Malnutrizione in oncologia: screening e supporto nutrizionale

Scritto il 21/07/2026
da Chiara Sideri

La malnutrizione può svilupparsi durante il percorso oncologico prima che la perdita di peso diventi evidente. Riduzione degli introiti, perdita di massa muscolare e difficoltà nell’alimentazione possono comparire già dalla diagnosi o durante i trattamenti. Un nuovo report ISHEO richiama la necessità di integrare stabilmente screening, valutazione e supporto nutrizionale nei percorsi di cura, superando interventi tardivi e disomogenei sul territorio.

Nutrizione in oncologia, il report ISHEO

La sfida della nutrizione in oncologia. Evidenze, pratiche e prospettive future è il quinto report della collana ISHEO Meeting the Unmet Need, pubblicato nel giugno 2026. Il documento è stato realizzato con la collaborazione de La Lampada di Aladino ETS e con il contributo non condizionante di BeOne Medicines Italy [1].

Non si tratta di uno studio clinico né di una revisione sistematica. Il report raccoglie riferimenti di letteratura, studi clinici e osservazionali, documenti normativi, survey, interviste e contributi di differenti portatori di interesse. Non vengono però descritti una strategia bibliografica riproducibile, criteri formali di selezione delle fonti o una valutazione strutturata della loro qualità.

Il documento deve quindi essere letto come una sintesi narrativa e multi-stakeholder, utile per inquadrare il problema e discuterne le implicazioni organizzative, ma non equivalente a una nuova ricerca sperimentale.

Il messaggio centrale è comunque rilevante: la nutrizione continua a essere affrontata, in alcuni percorsi, soltanto quando la perdita di peso, la debolezza o la difficoltà ad alimentarsi sono già manifeste. Il report propone invece di inserirla precocemente nella presa in carico oncologica, attraverso screening, valutazione specialistica, monitoraggio e criteri definiti di invio.

Malnutrizione oncologica

Il deterioramento nutrizionale nelle persone con patologia oncologica può dipendere da più fattori. La malattia può determinare alterazioni metaboliche e infiammatorie, mentre chirurgia, chemioterapia, radioterapia e altri trattamenti possono associarsi a nausea, vomito, mucosite, diarrea, dolore, sazietà precoce, xerostomia, disfagia e modificazioni del gusto [2,3].

Questi problemi possono ridurre l’assunzione di alimenti e liquidi. Contemporaneamente, l’infiammazione sistemica e l’aumento del catabolismo possono favorire una progressiva perdita di tessuto muscolare.

Una persona può quindi perdere massa muscolare pur mantenendo un peso apparentemente stabile, soprattutto in presenza di sovrappeso, obesità, edemi o ritenzione di liquidi. Il valore indicato dalla bilancia, considerato isolatamente, non permette di escludere un deterioramento nutrizionale.

Malnutrizione, sarcopenia e cachessia descrivono condizioni collegate, ma non sovrapponibili. La malnutrizione è associata a un apporto o a un’assimilazione dei nutrienti insufficienti, con conseguenze sulla composizione corporea, sulla funzione e sullo stato clinico. La sarcopenia riguarda soprattutto la riduzione della massa, della forza e della funzione muscolare. La cachessia oncologica è invece una sindrome multifattoriale sostenuta anche da alterazioni metaboliche e infiammatorie, che non può essere completamente corretta aumentando soltanto l’apporto alimentare [2,3].

La valutazione dovrebbe quindi considerare non solo il peso e l’indice di massa corporea, ma anche:

  • perdita ponderale involontaria e quantità di alimenti effettivamente assunti
  • sintomi che interferiscono con i pasti, forza muscolare, autonomia e, quando indicato, composizione corporea

Anche le stime sulla frequenza della malnutrizione richiedono cautela. I dati possono variare sensibilmente in relazione alla sede e allo stadio del tumore, al setting assistenziale, ai trattamenti e agli strumenti diagnostici utilizzati. Non esiste una percentuale unica applicabile a tutte le persone con diagnosi oncologica.

Screening nutrizionale in oncologia

Le linee guida ESPEN raccomandano di controllare regolarmente, a partire dalla diagnosi, almeno l’introito alimentare, le variazioni del peso e l’indice di massa corporea. Quando emergono elementi di rischio, è indicata una valutazione più approfondita dello stato nutrizionale, della funzione e dei sintomi che limitano l’alimentazione [3].

Le linee guida AIOM dedicate al supporto nutrizionale durante la terapia oncologica suggeriscono di prendere in considerazione lo screening nelle persone adulte candidate a chemioterapia o radioterapia [2]. La raccomandazione è condizionata a favore, perché la pratica è sostenuta da linee guida e consenso professionale, mentre le prove disponibili non consentono ancora di quantificarne con certezza l’effetto diretto sugli esiti clinici più importanti.

Questa precisazione non riduce il valore dello screening. Evidenzia piuttosto la necessità di distinguere tra una pratica ritenuta clinicamente appropriata e la solidità degli studi che ne misurano l’impatto finale.

Fase del percorsoObiettivoConseguenza assistenziale
Screening nutrizionaleIndividuare rapidamente una possibile condizione di rischioIn presenza di rischio, attivare una valutazione più approfondita
Valutazione nutrizionaleAnalizzare introiti, variazioni di peso, sintomi, funzione e composizione corporeaIdentificare il problema e definire i bisogni individuali
Intervento nutrizionalePrevenire o trattare il deterioramento nutrizionaleCostruire una strategia proporzionata alle condizioni cliniche
MonitoraggioVerificare tolleranza, aderenza ed efficaciaModificare l’intervento in relazione all’evoluzione clinica e terapeutica

Lo screening non formula una diagnosi e non determina automaticamente una prescrizione dietetica. Rappresenta il primo passaggio di un percorso che deve prevedere responsabilità, tempi di invio e modalità di rivalutazione chiaramente definiti.

Uno screening positivo privo di una successiva presa in carico rischia infatti di trasformarsi in un semplice adempimento documentale.

Le Linee di indirizzo approvate in Conferenza Stato-Regioni nel 2017 avevano già proposto un percorso nutrizionale integrato nell’assistenza oncologica, con continuità tra ospedale, ambulatorio, territorio e domicilio [4]. Il problema non riguarda quindi soltanto la disponibilità di indicazioni nazionali, ma la loro concreta applicazione nei diversi contesti assistenziali.

Supporto nutrizionale in oncologia

Nelle persone malnutrite o a rischio, l’intervento può comprendere counseling dietetico, adattamento dei pasti, gestione dei sintomi e supplementi nutrizionali orali. Quando l’alimentazione orale non consente di soddisfare i bisogni individuati, possono essere valutate la nutrizione enterale o parenterale, in relazione alla funzionalità gastrointestinale, alle condizioni cliniche, alla prognosi e agli obiettivi di cura [2,3].

Non si tratta di una sequenza automatica applicabile a tutte e tutti. La strategia deve essere personalizzata, prescritta dalle competenze professionali appropriate e rivalutata nel tempo.

Le evidenze disponibili suggeriscono che il supporto nutrizionale possa contribuire a migliorare l’introito energetico e proteico, limitare la perdita di peso e sostenere alcuni aspetti della funzione fisica e della qualità di vita. Alcuni studi hanno inoltre rilevato possibili effetti sulla forza muscolare o sul ricorso all’ospedalizzazione, ma i risultati non sono uniformi e devono essere interpretati considerando l’eterogeneità delle popolazioni e degli interventi [2,6].

Non è invece corretto concludere che il supporto nutrizionale aumenti in modo generalizzabile la sopravvivenza o migliori direttamente l’efficacia dei trattamenti antitumorali.

La malnutrizione è associata a esiti meno favorevoli, ma questa associazione non dimostra che qualsiasi intervento nutrizionale sia in grado di modificare la prognosi oncologica. I benefici più documentati riguardano il mantenimento degli apporti, del peso, della funzione e di alcuni aspetti della qualità di vita.

Disfagia e tumori del distretto testa-collo

La disfagia può comparire soprattutto nelle neoplasie del distretto testa-collo e dell’esofago, ma anche in seguito a interventi chirurgici o trattamenti che compromettono la deglutizione.

Tosse durante i pasti, modificazioni della voce dopo la deglutizione, dolore, sensazione di arresto del bolo, tempi di alimentazione prolungati o episodi respiratori richiedono un approfondimento specifico.

Modificare autonomamente la consistenza degli alimenti non è sufficiente e può risultare inappropriato. La presa in carico può richiedere l’integrazione tra oncologia, nutrizione clinica, dietistica, logopedia, infermieristica e altre competenze, con attenzione sia alla sicurezza della deglutizione sia all’effettiva quantità di alimenti e liquidi assunti.

Digiuno e diete restrittive

La diffusione di informazioni non validate espone le persone con tumore a diete di eliminazione, restrizioni caloriche e protocolli di digiuno presentati come capaci di “affamare il tumore”.

Il report ISHEO interpreta anche questo fenomeno come un possibile effetto della difficoltà di accedere a informazioni affidabili e a percorsi nutrizionali strutturati [1].

Le linee guida AIOM hanno valutato le evidenze disponibili sulla restrizione calorica e sul digiuno durante chemioterapia o radioterapia. Gli studi sono ancora pochi, eterogenei e condotti su popolazioni selezionate. Non hanno dimostrato benefici sufficientemente affidabili sulla qualità di vita o sulle tossicità dei trattamenti [2].

La raccomandazione è pertanto condizionata a sfavore: digiuno e restrizione calorica non dovrebbero essere considerati interventi terapeutici di prima scelta durante le cure oncologiche.

Questo non esclude la possibilità di programmare interventi nutrizionali nelle persone con sovrappeso o obesità. Anche in questi casi, però, gli obiettivi devono essere definiti individualmente, evitando una perdita non controllata di massa muscolare e tenendo conto della terapia e delle condizioni cliniche.

Ruolo infermieristico nella nutrizione oncologica

Infermiere e infermieri incontrano la persona assistita in diversi momenti del percorso oncologico e possono osservare cambiamenti che rischiano di non emergere durante una singola visita specialistica.

Un pasto lasciato quasi interamente, una progressiva riduzione dell’appetito, nausea persistente, difficoltà nella deglutizione, perdita di forza o crescente dipendenza nelle attività quotidiane possono rappresentare segnali iniziali di deterioramento.

Il documento FNOPI-AIOM attribuisce al personale infermieristico adeguatamente formato un ruolo nello screening iniziale e periodico, nell’attivazione delle competenze specialistiche e nell’educazione della persona assistita e della rete familiare o assistenziale [5].

Nella pratica, il contributo infermieristico comprende:

  • eseguire lo screening previsto dal percorso aziendale e documentarne l’esito;
  • rilevare e segnalare variazioni del peso, riduzione degli introiti e sintomi che ostacolano l’alimentazione;
  • osservare forza, mobilità, autonomia e capacità di consumare il pasto;
  • monitorare tolleranza e aderenza agli interventi prescritti;
  • fornire informazioni coerenti con il piano multiprofessionale e contrastare indicazioni non validate.

Questo ruolo non coincide con la diagnosi nutrizionale o con la prescrizione dietetica, che richiedono competenze professionali specifiche. Lo screening infermieristico acquista valore quando è collegato a procedure condivise e a un accesso effettivo alla valutazione specialistica.

Nutrizione nei PDTA oncologici

Uno degli aspetti più rilevanti del report riguarda la disomogeneità dei percorsi italiani. La possibilità di ricevere uno screening, una valutazione specialistica e un intervento tempestivo può cambiare tra Regioni, aziende sanitarie e singoli centri [1].

Le differenze possono riguardare la disponibilità dei servizi di nutrizione clinica, i criteri di invio, l’accesso ai supplementi nutrizionali, la continuità ospedale-territorio e l’integrazione con i gruppi oncologici multidisciplinari.

Inserire la nutrizione nei Percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali non significa soltanto aggiungere una voce nella cartella clinica. Significa stabilire quale strumento utilizzare, chi esegue lo screening, quando ripeterlo, quali risultati richiedono un approfondimento ed entro quanto tempo deve essere garantita la presa in carico.

Significa anche monitorare il funzionamento del percorso attraverso indicatori verificabili: percentuale di persone sottoposte a screening, tempi di accesso alla valutazione specialistica, frequenza delle rivalutazioni e continuità dell’assistenza dopo la dimissione.

Il supporto nutrizionale non sostituisce la chirurgia, le terapie farmacologiche o la radioterapia e non deve essere presentato come un trattamento antitumorale.

Può però contribuire a riconoscere e affrontare una condizione che interferisce con funzione, autonomia, qualità di vita e capacità di sostenere il percorso terapeutico.

Il messaggio più solido del report ISHEO non è che un singolo prodotto o regime alimentare possa modificare da solo la prognosi. È che il rischio nutrizionale deve essere ricercato precocemente, rivalutato nel tempo e affrontato con interventi personalizzati e multiprofessionali.