Screening del tumore del colon-retto: chi deve farlo e perché è decisivo
Scritto il 13/02/2026
da Redazione
Il tumore del colon-retto è il più frequente in Italia considerando uomini e donne insieme. Nella maggior parte dei casi origina da polipi benigni che impiegano anni a trasformarsi in lesioni maligne. È in questa finestra temporale che lo screening consente diagnosi precoce e prevenzione, riducendo in modo significativo il rischio di malattia avanzata.
Perché lo screening è efficace
Il Ministero della Salute consiglia il test del sangue occulto nelle feci ogni due anni tra i 50 e i 69 anni.
Il tumore del colon-retto si sviluppa quasi sempre a partire da polipi adenomatosi, lesioni benigne che possono evolvere in carcinoma nell’arco di 7-15 anni.
Questo lungo intervallo rappresenta il momento ideale per intercettare e rimuovere le lesioni prima che diventino pericolose.
I polipi tendono a sanguinare e sporgono dalla mucosa intestinale, due caratteristiche che li rendono individuabili con test mirati. Per questo i programmi di screening organizzati utilizzano principalmente:
La colonscopia è invece indicata come esame di secondo livello, in caso di positività al test iniziale.
Cosa cambia nella pratica
Lo screening del colon-retto rappresenta uno degli interventi di prevenzione oncologica più efficaci disponibili. La diagnosi precoce permette di intervenire su lesioni ancora benigne o in fase iniziale, con impatto diretto sulla sopravvivenza e sulla qualità di vita.
Per i professionisti sanitari, in particolare per gli infermieri coinvolti nei percorsi di screening e nella presa in carico dei pazienti, l’adesione ai programmi organizzati resta un obiettivo prioritario di salute pubblica.
La sfida non è solo clinica, ma organizzativa: garantire accesso uniforme, informazione corretta e continuità del percorso diagnostico-terapeutico.