Pronto soccorso come punto di accesso “universale”
Accessi impropri in Pronto Soccorso
Secondo i dati dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS), nel 2023 si sono registrati oltre 18 milioni di accessi ai Pronto Soccorso, di cui circa 4 milioni classificabili come impropri, pari a circa il 22–24% del totale, ovvero un accesso su quattro.
Si tratta di una stima nazionale che rappresenta una media: le percentuali possono variare in modo significativo in base ai territori, all’organizzazione dei servizi e ai criteri utilizzati per definire l’appropriatezza.
L’indagine conoscitiva condotta dalla XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati (maggio 2024) conferma che il PS viene sempre più utilizzato come punto di accesso “universale” al sistema sanitario, anche in assenza di condizioni di reale emergenza.
Questo avviene in un contesto paradossale, in cui una parte della popolazione rinuncia alle cure o incontra difficoltà nell’accesso ai servizi territoriali, mentre un’altra si rivolge direttamente al PS per bisogni che potrebbero essere gestiti altrove. In questo scenario, la distinzione tra urgenza clinica e urgenza percepita risulta sempre più sfumata.
Una delle distorsioni più diffuse è l’equazione tra inappropriatezza e codice di triage (bianco o verde). Lo studio osservazionale condotto dalla Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) nella provincia di Piacenza offre una lettura più articolata del fenomeno.
Su 300 accessi analizzati, il 51% è stato giudicato clinicamente inappropriato; tuttavia, l’87% degli accessi avveniva senza alcun contatto preventivo con il Medico di Medicina Generale (MMG). Nei casi in cui il MMG era stato coinvolto come filtro clinico, l’appropriatezza dell’accesso saliva al 79%.
Questo dato, riferito a un contesto locale e a un campione definito, evidenzia che l’inappropriatezza non coincide automaticamente con il codice di triage, ma è fortemente associata al mancato utilizzo dei percorsi territoriali.
Il cosiddetto “salto del filtro” non può essere interpretato come un comportamento superficiale o irresponsabile. Le analisi dell’Associazione dei Coordinatori Ospedalieri di Pronto Soccorso (ACOP), le audizioni parlamentari e le testimonianze degli operatori sanitari indicano motivazioni ricorrenti: la ricerca di diagnostica immediata, la percezione che il PS garantisca risposte più rapide e complete, la difficoltà, reale o percepita, nel contattare il medico di famiglia e la scarsa conoscenza delle alternative disponibili.
Servizi come i Centri di Assistenza e Urgenza (CAU), la Continuità Assistenziale o gli ambulatori per le urgenze minori risultano spesso poco noti o non chiaramente identificabili dalla popolazione.
A questo si aggiunge un deficit strutturale di educazione sanitaria. Molti cittadini non dispongono di strumenti adeguati per distinguere tra emergenza, urgenza differibile e bisogno assistenziale programmabile.
La comunicazione istituzionale appare frammentata e discontinua, mentre media generalisti e social media, oggi principali canali informativi per ampie fasce di popolazione, tendono a privilegiare narrazioni emotive o episodiche, piuttosto che contenuti orientativi chiari, accessibili e basati su evidenze scientifiche.
Gli accessi impropri non rappresentano soltanto un problema organizzativo. Come sottolineato da ACOP, il sovraffollamento dei PS aumenta il rischio clinico, rallenta i percorsi tempo-dipendenti, riduce l’aderenza alle linee guida e amplifica lo stress professionale. Il risultato è un contesto assistenziale ad alta pressione, che espone pazienti e operatori a maggiori rischi e contribuisce all’aumento di conflittualità e burnout.
Il fenomeno risulta ulteriormente accentuato dalla disomogeneità dei servizi territoriali. In alcune Regioni, l’implementazione dei CAU e della rete delle Case della Comunità, previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), ha migliorato l’orientamento dei cittadini; in altre, il territorio rimane fragile, poco accessibile e scarsamente integrato con l’ospedale. L’area dell’emergenza-urgenza, già caratterizzata da elevati tassi di turnover e abbandono professionale, subisce in modo diretto l’impatto degli accessi impropri, con ricadute sulla sostenibilità del sistema.
Ridurre gli accessi impropri richiede interventi strutturali e coerenti. Un sistema di orientamento unificato, digitale e telefonico, potrebbe facilitare l’instradamento dei cittadini verso il servizio più appropriato. L’informazione sanitaria deve diventare continuativa, multicanale e accessibile, coinvolgendo anche media e social network come strumenti di educazione sanitaria.
È inoltre necessario garantire tempi certi per la diagnostica differibile, poiché l’urgenza percepita nasce spesso dalla lentezza dei percorsi ambulatoriali. La Medicina di Comunità deve evolvere in senso realmente multiprofessionale, valorizzando il ruolo degli infermieri di famiglia e comunità e rafforzando i percorsi di presa in carico precoce.
In questo quadro, gli accessi impropri non sono il risultato di un’utenza disattenta, ma l’espressione di un sistema che genera incertezza e rende il Pronto Soccorso l’unica risposta percepita come affidabile. Il PS non è la causa del problema, ma il luogo in cui le criticità del sistema diventano evidenti. Il cambiamento non passerà dal convincere i cittadini a “usarlo meno”, ma dalla costruzione di una rete territoriale capace di rispondere, orientare e prendersi cura in modo tempestivo, comprensibile e continuo.

