La mancanza di presa in carico
Parole che suonano bene. Il problema è che la parola d’ordine, adesso, è un’altra: operatività. A far funzionare davvero le Case di Comunità sarà soprattutto l’infermiere di famiglia e di comunità (IFeC), la figura di prossimità che valuta i bisogni, segue la cronicità e tiene insieme ospedale e territorio. Il DM 77/2022 ne prevede uno ogni 3.000 abitanti: quasi 20.000 a regime, oltre 11.000 solo nelle nuove strutture.
Dal master alla nuova magistrale specialistica
E qui, per una volta, una buona notizia c’è. Oggi il titolo di riferimento per ricoprire il ruolo è il master universitario di I livello in infermieristica di famiglia e di comunità, attivo in numerosi atenei. Ma il quadro sta cambiando: con i decreti ministeriali n. 159 del 6 febbraio 2026 e n. 177 del 25 febbraio 2026 nascono le nuove lauree magistrali cliniche in Scienze infermieristiche, tra cui una dedicata proprio alle cure primarie e all’infermieristica di famiglia e di comunità.
I corsi partiranno dall’anno accademico 2026/2027 e promettono un salto di qualità: percorsi clinici avanzati e, per gli infermieri specialisti, perfino la possibilità di prescrivere presìdi, ausili e dispositivi negli ambiti di competenza, cure primarie e IFeC comprese. Sulla carta, è l’infrastruttura formativa che serve alle Case di Comunità.
I posti e il contratto
Il punto è che alla formazione devono corrispondere posti veri. La Legge di Bilancio ha stanziato risorse per assumere circa 5.400 infermieri di famiglia e i primi concorsi sono partiti: ma è meno della metà di ciò che serve nelle sole Case di Comunità, dove mancano ancora quasi 10.000 infermieri. E soprattutto manca il tassello decisivo: il riconoscimento contrattuale ed economico di questa figura. Lo denunciano da tempo i sindacati. Il rischio è chiaro: formare, col master prima e con la magistrale poi, specialisti destinati a ruoli che sulla carta valgono e nella busta paga no.
Non è un dettaglio. Se lo dice anche la FNOPI, che le Case di Comunità «possono funzionare anche senza il medico presente, ma non senza infermieri», forse è il caso di smettere di celebrare solo i metri quadrati. Il taglio del nastro è la parte facile. Senza un piano vero — posti, formazione valorizzata e contratto — le 1.038 Case rischiano di restare gusci nuovi e mezzi vuoti. E a pagarne il conto, come sempre, saranno chi in quelle Case dovrà lavorare e i cittadini che speravano di trovarci una risposta.