Case di Comunità, quasi 800 inaugurate. Per gli infermieri di famiglia mancano le risposte

Scritto il 01/07/2026
da Redazione

Sono circa 800 le Case di Comunità inaugurate, verso l’obiettivo PNRR di 1.038. I ministri esultano e citano gli infermieri nei “team multiprofessionali”. Ma dietro il taglio del nastro resta una domanda scomoda: per l’infermiere di famiglia e di comunità è previsto qualcosa di concreto? Sono circa 800 le Case di Comunità inaugurate finora in Italia. Lo ha rivendicato il ministro per gli Affari europei e il PNRR, Tommaso Foti, secondo cui «piano piano ci si avvicina alla operatività delle 1.038 Case di Comunità». Sulla stessa linea il ministro della Salute Orazio Schillaci, che parla di “una grande sfida che stiamo vincendo” e immagina “team multispecialistici con infermieri, operatori socio-sanitari e altri specialisti” per la presa in carico di cronici, fragili e anziani.

La mancanza di presa in carico

Parole che suonano bene. Il problema è che la parola d’ordine, adesso, è un’altra: operatività. A far funzionare davvero le Case di Comunità sarà soprattutto l’infermiere di famiglia e di comunità (IFeC), la figura di prossimità che valuta i bisogni, segue la cronicità e tiene insieme ospedale e territorio. Il DM 77/2022 ne prevede uno ogni 3.000 abitanti: quasi 20.000 a regime, oltre 11.000 solo nelle nuove strutture.

Dal master alla nuova magistrale specialistica

E qui, per una volta, una buona notizia c’è. Oggi il titolo di riferimento per ricoprire il ruolo è il master universitario di I livello in infermieristica di famiglia e di comunità, attivo in numerosi atenei. Ma il quadro sta cambiando: con i decreti ministeriali n. 159 del 6 febbraio 2026 e n. 177 del 25 febbraio 2026 nascono le nuove lauree magistrali cliniche in Scienze infermieristiche, tra cui una dedicata proprio alle cure primarie e all’infermieristica di famiglia e di comunità.

I corsi partiranno dall’anno accademico 2026/2027 e promettono un salto di qualità: percorsi clinici avanzati e, per gli infermieri specialisti, perfino la possibilità di prescrivere presìdi, ausili e dispositivi negli ambiti di competenza, cure primarie e IFeC comprese. Sulla carta, è l’infrastruttura formativa che serve alle Case di Comunità.

I posti e il contratto

Il punto è che alla formazione devono corrispondere posti veri. La Legge di Bilancio ha stanziato risorse per assumere circa 5.400 infermieri di famiglia e i primi concorsi sono partiti: ma è meno della metà di ciò che serve nelle sole Case di Comunità, dove mancano ancora quasi 10.000 infermieri. E soprattutto manca il tassello decisivo: il riconoscimento contrattuale ed economico di questa figura. Lo denunciano da tempo i sindacati. Il rischio è chiaro: formare, col master prima e con la magistrale poi, specialisti destinati a ruoli che sulla carta valgono e nella busta paga no.

Non è un dettaglio. Se lo dice anche la FNOPI, che le Case di Comunità «possono funzionare anche senza il medico presente, ma non senza infermieri», forse è il caso di smettere di celebrare solo i metri quadrati. Il taglio del nastro è la parte facile. Senza un piano vero — posti, formazione valorizzata e contratto — le 1.038 Case rischiano di restare gusci nuovi e mezzi vuoti. E a pagarne il conto, come sempre, saranno chi in quelle Case dovrà lavorare e i cittadini che speravano di trovarci una risposta.