Sofferenza morale infermieristica
Lo stress infermieristico non nasce solo dai turni, dalla pressione assistenziale o dalla carenza di personale
Lo studio ha un disegno osservazionale, multicentrico e cross-sectional. Questo significa che fotografa una situazione in un determinato momento, attraverso dati raccolti tramite questionario, ma non consente di stabilire rapporti di causa-effetto.
L’obiettivo principale era descrivere possibili scenari di sofferenza fisica e morale all’interno dell’ambiente lavorativo, in relazione alla complessità assistenziale, e analizzare le strategie di coping messe in atto dagli infermieri.
Lo studio riporta la partecipazione di 334 infermieri e 19 coordinatori infermieristici. Il campione risulta composto prevalentemente da donne, da professionisti giovani e da infermieri con esperienza lavorativa compresa tra 1 e 5 anni. Sul piano geografico, la quota maggiore dei partecipanti proviene dal Sud Italia.
| Elemento | Dato riportato nello studio |
| Disegno | Studio osservazionale, multicentrico, cross-sectional |
| Periodo di raccolta dati | Gennaio-agosto 2023 |
| Modalità | Questionario online |
| Reclutamento | Attraverso OPI provinciali aderenti |
| Partecipanti | 334 infermieri e 19 coordinatori infermieristici |
| Strumenti | Nursing Stress Scale e COPE-NVI-25 |
| Obiettivo | Descrivere fonti di sofferenza fisica e morale e strategie di coping |
Gli strumenti utilizzati sono stati la Nursing Stress Scale, composta da 34 item relativi a situazioni stressanti nella pratica infermieristica, e la versione italiana ridotta della Coping Orientation to Problems Experienced, COPE-NVI-25, finalizzata a esplorare le strategie di coping.
Moral distress
I risultati dello studio si inseriscono in un quadro più ampio già documentato dalla letteratura internazionale. Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2022 ha evidenziato che frequenza e severità del moral distress negli infermieri risultano elevate, configurandolo come un problema rilevante per la salute dei professionisti e per i sistemi di cura.
Il moral distress non coincide semplicemente con lo stress lavorativo. È una condizione che coinvolge la sfera etica e professionale: l’infermiere sa, o ritiene di sapere, quale sarebbe l’azione più appropriata, ma incontra ostacoli organizzativi, relazionali, gerarchici o di risorse che gli impediscono di agire coerentemente con quel giudizio.
Questa dimensione è particolarmente evidente nei contesti ad alta complessità, nelle cure di fine vita, nelle aree critiche e in tutte le situazioni in cui il professionista si trova esposto a decisioni difficili, conflitti interprofessionali, lutto, senso di impotenza o impossibilità di garantire il livello di cura percepito come adeguato.
Personale insufficiente e tempo negato alla cura
Tra gli elementi che emergono con maggiore forza nello studio NEU vi è il tema della dotazione di personale. La carenza di personale sufficiente a coprire adeguatamente i turni è indicata come una fonte rilevante di stress: il 39% dei partecipanti la considera “estremamente” stressante.
Accanto a questo dato si collocano altri aspetti organizzativi: frequenti interruzioni nelle attività di servizio, compiti non infermieristici, tempo insufficiente per fornire supporto emotivo al paziente e difficoltà a completare le attività previste.
| Fonte di stress | Dato riportato |
| Personale insufficiente per coprire i turni | 39% “estremamente” |
| Frequenti interruzioni nelle attività di servizio | 35% “frequentemente” |
| Troppi compiti non infermieristici, come pratiche burocratiche | 31% “estremamente” |
| Non avere abbastanza tempo per fornire supporto emotivo al paziente | 31% “frequentemente”; 23% “estremamente” |
| Non avere abbastanza tempo per svolgere le attività previste | 29% “frequentemente”; 19% “estremamente” |
Questi dati sono coerenti con quanto già descritto dalla letteratura sul burnout infermieristico. Una revisione teorica pubblicata su Human Resources for Health ha individuato tra le caratteristiche lavorative associate al burnout alti carichi di lavoro, bassi livelli di staffing, turni lunghi e scarso controllo sul lavoro. Tra le possibili conseguenze vengono riportati peggioramento della performance, riduzione della qualità delle cure, problemi di sicurezza, eventi avversi, errori terapeutici e intenzione di lasciare il lavoro.
Il tema della carenza di personale, quindi, non può essere letto soltanto come un problema di fatica individuale. Riguarda anche la capacità del sistema di garantire condizioni adeguate per un’assistenza sicura, continua e realmente centrata sul paziente.
Staffing infermieristico e cure mancate
La relazione tra dotazione infermieristica e qualità dell’assistenza è sostenuta anche da revisioni specifiche sul tema dello staffing. Una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Advanced Nursing ha rilevato un’associazione tra bassi livelli di personale infermieristico registrato e maggiore presenza di missed nursing care, cioè cure infermieristiche omesse, ritardate o non completate.
Un’ulteriore revisione sistematica di studi longitudinali, pubblicata sull’International Journal of Nursing Studies, ha indicato che i risultati disponibili sono coerenti con un effetto favorevole di livelli più elevati di registered nurse staffing nella prevenzione della mortalità dei pazienti, pur con evidenze meno chiare per altri outcome e con la necessità di considerare il rischio di bias degli studi inclusi.
Questi dati aiutano a collocare i risultati dello studio italiano dentro un quadro più ampio: quando gli infermieri segnalano personale insufficiente, tempo ridotto e impossibilità di svolgere pienamente le attività assistenziali, non stanno descrivendo solo una condizione di disagio professionale. Stanno intercettando un nodo organizzativo che può avere ricadute sulla qualità delle cure.
Il lutto del paziente come ferita professionale
Un aspetto centrale dello studio riguarda l’impatto emotivo della morte del paziente. La gestione del lutto è descritta come una delle condizioni assistenziali più complesse, soprattutto nei setting in cui la morte è un evento più frequente, come pronto soccorso, terapie intensive, rianimazioni e aree critiche.
Nella Nursing Stress Scale, il 42% dei partecipanti riferisce che la morte del paziente rappresenta “occasionalmente” una fonte di stress, mentre il 25% la indica come “frequente” e il 10% come “estrema”. Anche la morte di un paziente con cui si è sviluppato un rapporto stretto risulta significativa: il 43% la segnala come fonte occasionale di stress, il 18% frequente e l’11% estrema.
Particolarmente delicati sono anche gli aspetti comunicativi e relazionali.
| Situazione | Dato riportato |
| Parlare o ascoltare un paziente sulla morte imminente | 49% “occasionalmente” |
| Non sapere cosa dire a paziente o famiglia | 47% “occasionalmente” |
| Comunicazione del decesso ai familiari | 22% “moderatamente”, 13% e 12% nei livelli più elevati |
| Assenza di spazi idonei per terminalità e commiato | 18% “estremamente” |
Il dato non va interpretato come incapacità del professionista di affrontare la morte, ma come segnale di una necessità organizzativa e formativa. La morte del paziente, soprattutto quando si ripete in contesti ad alta intensità clinica, può diventare un’esperienza emotivamente complessa se non esistono spazi, tempi e strumenti per elaborarla.
Uno studio qualitativo italiano sugli infermieri nelle cure di fine vita ha esplorato le cause degli eventi moralmente stressanti, le emozioni vissute e le strategie di coping, evidenziando la rilevanza della formazione in cure palliative e fine vita nella gestione di queste esperienze.
Giovani infermieri e donne più esposti allo stress
L’analisi inferenziale dello studio mostra alcune associazioni statisticamente significative.
Per genere, le donne presentano punteggi medi più elevati rispetto agli uomini in diverse dimensioni: stress infermieristico, difficoltà lavorative, alterazione dell’operatore dopo il lutto del paziente e cambiamento delle condizioni post-lutto. Non emerge invece una differenza significativa nel punteggio totale COPE-NVI-25.
| Dimensione | Donne | Uomini | Significatività |
| Totale Nursing Stress | 41,9 | 37,2 | p=0,030 |
| Difficoltà lavorative | 33,5 | 28,4 | p=0,030 |
| Alterazione post-lutto | 40,0 | 30,9 | p=0,008 |
| Cambiamento condizioni post-lutto | 5,24 | 3,80 | p=0,028 |
| Totale COPE-NVI-25 | 67,9 | 67,2 | non significativo |
Questi risultati indicano un’associazione tra genere femminile e maggiore esposizione percepita ad alcune fonti di stress e sofferenza morale. Tuttavia, lo studio non consente di stabilire se tale differenza dipenda da fattori individuali, organizzativi, culturali, relazionali o da una combinazione di più elementi.
Anche l’età risulta associata ad alcune dimensioni. I punteggi di stress più elevati si osservano nelle classi 20-30 e 31-40 anni, mentre i valori tendono a ridursi nelle fasce successive. Un andamento analogo emerge rispetto all’esperienza lavorativa: i livelli di stress risultano più alti nei primi anni e nella fascia 11-15 anni, con differenze statisticamente significative.
È un dato da interpretare con prudenza. Non significa che l’età giovane “causi” maggiore stress, ma suggerisce che le prime fasi della carriera, e alcuni momenti intermedi del percorso professionale, possano rappresentare aree di maggiore vulnerabilità o esposizione.
Coping infermieristico
Lo studio esplora anche le strategie di coping, cioè le modalità con cui i professionisti cercano di fronteggiare lo stress e il carico emotivo. Tuttavia, i risultati riportati non mostrano differenze statisticamente significative nel punteggio totale COPE-NVI-25 rispetto a genere, età ed esperienza lavorativa.
Questo elemento è importante perché sposta l’attenzione da una lettura esclusivamente individuale a una prospettiva più ampia. Il coping è necessario, ma non può diventare l’unica risposta a problemi che hanno radici organizzative.
In altre parole, non basta chiedere agli infermieri di “resistere meglio”. Occorre interrogarsi su che cosa li espone sistematicamente a stress, sofferenza morale, senso di impotenza e difficoltà nel garantire la cura percepita come adeguata.
Burnout, sicurezza delle cure e qualità assistenziale
Il collegamento tra benessere infermieristico e qualità dell’assistenza è sostenuto anche dalla letteratura più recente. Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata su JAMA Network Open nel 2024 ha rilevato che il burnout infermieristico è associato a minore qualità e sicurezza delle cure e a minore soddisfazione dei pazienti.
Anche in questo caso è necessario mantenere un linguaggio prudente: le associazioni osservate nella letteratura non autorizzano letture semplicistiche o deterministiche. Tuttavia, indicano con chiarezza che il benessere degli infermieri non è un tema accessorio né esclusivamente individuale. È parte integrante della sicurezza organizzativa.
Un infermiere esposto a carichi eccessivi, conflitti morali ripetuti, carenza di risorse, lutti non elaborati e assenza di spazi di supporto può trovarsi in una condizione di progressiva erosione emotiva e professionale. Questo non riguarda solo la salute del singolo operatore, ma anche la continuità, la qualità e l’umanità della presa in carico.
Sportello psicologico-etico
Nelle conclusioni, gli autori propongono la possibilità di attivare uno sportello psicologico, etico e deontologico per supportare i professionisti nella gestione dello stress, del burnout lavoro-correlato e delle difficoltà connesse alla pratica assistenziale.
È una proposta coerente con il quadro emerso, ma va formulata con attenzione. Lo studio non dimostra l’efficacia di uno sportello di questo tipo, perché non valuta un intervento sperimentale. Piuttosto, suggerisce la necessità di strumenti di supporto organizzativo e professionale.
La letteratura sul moral distress ha discusso anche il possibile ruolo del debriefing riflessivo come risposta agli eventi moralmente stressanti. Questi interventi vengono descritti come spazi in cui i professionisti possono condividere prospettive morali, esplorare le ragioni del disagio e rielaborare eventi clinici complessi, ma l’evidenza sulla loro efficacia richiede ulteriori approfondimenti.
Tra le possibili azioni, coerenti con il quadro emerso, rientrano:
- percorsi formativi sull’elaborazione del lutto e sulla comunicazione con paziente e famiglia;
- momenti strutturati di confronto multiprofessionale dopo eventi emotivamente complessi;
- spazi di supporto psicologico, etico e deontologico;
- monitoraggio del carico di lavoro, delle mansioni improprie e della copertura dei turni;
- attenzione specifica ai professionisti più giovani e nei primi anni di carriera;
- interventi organizzativi per ridurre interruzioni, frammentazione delle attività e carichi non assistenziali.
Rischio suicidario
Nel testo dello studio viene richiamata anche la letteratura sul rischio suicidario tra professionisti sanitari. È un tema estremamente rilevante, ma deve essere trattato con particolare cautela.
Uno studio pubblicato su JAMA Psychiatry nel 2021, condotto negli Stati Uniti, ha suggerito un rischio di suicidio significativamente maggiore per la professione infermieristica rispetto alla popolazione generale. Tuttavia, si tratta di dati statunitensi e il rischio suicidario non è stato misurato direttamente nello studio NEU.
Per questo, nel nostro contesto, il riferimento va inteso come un’area di attenzione e di ricerca, non come un risultato specifico dell’indagine italiana. Parlare di sofferenza morale, burnout e stress lavoro-correlato significa anche riconoscere la necessità di intercettare precocemente i segnali di disagio grave, ma senza sovrapporre fenomeni distinti o trarre conclusioni non supportate dai dati.
I limiti dello studio
Lo studio offre una fotografia interessante del disagio infermieristico, ma presenta alcuni limiti metodologici da tenere presenti.
Innanzitutto, il disegno cross-sectional non permette di stabilire relazioni causali. I dati descrivono associazioni e percezioni rilevate in un determinato periodo, ma non consentono di affermare che un singolo fattore determini direttamente stress, sofferenza morale o burnout.
Inoltre, il questionario è stato diffuso online attraverso gli Ordini provinciali che hanno aderito all’indagine. Questo può aver influenzato la composizione del campione, che risulta maggiormente rappresentato da professionisti del Sud Italia e da infermieri giovani. Non è riportato un tasso di risposta complessivo rispetto alla popolazione potenzialmente raggiunta.
Un ulteriore elemento da considerare riguarda la natura auto-riferita dei dati: le risposte descrivono vissuti, percezioni ed esperienze dichiarate dai partecipanti, non misurazioni oggettive dell’ambiente di lavoro o degli esiti assistenziali.
Infine, alcune conclusioni richiamano temi molto rilevanti, come ideazione suicidaria e rischio suicidario nei professionisti sanitari, ma tali aspetti non risultano essere outcome direttamente misurati dallo studio. Vanno quindi considerati come prospettive di approfondimento proposte dagli autori, non come risultati specifici dell’indagine.
Il valore dello studio sta soprattutto nel riportare l’attenzione su un punto spesso sottovalutato: la sofferenza morale infermieristica non è un fenomeno marginale né esclusivamente personale. Può emergere quando il professionista si trova a lavorare in condizioni in cui carico assistenziale, carenza di personale, interruzioni continue, compiti impropri, lutto, conflitti relazionali e difficoltà comunicative si sommano.
Per questo, parlare di stress infermieristico significa parlare anche di sicurezza delle cure, qualità assistenziale, retention professionale e responsabilità organizzativa.
Il coping individuale resta importante, ma non può diventare l’unica risposta a problemi che hanno radici sistemiche. La tutela del benessere infermieristico richiede interventi strutturati, continui e riconosciuti dentro le organizzazioni sanitarie.