Fnopi: 30mila professionisti all’estero, sistema sotto pressione

Scritto il 16/04/2026
da Redazione

La carenza di infermieri in Italia non è una novità, ma oggi assume contorni più complessi e richiede risposte strutturali. È quanto evidenziato da Barbara Mangiacavalli, presidente della Fnopi, intervenuta al convegno “Adnkronos Q&A – Salute, prevenzione e risorse: le sfide”, in corso a Roma. Un tema che si ripresenta nel tempo, ma che oggi si intreccia con nuovi fattori: fuga all’estero, sviluppo della sanità territoriale e difficoltà nel rendere la professione realmente attrattiva.

Un problema che torna ciclicamente

mangiacavalli

La carenza di infermieri non è un problema nuovo. In Italia si ripresenta a cicli dagli anni ’80, circa ogni 15-18 anni, ha spiegato Mangiacavalli. Negli anni sono state introdotte diverse misure come incentivi economici, miglioramenti contrattuali e borse di studio, ma spesso senza effetti duraturi.

Oggi si sta cercando di affrontare il problema in modo più strutturale, perché le soluzioni temporanee non bastano, ha aggiunto. Uno degli elementi che pesa maggiormente è la mobilità internazionale. Circa 30mila infermieri italiani lavorano all’estero, ha sottolineato la presidente Fnopi.

Non si tratta solo di una questione economica: “All’estero vengono riconosciute e valorizzate maggiormente competenze e professionalità”. Un segnale chiaro di come il tema della valorizzazione professionale sia ormai centrale quanto quello retributivo.

Carenza e fabbisogni reali

Secondo la Corte dei conti, in Italia mancano circa 65mila infermieri. Un dato che, però, potrebbe essere inferiore al fabbisogno reale del sistema. A questo si aggiunge la necessità di personale per lo sviluppo dell’assistenza territoriale: Servirebbero circa 29mila infermieri aggiuntivi per attuare il Decreto 77, ha ricordato Mangiacavalli.

Numeri che fotografano una difficoltà strutturale nel garantire gli organici necessari. Il potenziamento della sanità di prossimità rappresenta uno dei principali obiettivi del sistema, ma resta ancora in fase iniziale.

Ad oggi sono stati reclutati circa 7mila infermieri di famiglia e comunità, con differenze significative tra le Regioni. Le Case di comunità dovrebbero diventare il fulcro di questa rete, integrate con medici, specialisti e servizi sociosanitari, anche attraverso strumenti di telemedicina.

Si costruirebbe una vera sanità di prossimità, in cui il cittadino viene seguito in modo continuo e integrato, ha spiegato la Mangiacavalli.

Per Mangiacavalli, la risposta non può limitarsi ad aumentare il numero di infermieri. La sanità moderna non può più basarsi su singole professionalità che lavorano in modo isolato, ma deve essere organizzata in team multidisciplinari e integrati, ha evidenziato.

Un passaggio che richiama direttamente il tema dell’organizzazione del lavoro e della valorizzazione delle competenze.