Dolore nel fine vita: perché la sua gestione resta una criticità assistenziale

Scritto il 10/04/2026
da Chiara Sideri

Il controllo del dolore nel fine vita rappresenta uno degli indicatori più rilevanti della qualità dell’assistenza. Non riguarda solo il trattamento di un sintomo, ma la possibilità di garantire dignità, sollievo e accompagnamento adeguato nella fase conclusiva della vita. A richiamare l’attenzione su questo tema è un position statement congiunto dell’American Society for Pain Management Nursing (ASPMN) e della Hospice and Palliative Nurses Association (HPNA), sviluppato attraverso revisione della letteratura e approvato tra il 2023 e il 2024. Il documento evidenzia un dato critico: il dolore nel fine vita resta ancora troppo spesso inadeguatamente controllato, nonostante nella maggior parte dei casi possa essere prevenuto o alleviato con un approccio appropriato e basato sulle evidenze.

Dolore non controllato

Nonostante i progressi nella terapia del dolore e nelle cure palliative, una quota significativa di pazienti con malattia avanzata continua a sperimentare dolore nelle ultime settimane, nei giorni e spesso anche nelle ore che precedono la morte.

Non si tratta solo di un problema clinico, ma di una criticità assistenziale strutturale. Il dolore non controllato compromette la qualità della vita del paziente, altera la relazione con il contesto di cura e amplifica il carico emotivo di familiari e caregiver, che assistono a una sofferenza percepita come evitabile.

In questo senso, il dolore nel fine vita diventa anche un indicatore della qualità dell’assistenza erogata. Una gestione efficace, tempestiva e basata sulle evidenze può contribuire non solo al sollievo del paziente, ma anche a contenere il distress dei familiari durante il processo del morire.

Il controllo del dolore non può essere considerato un intervento accessorio, ma rappresenta una componente essenziale e irrinunciabile della presa in carico nel fine vita.

Crisi degli oppioidi

Un elemento cruciale e spesso sottovalutato riportato nello studio è l’impatto delle politiche di contrasto all’abuso di oppioidi sulla gestione del dolore nel fine vita.

Negli ultimi anni, le strategie messe in atto per ridurre overdose e dipendenza, pur necessarie sul piano della sanità pubblica, hanno prodotto effetti indiretti anche nei pazienti con malattia avanzata. In alcuni contesti, questo si è tradotto in una maggiore cautela prescrittiva e, in alcuni casi, in una riduzione dell’accesso agli oppioidi anche quando clinicamente appropriati.

Il rischio è quello di uno slittamento da un uso prudente a un uso restrittivo, in cui la paura di effetti avversi, implicazioni medico-legali o pressioni regolatorie finisce per condizionare le decisioni cliniche. In questo scenario, il dolore rischia di essere sottotrattato non per assenza di strumenti terapeutici, ma per difficoltà nel loro utilizzo.

Il documento sottolinea quindi la necessità di distinguere chiaramente tra contesti clinici differenti. Le strategie di contenimento dell’abuso non possono essere applicate in modo indiscriminato ai pazienti in fase avanzata di malattia, nei quali il controllo del dolore rappresenta una priorità assistenziale.

In questo senso, il messaggio è netto: gli oppioidi restano una componente essenziale della terapia analgesica nel fine vita, quando utilizzati in modo appropriato, monitorato e basato sulle evidenze. L’obiettivo non è ridurne l’uso in modo generalizzato, ma garantirne un impiego sicuro, proporzionato e realmente orientato al sollievo della sofferenza.

Il ruolo infermieristico

Il ruolo infermieristico non viene descritto come una presenza di supporto o come semplice esecuzione di indicazioni terapeutiche, ma come una responsabilità attiva, continua e non delegabile. L’infermiere viene collocato in una posizione cruciale, in cui competenza clinica, sensibilità etica e capacità di advocacy devono integrarsi per garantire una gestione del dolore realmente adeguata nel fine vita.

Il documento attribuisce innanzitutto all’infermiere un compito di advocacy permanente. Non si tratta di un’attività occasionale, né di un intervento riservato a situazioni particolari: la promozione di cure umane, dignitose ed efficaci viene presentata come un dovere professionale costante, da esercitare a favore di tutti i pazienti, indipendentemente dalla diagnosi, dall’età, dalla storia clinica o dal contesto assistenziale. In questa prospettiva, l’infermiere non è chiamato solo a riconoscere le barriere che ostacolano il trattamento del dolore, ma anche a contrastarle attivamente, sul piano clinico, organizzativo e culturale.

Accanto all’advocacy, emerge una responsabilità etica molto precisa: non basta conoscere l’esistenza di terapie efficaci, occorre saperle utilizzare in modo appropriato per alleviare concretamente la sofferenza. Il ruolo infermieristico non è rimandato a una generica attenzione al benessere del paziente, ma alla responsabilità di promuovere e sostenere interventi basati sulle evidenze, capaci di tradursi in sollievo reale.

Questa responsabilità diventa ancora più rilevante nella valutazione del paziente non verbalizzante. Il testo insiste infatti sul fatto che, nel processo del morire, alcuni pazienti con malattia avanzata non sono più in grado di esprimere il proprio disagio. In queste situazioni, la competenza infermieristica non può limitarsi all’ascolto del sintomo riferito, ma deve estendersi all’osservazione clinica, all’interpretazione di segni comportamentali e all’utilizzo di strumenti adeguati per riconoscere il dolore anche in assenza di comunicazione verbale. È uno degli ambiti in cui la qualità dell’assistenza dipende più chiaramente dalla preparazione del professionista.

Il documento richiama inoltre la necessità di una gestione multimodale del dolore, costruita su una valutazione completa che includa anche l’attenzione a eventuali disturbi da uso di sostanze. Questo significa che l’infermiere è chiamato a mantenere un equilibrio complesso: da un lato garantire un controllo del dolore efficace e dignitoso, dall’altro monitorare i fattori di rischio e contribuire alla sicurezza del trattamento, senza che questo si trasformi in un motivo di rinuncia terapeutica o di sotto-trattamento.

Un ulteriore aspetto centrale riguarda la capacità di adattare le vie di somministrazione alle condizioni cliniche del paziente. Nel fine vita, la perdita della via orale è frequente e impone una rapida rimodulazione della terapia. E’ necessario per questo saper riconoscere tempestivamente quando siano necessarie modalità alternative di somministrazione e di possedere le competenze per gestirle in modo sicuro ed efficace.

Gli infermieri quindi non sono soltanto promotori di cambiamento, ma anche professionisti esposti a ostacoli concreti. Timori legati alla sicurezza dei farmaci, possibili implicazioni clinico-legali, formazione non sempre adeguata e vincoli organizzativi possono influenzare la pratica quotidiana. Questo duplice posizionamento rende il ruolo infermieristico ancora più complesso: da un lato garante della qualità assistenziale, dall’altro professionista che opera all’interno di un sistema che può ostacolare la stessa cura che gli viene chiesto di promuovere.