L’ansia nell’emergenza territoriale
Ambulanze
Operare nell’emergenza preospedaliera significa prendere decisioni in tempi rapidi, spesso con informazioni incomplete e in ambienti difficilmente controllabili. Alla complessità clinica possono sommarsi condizioni ambientali imprevedibili, esposizione ripetuta a eventi critici e la necessità di mantenere capacità decisionali e operative anche sotto pressione. [1]
È in questo contesto che si inserisce lo studio pubblicato nel 2026 su L’Infermiere, dedicato ai possibili fattori associati all’ansia nel personale infermieristico dei servizi 118. Gli autori hanno concentrato l’attenzione soprattutto su esperienza professionale, formazione, supporto del team e strategie individuali di coping. [1]
Il tema non riguarda soltanto la risposta emotiva al singolo evento critico. Nella letteratura sul soccorso preospedaliero, il confronto con colleghe e colleghi, la disponibilità di informazioni chiare e la collaborazione di équipe sono stati descritti come elementi rilevanti nella gestione dello stress lavorativo. Uno studio qualitativo su ambulance nurses, ad esempio, ha individuato nel confronto dopo gli interventi e nella collaborazione del team alcune delle strategie percepite come maggiormente utili nella gestione dello stress. [2]
Come è stato condotto lo studio
L’indagine è uno studio osservazionale trasversale realizzato tra settembre e novembre 2025. Il questionario è stato distribuito online a personale infermieristico operante nei Servizi di Emergenza Territoriale 118 del Centro Italia. Hanno partecipato 150 persone: 96 donne e 54 uomini. [1]
Il campione presenta un’esperienza professionale media di 6,6 anni e un’esperienza media in area critica di 4,6 anni. La laurea triennale rappresenta il titolo di studio più frequente, posseduto da 101 partecipanti; 37 possiedono un master, nove una laurea magistrale e tre un diploma equipollente. [1]
Per valutare l’ansia gli autori non hanno utilizzato direttamente una scala standardizzata come STAI o GAD-7, pur richiamandole nel lavoro. È stato costruito un questionario autoprodotto, derivato da strumenti già presenti in letteratura, composto da 30 item su scala Likert da 1 a 5. [1]
Vengono indagate quattro dimensioni: percezione del carico di lavoro, sintomi fisici, sintomi cognitivo-emotivi e supporto/dinamiche di team. Una quinta sezione esplora le strategie di coping.
Le diverse dimensioni mostrano valori di consistenza interna considerati dagli autori soddisfacenti, con un α di Cronbach complessivo pari a 0,928. [1]
È però una distinzione essenziale: una buona consistenza interna non rende automaticamente uno strumento validato per misurare o diagnosticare l’ansia.
Ansia, cosa emerge dai dati
Il punteggio medio riportato è pari a 12,21 per la percezione del carico di lavoro, 10,49 per i sintomi fisici e 9,37 per i sintomi cognitivo-emotivi. Per la dimensione Supporto/Team la media è 13,47, mentre il valore complessivo riportato dagli autori è 11,39. [1]
Sulla base di un valore soglia stabilito nello studio, gli autori interpretano questi risultati come indicativi di una presenza complessivamente modesta delle componenti esaminate. Questo dato, tuttavia, non equivale alla prevalenza di un disturbo d’ansia nella popolazione studiata: il cut-off impiegato non deriva da una soglia clinicamente validata e il questionario non è uno strumento diagnostico. [1]
Un risultato che emerge con una certa nettezza riguarda il confronto per sesso. Le partecipanti donne presentano punteggi medi superiori rispetto agli uomini per carico di lavoro, sintomi fisici, sintomi cognitivo-emotivi e punteggio complessivo; le differenze risultano statisticamente significative, mentre non lo sono per Supporto/Team. [1]
Il risultato descrive una differenza presente all’interno di questo campione, ma non consente di stabilire che il sesso rappresenti autonomamente un fattore di rischio. Le analisi presentate non controllano simultaneamente variabili potenzialmente rilevanti come esperienza, età, formazione o titolo di studio.
Esperienza e formazione
Gli anni di attività infermieristica e di esperienza in area critica risultano inversamente associati alle dimensioni relative a carico di lavoro e sintomi. In termini semplici, nel campione studiato una maggiore esperienza tende ad accompagnarsi a punteggi inferiori. [1]
È un risultato plausibile sul piano professionale, ma non dimostra che l’esperienza “protegga” direttamente dall’ansia. Essendo la fotografia di un unico momento, lo studio non può chiarire se la maggiore esperienza produca una migliore gestione della pressione, se intervengano altre caratteristiche delle persone che rimangono a lungo nei servizi di emergenza o se entrino in gioco ulteriori fattori organizzativi.
Un andamento analogo viene osservato per alcune certificazioni professionali. Il possesso di PTC avanzato è associato a valori inferiori per carico di lavoro, sintomi cognitivo-emotivi e punteggio complessivo. Lo stesso andamento emerge per ACLS. Quando PTC avanzato e ACLS vengono analizzati congiuntamente, invece, rimane statisticamente significativa la differenza relativa al carico di lavoro, mentre quella sul punteggio complessivo non raggiunge la soglia di significatività statistica. [1]
Sono quindi dati interessanti per la formazione in emergenza, ma non autorizzano a concludere che conseguire una certificazione riduca di per sé l’ansia. Chi possiede una formazione avanzata potrebbe, ad esempio, avere anche maggiore esperienza o caratteristiche professionali differenti.
Anche le evidenze esterne invitano a non semplificare. In uno studio del 2025 su 72 studenti paramedici, una simulazione realistica ha aumentato l’autoefficacia percepita, ma non ha determinato una variazione statisticamente significativa dei livelli di ansia. [3] Un altro piccolo studio pilota su 56 professioniste e professionisti sanitari ha invece osservato una riduzione dei sintomi d’ansia a tre mesi dalla simulazione, in un setting e in una popolazione differenti. [4]
Il quadro, quindi, suggerisce un possibile ruolo della formazione e della simulazione, ma non permette di trattarle come un intervento anti-ansia di efficacia già definita.
Coping e sostegno di équipe
Nel campione, le strategie maggiormente utilizzate sono l’orientamento al problema e il sostegno sociale. Meno frequenti risultano meditazione, ristrutturazione cognitiva e strategie di evitamento. [1]
L’analisi delle correlazioni offre però un risultato particolarmente interessante. Diversi stili di coping risultano positivamente associati ai punteggi di ansia, soprattutto le strategie di evitamento, mentre l’orientamento al problema non presenta un’associazione statisticamente significativa con il punteggio complessivo. [1]
Questo impedisce una lettura lineare secondo cui “più coping significa meno ansia”. Una spiegazione altrettanto compatibile con i dati è che all’aumentare della pressione percepita aumenti anche il ricorso alle strategie di gestione. Stabilire quale fenomeno venga prima richiederebbe un disegno longitudinale.
Anche il supporto di équipe merita attenzione. Gli autori descrivono come solo occasionale la presenza di spazi e momenti di sostegno tra pari o da parte delle figure responsabili e propongono di approfondire il possibile ruolo di peer support e debriefing. [1]
La proposta è coerente con precedenti studi qualitativi sul lavoro in ambulanza, nei quali il confronto tra colleghe e colleghi dopo eventi stressanti viene descritto come una delle strategie utilizzate per gestire la pressione emotiva. [2] Non significa tuttavia che questo studio abbia misurato l’efficacia di programmi strutturati di peer support o debriefing: nessuno di questi interventi è stato sperimentato nel campione.
Cosa significa per la pratica
Il valore principale del lavoro è forse quello di riportare l’attenzione sulla natura non esclusivamente individuale dell’ansia professionale nell’emergenza territoriale.
Esperienza, competenze tecniche, modalità di coping, organizzazione del lavoro e qualità delle relazioni all’interno dell’équipe possono interagire tra loro. Per chi governa servizi ad alta intensità operativa, i risultati rappresentano quindi uno spunto per interrogarsi su formazione continua, simulazione, possibilità di confronto dopo gli eventi critici e disponibilità di forme strutturate di sostegno professionale. [1]
Ma il passaggio dai risultati alle decisioni organizzative richiede cautela. Lo studio non confronta diversi modelli di formazione, non valuta programmi di supporto prima e dopo la loro introduzione e non misura outcome clinici, assenze dal lavoro, burnout, performance o sicurezza delle cure.
Le indicazioni formulate dagli autori devono quindi essere considerate proposte da verificare, non interventi di efficacia dimostrata dallo studio.
I limiti che cambiano la lettura
Diversi elementi metodologici impediscono di estendere automaticamente i risultati all’intera popolazione infermieristica del 118.
Il campione è di convenienza e basato sulla partecipazione volontaria. Non viene riportato un tasso di risposta che permetta di valutare quanti tra i professionisti contattati abbiano effettivamente aderito, né vengono dettagliati sufficientemente il numero dei servizi coinvolti e la loro distribuzione. [1]
Il questionario è autoprodotto. Pur mostrando una buona consistenza interna, gli autori dichiarano che non è stata valutata la validità concorrente e che non ne è stata verificata la stabilità nel tempo. Inoltre, nel costrutto complessivo viene inserita la dimensione Supporto/Team, che ha natura potenzialmente protettiva e quindi una direzione concettuale diversa rispetto a carico di lavoro e sintomi. [1]
Mancano poi un follow-up e analisi multivariate capaci di separare l'effetto delle diverse caratteristiche professionali. Associazione non significa causalità: non è possibile stabilire, sulla base di questi dati, che esperienza, titolo di studio o formazione avanzata determinino direttamente una riduzione dell’ansia.
Anche alcuni aspetti del reporting statistico richiedono prudenza. In particolare, nella tabella relativa alle correlazioni con il numero di codici critici alcuni coefficienti di Pearson vengono riportati con valori che, così come pubblicati, non sono matematicamente compatibili con l’intervallo possibile di r. Per questo non è opportuno utilizzare quei singoli coefficienti senza un chiarimento degli autori. [1]
Un segnale da approfondire
Lo studio offre una fotografia utile di un ambito ancora poco esplorato nel contesto italiano: il vissuto di ansia di chi lavora nell’emergenza territoriale e la sua relazione con esperienza, formazione, coping e dinamiche di équipe.
I risultati indicano alcune associazioni che meritano ulteriori studi, soprattutto longitudinali e condotti con strumenti validati. Non dimostrano però l’esistenza di specifici fattori protettivi né consentono di stabilire quali interventi organizzativi siano effettivamente in grado di ridurre l’ansia.
Per il personale infermieristico del 118 il messaggio più utile non è quindi cercare una singola variabile capace di “proteggere” dalla pressione dell’emergenza, ma riconoscere la necessità di studiare in modo più rigoroso come competenze, esperienza, formazione e contesto organizzativo interagiscano nel determinare il benessere professionale.