Salute mentale materna nel postpartum

Scritto il 25/05/2026
da Chiara Sideri

Depressione, ansia e stress nel postpartum non sono fragilità individuali né semplici difficoltà di adattamento alla maternità. Sono condizioni cliniche frequenti, spesso sottovalutate e ancora intercettate tardi. Le evidenze più recenti indicano che interventi infermieristici strutturati, basati su educazione, counselling, screening e continuità assistenziale, possono contribuire a migliorare la salute mentale delle madri nei mesi successivi al parto.

Il postpartum non è solo recupero fisico

Il postpartum viene ancora spesso raccontato come una fase dominata dalla ripresa fisica, dall’allattamento, dalla cura del neonato e dalla riorganizzazione familiare. Ma il periodo successivo al parto è anche una fase ad alta vulnerabilità psicologica, in cui cambiamenti ormonali, deprivazione di sonno, dolore, fatica, isolamento, aspettative sociali e carichi di cura possono favorire o amplificare sintomi depressivi, ansiosi e stress correlati.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, gravidanza e primo anno dopo il parto costituiscono il periodo perinatale e si stima che 1 donna su 5 sviluppi problemi di salute mentale, soprattutto depressione e ansia. La depressione peripartum può incidere sulla salute della madre, sullo sviluppo del feto e del neonato, sulle relazioni familiari e sui costi sociali e sanitari; molti casi, inoltre, non vengono diagnosticati né trattati.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che, a livello globale, circa il 10% delle donne in gravidanza e il 13% delle donne che hanno appena partorito sperimentano un disturbo mentale, prevalentemente depressivo. Nei Paesi a basso e medio reddito le percentuali risultano ancora più elevate. L’Oms sottolinea inoltre un punto cruciale per i servizi: i disturbi mentali materni sono trattabili e interventi efficaci possono essere erogati anche da operatori sanitari non specialisti adeguatamente formati.

Non basta fare screening

La salute mentale materna necessita di una valutazione più sistematica, capace di riconoscere segnali che spesso restano sullo sfondo:

  • tristezza persistente
  • anedonia
  • irritabilità
  • ansia intensa
  • pensieri intrusivi
  • insonnia non spiegata solo dalla cura del neonato
  • senso di colpa
  • vissuti di inadeguatezza
  • difficoltà nella relazione madre-bambino
  • fino ai pensieri autolesivi o di danno verso sé o il neonato

Lo screening, però, non basta. Uno strumento come l’EPDS o il GAD-7 può aiutare a intercettare il rischio, ma deve essere inserito in un percorso chiaro: chi valuta il risultato, chi prende in carico la donna, chi rivaluta, chi coinvolge il medico, l’ostetrica, lo psicologo, il consultorio, il pediatra, il servizio di salute mentale quando necessario.

Le linee guida RISEUP-PPD, pubblicate nel 2023 e segnalate dall’ISS, sono dedicate alla prevenzione, allo screening e al trattamento della depressione peripartum. Il documento propone 48 raccomandazioni e considera:

  • interventi psicologici e psicosociali
  • farmacologici
  • attività fisica
  • screening nella popolazione generale e nelle donne ad alto rischio
  • trattamenti psicologici e farmacologici

Tra i destinatari sono inclusi non solo professionisti della salute mentale, ma anche ostetriche, ginecologi, pediatri, infermieri, medici di medicina generale, assistenti sociali e figure coinvolte nella prevenzione e nella presa in carico.

Questo è il cuore organizzativo del problema: intercettare una donna a rischio senza avere un percorso di risposta può produrre frustrazione, ritardo e ulteriore invisibilità. Lo screening ha valore solo se apre una porta.

Educazione, counselling e supporto sociale

La letteratura recente conferma che gli interventi più promettenti non sono quelli isolati, ma quelli multimodali. Una scoping review pubblicata nel 2025 su Frontiers in Global Women’s Health ha analizzato interventi preventivi avviati in gravidanza in donne senza diagnosi clinica di depressione. Sono stati inclusi 49 studi, raggruppati in nove categorie:

  • psicoeducazione
  • visite domiciliari
  • terapia cognitivo-comportamentale
  • mindfulness
  • esercizio fisico
  • supplementazione alimentare
  • terapia interpersonale
  • consulenza
  • aromaterapia

Gli interventi psicoeducativi e mindfulness-based sono risultati promettenti, soprattutto quando strutturati, fondati su modelli teorici e integrati con il supporto familiare.

Un altro studio del 2025, pubblicato su Women’s Health, ha valutato un intervento infermieristico basato sul modello di Ratu in donne primipare. Il gruppo di intervento ha mostrato miglioramenti in atteggiamenti, coping, risposta comportamentale e supporto sociale; gli autori raccomandano che infermieri e operatori sanitari eseguano screening routinari per postpartum blues e depressione postpartum e indirizzino le donne ai servizi di salute mentale quando necessario.

Anche il digitale può avere uno spazio, se non viene pensato come sostituto della relazione. Uno studio randomizzato controllato del 2025 pubblicato su Psychiatry Research ha valutato un programma digitale “Thinking Healthy” assistito da infermieri in donne con sintomi depressivi nel postpartum. L’intervento, della durata di 6 settimane, ha mostrato una maggiore riduzione dei sintomi depressivi rispetto al trattamento usuale e miglioramenti nel legame madre-bambino e nel supporto sociale percepito.

La salute mentale materna beneficia di interventi precoci, ripetuti, accessibili, non stigmatizzanti e integrati nella normale assistenza. Non serve aspettare che il disagio diventi emergenza.