Sanità territoriale, gli Opi del Piemonte avvertono: strutture nuove ma senza infermieri

Scritto il 25/06/2026
da Redazione

Si possono inaugurare nuove Case di Comunità e programmare l'apertura di nuovi servizi territoriali, ma senza professionisti sufficienti il rischio è quello di costruire strutture destinate a rimanere vuote. È la posizione espressa dagli Ordini delle Professioni Infermieristiche di Torino e Cuneo, intervenuti nel dibattito aperto in Piemonte sull'ipotesi di reclutare infermieri attraverso Amos per garantire il funzionamento delle strutture previste dal PNRR. Per gli Ordini professionali, la questione non riguarda soltanto le modalità di assunzione del personale, ma pone un tema più ampio legato all'attrattività della professione infermieristica e alla sostenibilità del Servizio sanitario pubblico.

Gli infermieri non sono lavoratori in affitto

A prendere posizione è Ivan Bufalo, presidente dell'Ordine delle Professioni Infermieristiche di Torino e del Coordinamento degli Opi del Piemonte.

Gli infermieri per il sistema sanitario non sono lavoratori in affitto e non possono essere trattati come una merce da reperire sul mercato ogni volta che il sistema sanitario non riesce a programmare il proprio fabbisogno di personale, afferma.

Secondo Bufalo, il ricorso a strumenti di intermediazione rischia di rappresentare una risposta emergenziale a un problema che ha invece radici profonde e richiede interventi strutturali.

La crisi di attrattività della professione

Sulla stessa linea anche il presidente dell’Opi di Cuneo, Remo Galaverna, che invita a spostare l'attenzione dalle modalità di reclutamento alle cause della crescente carenza di infermieri.

Il problema è che si continua a discutere di come trovare infermieri senza affrontare il motivo per cui gli infermieri non scelgono più di lavorare nel Servizio sanitario pubblico, osserva. La carenza infermieristica non si risolve creando nuovi meccanismi di reclutamento, ma rendendo nuovamente attrattiva una professione che da anni denuncia stipendi insufficienti, carichi di lavoro crescenti, aggressioni, scarse prospettive di carriera e condizioni organizzative sempre più difficili.

Per gli Ordini, il progressivo allontanamento degli infermieri dal sistema pubblico rappresenta uno dei nodi centrali della crisi che sta investendo il Servizio sanitario nazionale.

Prima delle mura servono i professionisti

La presa di posizione degli Opi piemontesi si inserisce anche nel dibattito sulla riforma dell'assistenza territoriale prevista dal PNRR e dal DM 77.

Si stanno investendo centinaia di milioni di euro nella costruzione di Case e Ospedali di Comunità, ma si continua a ignorare la questione fondamentale: chi ci lavorerà?, evidenzia Bufalo. Senza infermieri sufficienti e adeguatamente valorizzati il rischio è quello di inaugurare strutture che faticano a garantire i servizi per cui sono state progettate. Prima delle mura servono i professionisti.

Una riflessione che richiama una criticità segnalata in più occasioni anche da organizzazioni sindacali, ordini professionali e istituzioni sanitarie: l'espansione delle strutture territoriali rischia di scontrarsi con la persistente difficoltà di reperire personale infermieristico.

Il no alla precarizzazione della professione

Gli Ordini ribadiscono inoltre che l'inserimento degli infermieri nel sistema sanitario debba avvenire prioritariamente attraverso rapporti di lavoro diretti con il Servizio sanitario nazionale, con le strutture private e private accreditate o mediante forme di autentico esercizio libero-professionale.

Modelli fondati sulla somministrazione di lavoro tramite enti in house, cooperative o altri intermediari rischiano di collocare la professione infermieristica in una dimensione che non le appartiene e che non è coerente con il suo status giuridico e con il ruolo strategico che svolge all'interno del sistema salute, afferma Galaverna.

Per gli Opi di Torino e Cuneo, la risposta alla carenza di infermieri passa quindi attraverso investimenti sulle condizioni di lavoro, sulla valorizzazione economica e professionale e sulla programmazione del fabbisogno.

La politica deve decidere da che parte stare: dalla valorizzazione delle professioni sanitarie o dalla loro progressiva precarizzazione, conclude Bufalo. Su questo punto non possono esistere ambiguità.