In occasione della Giornata Mondiale del Malato, più che celebrare una ricorrenza, per chi lavora in sanità è inevitabile fermarsi su una parola semplice e insieme complessa: malato. Una parola che nei documenti diventa “paziente”, nei sistemi informativi un numero di letto, nei turni una consegna. Ma che, per un infermiere, resta prima di tutto una persona.
Il malato visto dal letto, non dalla cartella Giornata Mondiale del Malato
L’infermiere è il professionista che più a lungo rimane accanto al malato . Non lo incontra solo durante la terapia, il monitoraggio, la procedura, ma nella continuità delle ore: nella notte che non passa, nell’attesa di un esito, nella fatica di un corpo che cambia.
Dal punto di vista infermieristico, il malato non coincide con la diagnosi. È un equilibrio alterato: fisiologico, emotivo, sociale. È un bisogno di autonomia che si riduce, una vulnerabilità che emerge, una biografia che improvvisamente si confronta con un limite. L’assistenza infermieristica nasce qui : nell’osservazione clinica, certo, ma anche nella capacità di leggere ciò che non è scritto nei parametri vitali .
Ogni turno è un esercizio di prossimità. Significa misurare una pressione, ma anche misurare una paura. Significa spiegare una terapia, ma anche tradurre un linguaggio medico in parole comprensibili. Significa garantire sicurezza, prevenire errori, intercettare segnali precoci di deterioramento. E farlo mantenendo uno sguardo che riconosce la persona, non solo il caso clinico.
Nella quotidianità dei reparti, il malato è spesso fragile. Fragile fisicamente, quando dipende da un accesso venoso, da un ventilatore, da un presidio. Fragile psicologicamente, quando la malattia interrompe progetti, lavoro, relazioni. Fragile socialmente, quando la dimissione apre interrogativi su chi lo assisterà a casa, su quali risorse saranno disponibili.
Per l’infermiere, prendersi cura significa tenere insieme queste dimensioni . La competenza tecnica è indispensabile, ma non sufficiente. Servono ascolto e comunicazione. A volte l’infermiere è il primo a cogliere un disagio, a segnalare un bisogno non espresso, a farsi mediatore tra il malato, la famiglia e l’équipe.
La dignità della persona malata si difende nei dettagli: nel rispetto dell’intimità durante una manovra, nel tempo dedicato a una spiegazione, nella scelta di chiamarla per nome. In un sistema sanitario sotto pressione, dove i tempi sono stretti e gli organici spesso insufficienti, mantenere questa attenzione è una sfida quotidiana.
La Giornata Mondiale del Malato non può ridursi a un momento simbolico. Per gli infermieri, il malato è presenza costante : è la ragione stessa della professione. Ricordarlo significa ribadire che qualità delle cure e qualità delle relazioni non sono dimensioni separate.
Significa anche riconoscere che la sicurezza del malato passa attraverso condizioni di lavoro adeguate , formazione continua, organizzazioni che permettano tempo e attenzione. Non c’è cura centrata sulla persona se chi assiste non è messo nelle condizioni di farlo.
In fondo, dal punto di vista dell’infermiere, il malato non è solo colui che soffre una patologia. È qualcuno che affida a un altro essere umano una parte della propria vulnerabilità. E ogni volta che quell’affidamento viene accolto con competenza, rispetto e responsabilità, la cura diventa qualcosa di più di un atto sanitario: diventa relazione.