Maniche lunghe degli operatori sanitari contaminate nell’80% dei casi

Scritto il 12/02/2026
da Chiara Sideri

Gli indumenti degli operatori sanitari sono da tempo considerati un possibile veicolo di microrganismi negli ambienti di cura. Camici, felpe e giacche a maniche lunghe entrano quotidianamente in contatto con pazienti, superfici e dispositivi, trasformandosi in potenziali serbatoi di batteri. In diversi Paesi, come il Regno Unito, questo rischio ha portato all’introduzione di politiche nazionali sull’abbigliamento, tra cui il principio del bare below the elbows. In Italia, invece, non esiste una norma nazionale specifica che disciplini in modo uniforme l’uso delle maniche lunghe durante l’assistenza. Le regole sul dress code sanitario sono affidate a protocolli aziendali e valutazioni locali del rischio biologico, con indicazioni spesso eterogenee tra una struttura e l’altra. In questo contesto si inserisce un recente studio prospettico osservazionale pubblicato su Infection Control & Hospital Epidemiology, che ha analizzato la contaminazione delle maniche lunghe durante l’assistenza diretta. La ricerca, condotta in un ospedale terziario su 280 operatori sanitari, mostra una frequente presenza di batteri sugli indumenti, inclusi microrganismi potenzialmente patogeni, riaprendo la riflessione sulle politiche di abbigliamento anche nel contesto italiano.

Cosa emerge dallo studio

divisa infermieri maniche lunghe

Il campionamento microbiologico delle maniche ha evidenziato che oltre l’80% degli indumenti presentava crescita batterica. In circa un caso su cinque era presente almeno un microrganismo considerato potenzialmente patogeno.

Tra i batteri identificati figuravano:

  • streptococchi alfa-emolitici
  • specie di Bacillus
  • batteri Gram-negativi
  • Staphylococcus aureus

Nella maggioranza dei casi si trattava di batteri commensali della cute, ma una quota significativa dei campioni presentava patogeni o una combinazione di patogeni e flora commensale. Questi dati confermano quanto già osservato in studi precedenti: l’abbigliamento sanitario può contaminarsi rapidamente durante l’attività clinica, anche in assenza di sporco visibile.

Nessuna trasmissione documentata ai pazienti

Per valutare il rischio di trasmissione, i ricercatori hanno eseguito un’analisi genomica dei ceppi batterici isolati dalle maniche, confrontandoli con quelli presenti nei pazienti.

L’analisi non ha evidenziato correlazioni genetiche tra i batteri presenti sugli indumenti e quelli isolati durante l’assistenza clinica. Questo suggerisce che, pur essendo frequente la contaminazione, lo studio non ha documentato episodi di trasmissione diretta ai pazienti.

Un quadro normativo frammentato

A differenza del modello britannico, in Italia non esiste una normativa nazionale specifica che disciplini in modo uniforme l’abbigliamento del personale sanitario o che introduca una policy analoga al “bare below the elbows”.

Il riferimento principale è il Decreto legislativo 81/2008, che disciplina la sicurezza nei luoghi di lavoro e impone al datore di lavoro la valutazione dei rischi, compreso quello biologico, e l’adozione di misure preventive e protettive adeguate.

In questo contesto, l’abbigliamento professionale rientra tra gli strumenti di protezione collettiva e individuale, ma le scelte operative vengono demandate alle singole organizzazioni sanitarie.

In assenza di una norma nazionale specifica, le regole sul dress code sanitario sono stabilite a livello aziendale o regionale. I regolamenti interni delle strutture prevedono generalmente:

  • uso di divise dedicate all’attività assistenziale
  • cambio degli indumenti all’interno della struttura
  • divieto di uscire all’esterno con la divisa
  • procedure di lavanderia centralizzata o controllata

In molte realtà, soprattutto in contesti ad alto rischio infettivo, i protocolli aziendali raccomandano:

  • assenza di gioielli e accessori alle mani
  • unghie corte e senza smalto
  • utilizzo di divise a maniche corte durante l’assistenza diretta

Tuttavia, queste indicazioni non sono uniformi sul territorio nazionale e dipendono dalla valutazione del rischio biologico effettuata a livello locale, oltre che dalle politiche di prevenzione delle infezioni adottate dalle singole aziende sanitarie.

Il risultato è un quadro eterogeneo, in cui coesistono realtà con regolamenti molto restrittivi e altre con indicazioni più permissive, senza uno standard nazionale condiviso.