Quando il corridoio diventa reparto: corridor care e moral injury nella pratica clinica contemporanea
Scritto il 03/04/2026
da Mauro Mastronardi
Ci sono immagini che, più di qualsiasi report, raccontano lo stato di un sistema sanitario: barelle allineate lungo un corridoio, tende improvvisate per garantire un minimo di riservatezza, monitor che suonano in spazi pensati per il passaggio e non per la cura. In molti Dipartimenti di Emergenza-Urgenza questa scena non è più episodica. È diventata parte della quotidianità. E ha un nome: corridor care. Non si tratta soltanto di un problema logistico. È un fenomeno documentato in letteratura, associato a conseguenze cliniche, organizzative ed etiche. E sta producendo un effetto meno visibile ma altrettanto rilevante: una crescente moral injury tra i professionisti sanitari.
Il sovraffollamento non è un’impressione: è un dato
Corridoio di ospedale
La comunità scientifica ha da tempo chiarito che il sovraffollamento dei Pronto Soccorso non rappresenta solo un disagio operativo.
Una revisione sistematica pubblicata da Morley e colleghi ha evidenziato l’associazione tra overcrowding, aumento della mortalità, ritardi nei trattamenti ed eventi avversi (Morley et al., 2018). Analogamente, Carter e colleghi hanno documentato la relazione tra permanenze prolungate in PS e peggiori esiti intraospedalieri (Carter et al., 2014).
Non sono solo numeri: sono antibiotici somministrati in ritardo, diagnosi che attendono, ricoveri che si prolungano.
A livello internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato apertamente di crisi della forza lavoro sanitaria in Europa, indicando carenza di personale e aumento della complessità assistenziale come fattori determinanti (WHO Europe, 2022).
In Italia, il Ministero della Salute e AGENAS descrivono una rete dell’emergenza-urgenza sottoposta a forte pressione, con difficoltà nel turnover dei posti letto e carenze di personale (Ministero della Salute, Annuario Statistico SSN; AGENAS, 2021–2025).
Il corridoio diventa così il punto in cui lo squilibrio strutturale tra domanda e capacità di risposta si rende visibile.
Oltre il burnout: la moral injury
Per anni il disagio dei professionisti sanitari è stato ricondotto principalmente al burnout, definito dall’Oms come sindrome legata allo stress cronico lavorativo (WHO, ICD-11, 2019).
Nel 2019 Dean e colleghi hanno proposto una lettura diversa: non sempre si tratta di esaurimento, talvolta è una moral injury (Dean et al., 2019), la distinzione è cruciale.
Il burnout riguarda l’affaticamento emotivo. La moral injury riguarda il conflitto etico.
Si manifesta quando il professionista:
sa quale sarebbe lo standard di cura appropriato ma non riesce a garantirlo per vincoli organizzativi.
non può assicurare dignità e riservatezza.
deve frammentare il tempo tra troppi pazienti.
percepisce una distanza crescente tra ciò che dovrebbe fare e ciò che il contesto consente di fare.
Il Codice Deontologico della Fnopi richiama esplicitamente la tutela della dignità, della sicurezza e della riservatezza della persona assistita. Principi analoghi sono presenti nei codici deontologici medici europei.
Quando l’ambiente organizzativo non permette di applicare tali principi, il disagio non è solo operativo: è identitario.
La letteratura internazionale collega l’esposizione prolungata a distress morale a riduzione della soddisfazione lavorativa e aumento dell’intenzione di lasciare la professione.
Conclusione
La corridor care non è un’anomalia temporanea. È un indicatore di stress sistemico.
Le evidenze mostrano un’associazione con peggiori outcome clinici e con fenomeni di moral injury tra medici e infermieri.
Il rischio più grande non è soltanto clinico. È culturale: normalizzare l’eccezione. Riconoscere il legame tra organizzazione, sicurezza e integrità morale è il primo passo per evitare che il corridoio diventi il nuovo standard della cura.