Eosinofilia

Scritto il 26/01/2026
da Chiara Sideri

L’eosinofilia è un reperto frequente negli esami ematochimici, ma il suo significato clinico varia da condizioni benigne a patologie potenzialmente gravi. Riconoscerne le cause, i livelli di rischio e le implicazioni assistenziali è fondamentale per una corretta presa in carico del paziente. L’aumento degli eosinofili nel sangue periferico rappresenta una delle alterazioni più comuni riscontrate nell’emocromo. Spesso intercettata in modo occasionale, l’eosinofilia può essere transitoria e clinicamente irrilevante oppure il primo segnale di una patologia sistemica complessa. La difficoltà sta nel comprendere quando osservare e quando approfondire, evitando sia sottovalutazioni sia eccessi diagnostici.

Il ruolo biologico degli eosinofili

eosinofilia

Gli eosinofili sono granulociti derivati dal midollo osseo, regolati principalmente da citochine come l’interleuchina-5 (IL-5). Svolgono un ruolo chiave:

  • nella risposta immunitaria contro parassiti multicellulari
  • nei meccanismi infiammatori di tipo allergico
  • nella modulazione della risposta immunitaria adattativa

Oltre alla loro funzione difensiva, gli eosinofili possono però diventare cellule effettrici di danno, rilasciando proteine citotossiche, radicali ossidativi e mediatori pro-infiammatori capaci di lesionare i tessuti.

Definizione e classificazione

Dal punto di vista clinico, l’eosinofilia viene definita sulla base del numero assoluto di eosinofili, non sulla percentuale:

  • eosinofilia lieve: 500–1.500 cellule/µL
  • eosinofilia moderata: 1.500–5.000 cellule/µL
  • eosinofilia severa: >5.000 cellule/µL

Questa distinzione è rilevante perché il rischio di complicanze, in particolare il danno d’organo, aumenta con la persistenza e con l’entità dell’aumento.

Quando l’eosinofilia diventa una sindrome

Si parla di sindrome ipereosinofila quando l’eosinofilia è:

  • persistente
  • superiore a 1.500 cellule/µL
  • associata a segni di danno d’organo non spiegabili da altre cause

Il cuore è uno degli organi più vulnerabili: l’infiltrazione eosinofila può determinare miocardite, fibrosi endomiocardica e insufficienza cardiaca. Anche polmoni, tratto gastrointestinale, cute e sistema nervoso possono essere coinvolti.

Il percorso diagnostico

L’eosinofilia non è una diagnosi, ma un segnale biologico che richiede interpretazione clinica. La valutazione deve includere:

  • anamnesi dettagliata (farmaci, allergie, viaggi, esposizioni)
  • valutazione dei sintomi sistemici
  • controllo seriato dell’emocromo
  • eventuali esami di secondo livello (immunologici, infettivologici, ematologici)

Il monitoraggio nel tempo è spesso più informativo del singolo valore.

Implicazioni per la pratica infermieristica

Nel contesto assistenziale, l’infermiere è impegnato a intercettare segnali clinici correlati all’eosinofilia. In particolare:

  • osserva variazioni cliniche e cutanee
  • monitora la comparsa di dispnea, dolore toracico, sintomi gastrointestinali
  • segnala tempestivamente alterazioni persistenti degli esami ematici
  • supporta il paziente nella comprensione del percorso diagnostico

L’educazione sanitaria è cruciale soprattutto nei pazienti con eosinofilia persistente, che spesso vivono un periodo prolungato di incertezza clinica.

L’eosinofilia rappresenta un esempio emblematico di come un singolo parametro laboratoristico possa riflettere condizioni molto diverse tra loro. La gestione efficace richiede:

  • integrazione tra clinica, laboratorio e assistenza
  • collaborazione tra infermieri, medici di medicina generale e specialisti
  • attenzione alla persona oltre al dato numerico