Scompenso cardiaco, riconoscimento e gestione infermieristica
Che cos'è lo scompenso cardiaco
Lo scompenso cardiaco è una sindrome clinica, non una singola malattia. Segni e sintomi derivano da anomalie strutturali o funzionali del cuore che determinano pressioni intracardiache elevate o una portata cardiaca inadeguata a riposo o durante l'esercizio. Dispnea, affaticamento ed edemi orientano il sospetto, ma la diagnosi richiede riscontri obiettivi coerenti con la sindrome.
La prevalenza stimata nella popolazione adulta generale è dell'1-3%, con differenze legate a età, sesso, area geografica e criteri diagnostici. Nei Paesi europei le stime variano da 12 a 58 casi ogni mille persone e la sopravvivenza complessiva a cinque anni resta inferiore al 60%. Riacutizzazioni, ricoveri ripetuti, multimorbilità e fragilità spiegano perché lo scompenso richieda una presa in carico continuativa e non una semplice prescrizione farmacologica.
Segni e sintomi: cosa osservare davvero
La presentazione è variabile. Dispnea da sforzo, ortopnea, dispnea parossistica notturna, ridotta tolleranza all'esercizio, affaticamento ed edema declive sono le manifestazioni tipiche. Pressione venosa giugulare elevata, reflusso epato-giugulare e terzo tono sono segni più specifici, ma nessuno di essi, isolatamente, permette di confermare o escludere la diagnosi.
Nelle persone anziane o fragili il quadro può essere molto meno riconoscibile: confusione, riduzione dell'attività abituale, perdita di appetito, peggioramento funzionale. La valutazione deve considerare l'andamento dei sintomi, il peso, la diuresi, la perfusione periferica, i segni di congestione e le possibili cause precipitanti. Il cambiamento rispetto alla condizione abituale della persona è quasi sempre più informativo del singolo valore rilevato.
Dal sospetto alla diagnosi
Il percorso parte da anamnesi, fattori di rischio ed esame obiettivo. Elettrocardiogramma a 12 derivazioni e radiografia del torace contribuiscono all'inquadramento, mentre il sospetto clinico va seguito dal dosaggio dei peptidi natriuretici e dall'ecocardiografia, che conferma e caratterizza le anomalie strutturali e funzionali. Ulteriori esami servono a individuare l'eziologia e le condizioni associate.
In ambito non acuto, valori di NT-proBNP inferiori a 125 pg/mL o di BNP inferiori a 35 pg/mL rendono lo scompenso meno probabile, ma non vanno letti in modo automatico. Obesità e alcune terapie possono abbassare i livelli; età avanzata, fibrillazione atriale e disfunzione renale possono aumentarli. Un risultato elevato sostiene il sospetto e aiuta il triage, non sostituisce la valutazione clinica e strumentale.
Fenotipi e stadi: la nuova classificazione
La revisione più rilevante riguarda la nomenclatura. Il fenotipo intermedio HFmrEF viene eliminato e restano due fenotipi: HFrEF, con FEVS inferiore al 50% e segni o sintomi di scompenso; HFpEF, con FEVS pari o superiore al 50%, segni o sintomi e prova obiettiva di anomalie compatibili con disfunzione diastolica o aumento delle pressioni di riempimento, sostenuta dai peptidi natriuretici.
La soglia del 50% resta però pragmatica. La FEVS varia secondo metodica, qualità dell'immagine e interpretazione e in alcune condizioni può risultare artificialmente elevata. Deve orientare il trattamento senza sostituire la lettura di eziologia, congestione, funzione renale, comorbilità, fragilità e traiettoria clinica. Agli stadi A e B, che non corrispondono a scompenso conclamato, spetta invece lo spazio della prevenzione e dell'identificazione precoce.
La terapia dello scompenso cronico
Nell'HFrEF la gestione farmacologica si fonda sull'impiego coordinato di beta-bloccanti, ACE-inibitori o ARNI, antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi e SGLT2-inibitori, con gli ARB come alternativa quando ACE-inibitori o ARNI non sono tollerati. Il beneficio deriva dall'azione combinata su meccanismi diversi: la scelta non si riduce alla ricerca di un singolo farmaco dominante.
Dapagliflozin ed empagliflozin riducono l'endpoint composito di ricovero per scompenso o morte cardiovascolare lungo tutto lo spettro della FEVS, come documentato dalla metanalisi di cinque trial randomizzati pubblicata su Lancet. Nella HFpEF il risultato è sostenuto soprattutto dalla diminuzione delle ospedalizzazioni e non autorizza a concludere una riduzione generale della mortalità. Anche gli antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi trovano spazio nei diversi fenotipi, ma i dati della metanalisi su dati individuali di paziente riguardano molecole e popolazioni specifiche: non sono automaticamente intercambiabili.
La fascia di FEVS 41-49%, che con la vecchia nomenclatura corrispondeva all'HFmrEF, resta un'area da interpretare con cautela. Per alcune classi non esistono grandi trial prospettici condotti esclusivamente in questa popolazione e l'estensione delle strategie dell'HFrEF poggia anche su analisi di sottogruppo, dati aggregati e prossimità fisiopatologica.
Titolazione e controlli: il monitoraggio infermieristico
La terapia fondante andrebbe avviata precocemente e titolata, quando possibile, a intervalli di una o due settimane, in base a sintomi, parametri vitali e risultati di laboratorio. La raccomandazione è forte, ma il livello di evidenza è C e non esiste una sequenza universale dimostrata superiore alle altre.
Pressione arteriosa, frequenza cardiaca, funzione renale e potassio richiedono controlli durante l'avvio e a ogni incremento di dose. Peso, diuresi, congestione e tollerabilità completano la valutazione. Un iniziale peggioramento della funzione renale non impone automaticamente la sospensione: va letto insieme all'entità della variazione, alla risposta clinica e allo stato volemico. È un punto in cui la segnalazione tempestiva all'équipe evita sia sospensioni improprie sia ritardi pericolosi.
Le dosi massime tollerate vanno generalmente mantenute anche quando i sintomi si risolvono o la FEVS migliora. Il recupero può indicare remissione e non guarigione: una riduzione graduale della terapia è contemplata solo in casi altamente selezionati e sotto stretta sorveglianza clinica, laboratoristica e strumentale.
Lo scompenso decompensato
Lo scompenso decompensato è un peggioramento acuto o graduale di segni e sintomi che richiede valutazione urgente e avvio o intensificazione del trattamento. Le priorità sono definire stabilità emodinamica, congestione e ipoperfusione, ricercare i fattori precipitanti e stabilire il livello assistenziale necessario.
L'ossigeno è indicato in presenza di SpO₂ inferiore al 90% o PaO₂ inferiore a 60 mmHg, non in modo indiscriminato nelle persone non ipossiemiche. Nel sovraccarico di volume i diuretici dell'ansa per via endovenosa restano centrali; acetazolamide endovenosa o idroclorotiazide orale possono essere aggiunte per periodi limitati quando la risposta è insufficiente, con controllo di funzione renale ed elettroliti e senza un beneficio dimostrato sugli esiti clinici più solidi. Dopo la stabilizzazione può essere avviato in ospedale un SGLT2-inibitore, e prima della dimissione vanno ricercati segni residui di congestione integrando esame clinico, funzione renale, elettroliti, peptidi natriuretici e, quando appropriato, imaging.
Le prime sei settimane dopo il ricovero
La fase successiva alla dimissione è quella a rischio più alto. L'avvio e la titolazione intensiva della terapia prima della dimissione, con controlli ravvicinati nelle prime sei settimane, trovano il principale sostegno nel trial multinazionale randomizzato in aperto STRONG-HF. La strategia ha migliorato gli esiti nella popolazione studiata, ma non definisce un modello organizzativo unico da replicare ovunque.
L'interpretazione richiede tre cautele: la popolazione era selezionata secondo livelli e andamento di NT-proBNP, il trattamento nel gruppo di controllo era subottimale e gli SGLT2-inibitori non facevano parte del protocollo. Trasferire il risultato nella pratica presuppone personale formato, accesso rapido agli esami e percorsi capaci di gestire in tempi brevi ipotensione, variazioni renali e squilibri elettrolitici.
Il ruolo infermieristico nello scompenso cardiaco
Il contributo infermieristico attraversa l'intero percorso: osservazione dei segni di congestione e ipoperfusione, monitoraggio della risposta ai farmaci, riconciliazione terapeutica, valutazione dell'aderenza, educazione e raccordo con i servizi. Pressione, frequenza, peso, bilancio idrico, diuresi, funzione renale ed elettroliti acquistano valore quando vengono letti nella traiettoria della persona e comunicati tempestivamente all'équipe.
Nel trial multicentrico randomizzato ETIFIC la titolazione condotta da infermieri con competenze specifiche è risultata non inferiore al modello gestito dalla componente cardiologica nel contesto studiato, e una metanalisi di trial randomizzati ha rilevato che i programmi infermieristici intensivi favoriscono il raggiungimento delle dosi terapeutiche previste. Questi dati non trasferiscono automaticamente competenze prescrittive: applicabilità e responsabilità dipendono da normativa, formazione avanzata e protocolli condivisi.
L'educazione, infine, non coincide con la consegna di informazioni. Occorre verificare che la persona assistita e chi presta cura sappiano riconoscere l'aumento della dispnea, l'ortopnea, l'edema, un rapido incremento ponderale, la riduzione della diuresi o il peggioramento dello stato generale, e sappiano chi contattare e con quale urgenza.
Continuità assistenziale e autocura
Programmi multidisciplinari, self-management e valutazione della health literacy sono componenti della gestione, non accessori. Una metanalisi su dati individuali di 20 trial e 5.624 partecipanti ha associato gli interventi di autocura a una migliore qualità di vita e a un tempo più lungo prima di un ricovero per scompenso o della morte per qualsiasi causa. Le cliniche multidisciplinari risultano associate a meno ospedalizzazioni, mentre l'effetto sulla mortalità è meno uniforme.
Una dimissione protetta deve rendere espliciti terapia, controlli di laboratorio, appuntamenti, riferimenti assistenziali e segnali d'allarme. L'infermiere è nella posizione migliore per individuare ostacoli cognitivi, linguistici, economici o sociali e per collegare cardiologia, medicina generale, assistenza territoriale, riabilitazione e rete familiare.
Riabilitazione, telemonitoraggio e comorbilità
Nelle persone clinicamente stabili l'esercizio personalizzato migliora capacità funzionale e qualità di vita e riduce le ospedalizzazioni per qualsiasi causa, senza una riduzione certa della mortalità, come mostra la revisione Cochrane 2023. Dopo una decompensazione la riabilitazione va considerata appena la stabilità clinica lo consente.
Il telemonitoraggio non invasivo può ridurre il rischio di ricovero, ma gli studi sono eterogenei per tecnologie, popolazioni e modelli assistenziali. La trasmissione di peso, pressione o frequenza cardiaca non è di per sé una presa in carico: servono soglie definite, responsabilità assegnate e tempi di risposta certi. Il monitoraggio emodinamico invasivo resta riservato a persone selezionate.
Obesità, diabete, malattia renale cronica, carenza di ferro, ansia, depressione e fragilità modificano prognosi, tollerabilità delle terapie e capacità di autocura. Nelle persone con scompenso sintomatico, FEVS almeno del 45% e indice di massa corporea pari o superiore a 30 kg/m², semaglutide e tirzepatide hanno ridotto il peso e migliorato capacità di esercizio e qualità di vita: risultati che non dimostrano una riduzione generale della mortalità e che nell'HFrEF richiedono ancora dati. Nell'HFrEF sintomatico con carenza di ferro il ferro endovenoso può migliorare sintomi e qualità di vita e ridurre i ricoveri, mentre il beneficio sulla mortalità resta non conclusivo; la nuova soglia basata su saturazione della transferrina inferiore al 20% deriva in larga parte da analisi esplorative e attende validazione prospettica.
I punti pratici per la corsia
Quattro indicazioni operative che sintetizzano quanto le linee guida ESC 2026 comportano nella pratica assistenziale quotidiana.
Punti pratici
- Leggi le serie, non i singoli valori. Il cambiamento rispetto alla condizione abituale della persona conta più del dato isolato: peso, diuresi e tolleranza allo sforzo vanno interpretati come andamento nel tempo.
- Il calo iniziale del filtrato non impone la sospensione. Un peggioramento della funzione renale dopo l'avvio o l'incremento della terapia va segnalato insieme a entità della variazione, stato volemico e risposta clinica, non trattato come indicazione automatica a fermare il farmaco.
- Cerca la congestione residua prima della dimissione. È il predittore più immediato di riospedalizzazione nelle settimane successive e va ricercata attivamente, non esclusa per assenza di sintomi riferiti.
- Il telemonitoraggio senza regole produce dati, non assistenza. Senza soglie definite, responsabilità assegnate e tempi di risposta certi, la trasmissione di peso e parametri non costituisce presa in carico.
Le nuove evidenze non cambiano la natura della malattia
Per gli infermieri il punto non è tradurre le evidenze in una lista di prescrizioni. È rendere riconoscibili le variazioni cliniche, sostenere un'autocura realistica, intercettare gli ostacoli all'aderenza e garantire che il passaggio tra i servizi non interrompa il trattamento. È il passaggio che trasforma le evidenze in cura concreta.
Linguaggio revisionato con IA.
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