Prevenzione delle infezioni: dalla formazione alla pratica infermieristica

Scritto il 10/10/2026
da Chiara Sideri

Sentirsi preparati, conoscere le procedure e applicarle correttamente sono dimensioni diverse della prevenzione delle infezioni. L’indagine, condotta su 438 infermieri, rileva conoscenze percepite generalmente favorevoli e interesse per l’aggiornamento. Studi recenti sulla formazione e sull’organizzazione dell’assistenza aiutano a contestualizzare questi risultati, indicando benefici possibili ma anche la necessità di verificare gli effetti nella pratica. [1–4]

IPC e sicurezza delle cure

La prevenzione e il controllo delle infezioni, indicati con l’acronimo IPC, Infection Prevention and Control, attraversano l’assistenza ospedaliera, territoriale e residenziale. Per gli infermieri comprendono conoscenze e attività quotidiane: igiene delle mani, utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, gestione degli oggetti taglienti e applicazione delle misure di prevenzione durante l’assistenza. Disinfezione e sterilizzazione costituiscono ulteriori ambiti di conoscenza rilevanti, secondo le attività e le responsabilità dei professionisti. [1]

La formazione è una componente delle strategie IPC. Il suo valore, tuttavia, va interpretato considerando che conoscenze, abilità procedurali, comportamenti assistenziali ed esiti infettivi non sono indicatori intercambiabili. Una survey può individuare bisogni dichiarati; uno studio formativo può misurare l’apprendimento; per documentare un cambiamento nell’assistenza occorrono valutazioni coerenti con quell’obiettivo.

Hygeia: la fotografia

Lo studio Hygeia, pubblicato sull’International Journal of Hygiene and Environmental Health, presenta un’indagine osservazionale trasversale basata su un questionario online anonimo, somministrato tra marzo e agosto 2025. L’obiettivo era esplorare le conoscenze percepite, la formazione precedente e l’interesse degli infermieri per ulteriori corsi sull’igiene e sull’IPC. [1]

Hanno partecipato 438 infermieri: 317 dall’Italia, 87 dalla Spagna, 27 dalla Turchia e 7 dalla Svezia. L’età mediana era di 42 anni; 368 partecipanti erano donne e 321 lavoravano in ambito sanitario da oltre sei anni. Il campione era prevalentemente ospedaliero: 342 infermieri operavano in ospedale, 44 in strutture di lungodegenza, 37 nell’assistenza territoriale e 15 in altri contesti. [1]

Il reclutamento è avvenuto attraverso le organizzazioni coinvolte, con modalità di diffusione differenti tra i Paesi. La partecipazione volontaria ha prodotto un campione autoselezionato, che non può essere considerato rappresentativo degli infermieri europei. [1]

Il questionario, sviluppato utilizzando documenti internazionali e quesiti elaborati dal gruppo di ricerca, è stato tradotto e adattato nelle lingue dei partecipanti. Un test preliminare su 25 infermieri ha restituito un alfa di Cronbach di 0,95, indicativo di elevata consistenza interna. Questo parametro non dimostra, però, che lo strumento verifichi le competenze cliniche. [1]

Le conoscenze erano autovalutate su una scala a cinque livelli, da “molto buone” a “molto scarse”. Non erano previsti test oggettivi o osservazioni dell’esecuzione delle procedure.

I bisogni emersi

La maggioranza dei rispondenti ha giudicato buone o molto buone le proprie conoscenze nei diversi ambiti indagati. Valutazioni favorevoli erano frequenti per le conoscenze generali su igiene, prevenzione e protezione, per le infezioni, per la gestione degli oggetti taglienti e per i dispositivi di protezione individuale. [1]

Il profilo risultava meno favorevole per disinfezione e sterilizzazione. Nell’analisi delle risposte “scarse” o “molto scarse”, gli autori individuavano queste tematiche e il controllo delle infezioni come principali aree da approfondire. Il risultato descrive una fragilità percepita, senza documentare errori nelle procedure assistenziali. [1]

Nell’analisi multivariata, la laurea di primo livello risultava associata a maggiori odds di dichiarare conoscenze buone o molto buone rispetto alla categoria con diploma, comprendente anche percorsi non universitari. L’associazione riguardava le conoscenze generali su igiene, prevenzione e protezione (odds ratio aggiustato 3,77, intervallo di confidenza al 95% 1,38–10,30) e le infezioni: 2,96, intervallo 1,09–8,01. [1]

Si tratta di associazioni con l’autovalutazione, non di una misura della superiorità delle conoscenze né della dimostrazione di un effetto causale del titolo di studio.

L’interesse per l’aggiornamento era diffuso: 321 infermieri dichiaravano di avere già frequentato almeno un corso sull’igiene e 364 esprimevano interesse per ulteriori corsi. Tra gli argomenti più selezionati figuravano buone pratiche e suggerimenti applicativi e misure preventive e protettive durante l’assistenza al paziente. [1]

Formazione

Un trial randomizzato monocentrico pubblicato nel 2024 da Akdemir e Gezginci aggiunge un’evidenza sperimentale alla riflessione sui bisogni formativi. Lo studio ha coinvolto 70 infermieri chirurgici, suddivisi in due gruppi: 35 hanno ricevuto una formazione in presenza strutturata e basata sulle evidenze sulla prevenzione delle infezioni correlate ai cateteri; gli altri 35 hanno ricevuto la formazione ordinaria in servizio. [2]

Conoscenze e atteggiamenti sono stati valutati prima dell’intervento, subito dopo e a tre mesi. Il gruppo sperimentale ha ottenuto punteggi significativamente superiori su entrambe le scale, sia nell’immediato sia al follow-up. [2]

Il risultato sostiene la possibilità che una formazione mirata migliori gli esiti educativi misurati. Il campione limitato e il singolo centro richiedono prudenza nella trasferibilità; inoltre, dai miglioramenti nei punteggi non si può dedurre una riduzione delle infezioni nei pazienti.

Tecnologie

La revisione sistematica di Fernandes e colleghi, pubblicata nel 2024, ha incluso sette studi sulle tecnologie utilizzate per insegnare l’igiene delle mani. Gli strumenti comprendevano video, dispositivi audiovisivi, realtà virtuale e gamification; le popolazioni coinvolte includevano professionisti sanitari, studenti, pazienti e familiari. [3]

I risultati non erano uniformi. In un trial incluso nella revisione, un dispositivo indossabile con feedback in tempo reale non modificava l’aderenza all’igiene delle mani, ma aumentava la durata della frizione e il volume di soluzione alcolica utilizzato. Migliorare alcuni aspetti dell’esecuzione, quindi, non equivale necessariamente ad aumentare la frequenza del comportamento. [3]

Il numero ridotto di studi, le differenze tra popolazioni, interventi ed esiti e le criticità metodologiche hanno impedito una metanalisi. La revisione offre indicazioni per sviluppare strumenti formativi, ma non identifica una tecnologia definitivamente superiore alle altre.

Conta anche l’organizzazione

La formazione si inserisce in un contesto organizzativo. Uno studio pubblicato nel 2024 da Vicentini e colleghi ha analizzato l’implementazione delle strategie multimodali IPC in 42 ospedali per acuti del Piemonte, collegandola ai dati di prevalenza delle infezioni raccolti nel novembre 2022. L’analisi comprendeva 6.865 pazienti, dopo l’esclusione di quelli con COVID-19. [4]

Le strategie erano valutate attraverso un questionario basato sulla versione sintetica dell’IPCAF dell’Organizzazione mondiale della sanità. Formazione e aggiornamento risultavano tra le componenti maggiormente implementate; il clima di sicurezza, la cultura del cambiamento e le modifiche di sistema presentavano maggiori margini di miglioramento. [4]

È emersa una correlazione inversa debole-moderata tra il punteggio di implementazione e la prevalenza delle infezioni. L’associazione non dimostra causalità e non consente di isolare l’effetto della formazione. Anche la valutazione delle strategie organizzative era autoriferita. Lo studio amplia comunque la prospettiva, includendo risorse, monitoraggio, feedback e cultura della sicurezza. [4]

Implicazioni per gli infermieri/e

La lettura congiunta suggerisce un percorso di valutazione che parte dai bisogni dichiarati e approfondisce conoscenze e applicazione pratica. È una sintesi interpretativa delle fonti, non un modello sperimentato da Hygeia.

Per chi progetta l’aggiornamento, il primo passaggio è chiarire l’obiettivo: aumentare le conoscenze, migliorare una tecnica o favorire l’aderenza a una procedura richiedono indicatori differenti. Il trial sui cateteri documenta cambiamenti nelle conoscenze e negli atteggiamenti; la revisione sulle tecnologie mostra perché occorre distinguere qualità dell’esecuzione e frequenza del comportamento. [2,3]

Lo studio piemontese ricorda inoltre che la formazione opera insieme alle condizioni organizzative. La valutazione dell’IPC può quindi includere anche disponibilità di materiali, monitoraggio, feedback e coinvolgimento dei gruppi di lavoro. [4]

Queste fonti non confermano automaticamente le specifiche lacune individuate da Hygeia: affrontano domande, popolazioni ed esiti diversi.

I limiti restano

Hygeia mantiene limiti importanti: autovalutazione delle conoscenze, partecipazione volontaria, distribuzione geografica sbilanciata e prevalenza del setting ospedaliero. La presenza di soli sette partecipanti svedesi limita ulteriormente i confronti internazionali. Il disegno trasversale non consente di ricostruire l’evoluzione delle conoscenze o attribuirla alla formazione ricevuta. [1]

Le fonti aggiuntive ampliano il contesto scientifico, senza correggere questi limiti. Anche una revisione sistematica dipende dalla qualità degli studi inclusi, mentre un trial con esiti educativi non risponde necessariamente alla domanda sull’efficacia clinica.

Hygeia offre una fotografia dei bisogni percepiti e dell’interesse per l’aggiornamento. Gli studi recenti aggiungono elementi su come la formazione possa modificare alcuni esiti educativi e su quanto sia importante valutarla nel contesto assistenziale. [1–4]

Il passaggio decisivo è verificare che cosa cambia dopo la formazione e per quanto tempo. Conoscenze, tecniche, aderenza ed esiti infettivi richiedono misure specifiche: tenerli distinti permette di valorizzare le evidenze disponibili senza attribuire loro conclusioni che non hanno dimostrato.

Bibliografia

  1. Peconi C, Gasperini B, Sarti D, Renzi M, Pelusi G, Martini E, et al. Infection prevention and control knowledge and educational needs among nurses in healthcare settings: results from the Hygeia European survey. Int J Hyg Environ Health. 2026;275:114811. doi:10.1016/j.ijheh.2026.114811.
  2. Akdemir HF, Gezginci E. The effect of catheter-related infection control education on surgical nurses’ knowledge levels and attitudes: a randomized controlled trial. J Contin Educ Nurs. 2024;55(10):479–486. doi:10.3928/00220124-20240617-02.
  3. Fernandes DR, Santos BN, Guimarães CS, Ferreira EB, Margatho AS, Reis PED, et al. Educational technologies for teaching hand hygiene: systematic review. PLoS One. 2024;19(1):e0294725. doi:10.1371/journal.pone.0294725.
  4. Vicentini C, Bussolino R, Gastaldo C, Castagnotto M, D’Ancona FP, Zotti CM; Working group “Unità Prevenzione Rischio Infettivo (UPRI), Regione Piemonte”. Level of implementation of multimodal strategies for infection prevention and control interventions and prevalence of healthcare-associated infections in Northern Italy. Antimicrob Resist Infect Control. 2024;13:39. doi:10.1186/s13756-024-01398-1.