I trial clinici che potrebbero cambiare la medicina nel 2026

Scritto il 29/12/2025
da Chiara Sideri

Nel panorama della ricerca clinica, alcuni studi hanno il potenziale di cambiare realmente la pratica sanitaria. Non perché promettono soluzioni immediate, ma perché aprono traiettorie nuove e concrete per la prevenzione e il trattamento di patologie ad alto impatto globale. È questo il filo conduttore della rassegna pubblicata su Nature Medicine, che individua undici trial clinici destinati a orientare la medicina del prossimo futuro, con risultati attesi tra il 2026 e gli anni immediatamente successivi. La selezione include vaccini di nuova generazione, terapie cellulari e geniche, anticorpi monoclonali a lunga durata d’azione e strategie innovative per malattie infettive, oncologiche, cardiovascolari e autoimmuni.

Un nuovo vaccino contro la tubercolosi

La tubercolosi continua a rappresentare una delle principali cause di morte per malattia infettiva nel mondo.

L’unico vaccino attualmente disponibile, il Bacillo di Calmette-Guérin (BCG), protegge soprattutto nei primi anni di vita, mentre l’efficacia diminuisce in adolescenza e nell’età adulta, cioè proprio nelle fasce che contribuiscono maggiormente alla trasmissione della malattia.

Il vaccino M72/AS01E è stato sviluppato per colmare questo vuoto.

Il trial di fase 3 coinvolge circa 20mila persone in Paesi ad alta incidenza e valuta la capacità del vaccino di prevenire la progressione dall’infezione latente alla tubercolosi polmonare attiva, confermata microbiologicamente. Se i risultati saranno positivi, potrebbe diventare il primo vero strumento di prevenzione efficace anche negli adulti.

Long COVID

Il long COVID è una condizione complessa, spesso caratterizzata da stanchezza marcata, peggioramento dei sintomi dopo sforzi minimi e ridotta qualità di vita. L’esperienza clinica ha suggerito un possibile coinvolgimento della microcircolazione e di processi infiammatori persistenti.

Su queste basi è stato progettato un trial adattativo che ha valutato diversi farmaci con potenziale effetto antinfiammatorio o vascolare. Lo studio, concluso, è uno dei primi tentativi strutturati di trattare il long COVID partendo da ipotesi fisiopatologiche, anziché da un approccio puramente sintomatico. I risultati sono attesi nel 2026.

Infiammazione e rischio cardiovascolare

Negli ultimi anni è emerso con chiarezza che l’infiammazione cronica contribuisce allo sviluppo e alla progressione delle malattie cardiovascolari, indipendentemente dai livelli di colesterolo.

I trial su ziltivekimab, un anticorpo monoclonale diretto contro l’interleuchina-6, stanno valutando se ridurre l’infiammazione possa tradursi in una diminuzione degli eventi cardiovascolari maggiori in pazienti ad alto rischio. Se confermato, questo approccio potrebbe affiancarsi alle terapie ipolipemizzanti tradizionali, ampliando le strategie di prevenzione

Carcinoma pancreatico

Il carcinoma pancreatico metastatico è una delle neoplasie con prognosi più sfavorevole. La maggior parte dei tumori è guidata da mutazioni del gene KRAS, storicamente considerate difficili da trattare farmacologicamente.

Il trial su daraxonrasib confronta un inibitore orale del pathway RAS con la chemioterapia standard. Il farmaco utilizza un meccanismo innovativo che interferisce con i segnali di crescita tumorale. Se efficace, potrebbe rappresentare una delle prime vere terapie mirate per questa patologia.

Terapie geniche e staminali

Alcuni trial inclusi nella rassegna valutano strategie di gene editing ex vivo e l’uso di cellule staminali autologhe per patologie rare o neurologiche. I risultati iniziali sono promettenti, ma riguardano numeri molto ridotti di pazienti.

La cautela resta fondamentale: sicurezza a lungo termine, sostenibilità e trasferibilità nella pratica clinica sono aspetti ancora da chiarire.

Cosa cambia per i professionisti sanitari

Questi studi anticipano una medicina sempre più complessa e personalizzata. Per infermieri e altri professionisti sanitari questo significa nuovi percorsi assistenziali, maggiore attenzione al monitoraggio e un ruolo centrale nell’educazione del paziente.

L’innovazione terapeutica non riguarda solo il farmaco, ma l’intero processo di cura.