che sarebbe più utile dire con chiarezza: una parte decisiva del Servizio sanitario continua a reggersi su un equilibrio sempre più esposto, in cui il senso di responsabilità del personale infermieristico compensa troppo spesso ciò che l’organizzazione non riesce più a garantire.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha fatto della professione infermieristica un simbolo: simbolo della tenuta dei servizi, della prossimità, della parte migliore della sanità. Ma una professione non può vivere a lungo nel solo spazio del simbolo. A un certo punto chiede materia: condizioni di lavoro, riconoscimento, sviluppo, autonomia, salari adeguati, prospettive credibili. Chiede, soprattutto, di uscire dall’equivoco per cui essere indispensabili significhi dover sopportare tutto.
È qui che la Pasqua può diventare una buona occasione di dibattito, ma solo se la si sottrae alla retorica. Non per parlare genericamente di speranza, ma per misurare la distanza tra il linguaggio con cui il Paese celebra la cura e il modo in cui la cura viene concretamente organizzata. Perché la verità è che oggi la professione infermieristica vive una contraddizione che non può più essere edulcorata: da una parte continua a essere centrale in ogni discorso sulla qualità dell’assistenza; dall’altra resta spesso marginale quando si tratta di decidere priorità, investimenti, modelli e traiettorie di valorizzazione.
Questa contraddizione ha effetti visibili. Si vede nella fatica cronica dei contesti più esposti. Si vede nella difficoltà a rendere attrattiva la professione per le nuove generazioni. Si vede nel numero crescente di professionisti che non mettono in discussione il valore clinico e umano del proprio lavoro, ma iniziano a mettere in discussione la sostenibilità delle condizioni in cui quel lavoro viene chiesto. Si vede anche in un malessere meno rumoroso e, proprio per questo, più insidioso: la sensazione che alla professione venga domandato continuamente di reggere, raramente di scegliere.
Dentro questa fase difficile però non c’è solo usura, ma anche una consapevolezza più nitida rispetto al passato. Gli infermieri oggi hanno imparato a riconoscere meglio il valore del proprio perimetro professionale, a nominare con maggiore precisione i limiti organizzativi, a rivendicare con meno timidezza il tema delle competenze, della formazione avanzata, della responsabilità clinica, della leadership. In altre parole: se il sistema continua talvolta a guardare agli infermieri come alla struttura portante da usare finché regge, la professione ha iniziato a guardare a se stessa in modo più esigente.
Ed è forse questa la notizia meno raccontata. Non soltanto la fatica, ma la fine di una certa disponibilità silenziosa. Non la rinuncia alla cura, ma la crescente indisponibilità a confondere la cura con l’adattamento permanente. Non la perdita di senso, ma il rifiuto di un sistema che continua a chiedere senso senza restituire abbastanza condizioni per sostenerlo.
In questa prospettiva, la Pasqua non è il tempo degli auguri alla professione. È il tempo delle domande scomode. Quanto può durare un sistema che considera il personale infermieristico essenziale soprattutto quando deve coprire un vuoto? Quanto può reggere una professione che continua a tenere insieme tecnica, relazione, continuità assistenziale e gestione della complessità, senza che a questa centralità corrisponda sempre una pari forza nelle scelte organizzative e politiche? E ancora: quanta parte della crisi attuale nasce non da una carenza di "vocazione", ma da un eccesso di tolleranza verso condizioni che abbiamo smesso troppo tardi di chiamare per nome?
Il punto è avere il coraggio di usare parole esatte. Dire che la professione infermieristica è una delle grandi questioni aperte della sanità italiana. Dire che il problema non è la disponibilità degli infermieri a esserci, ma l’abitudine del sistema a contarci. Dire che non serve una nuova stagione di celebrazioni, ma una stagione adulta di decisioni.
Perché la cura non si difende con i tributi simbolici. Si difende costruendo contesti in cui chi assiste non sia costretto a scegliere ogni giorno tra qualità professionale e sopravvivenza organizzativa. Si difende rendendo la professione desiderabile, praticabile, sostenibile. Si difende smettendo di trattare il personale infermieristico come la parte moralmente più affidabile del sistema e cominciando a trattarlo, finalmente, come una delle sue priorità strutturali.
La Pasqua, in fondo, può servire anche a questo: non a consolare la professione, ma a guardarla senza filtri. E a riconoscere che il punto non è se gli infermieri continueranno a fare la loro parte. Con ogni probabilità, continueranno a farla. Il punto vero è se il sistema, una volta tanto, deciderà di fare la propria.
Cosicchè si compia una vera resurrezione della professione infermieristica.