Morbillo in Italia, casi in aumento nel 2026: le raccomandazioni del Ministero

Scritto il 25/07/2026
da Chiara Sideri

Nei primi cinque mesi del 2026 sono state registrate in Italia 609 segnalazioni di morbillo, 472 delle quali già confermate. La nuova nota del Ministero della Salute richiama Regioni e servizi sanitari a rafforzare la sorveglianza, la conferma di laboratorio, il recupero vaccinale e la verifica dello stato immunitario del personale sanitario. L’aumento rispetto al 2025 è significativo, ma i dati devono essere interpretati distinguendo i casi confermati dalle segnalazioni ancora in fase di classificazione. Il morbillo torna al centro dell’attenzione della sanità pubblica italiana. Con una nota del 9 luglio 2026, il Ministero della Salute ha diffuso un aggiornamento sull’andamento epidemiologico osservato tra il 2024 e i primi cinque mesi del 2026, accompagnato da una serie di raccomandazioni operative per contenere la trasmissione.[1] Il documento rappresenta un atto di indirizzo di sanità pubblica, costruito a partire dai dati della sorveglianza nazionale e dal parere dell’Istituto Superiore di Sanità. L’obiettivo è tradurre i segnali epidemiologici in interventi tempestivi.

Morbillo in Italia

Dopo un periodo di incidenza molto bassa, dall’autunno del 2023 in Italia è stato osservato un marcato aumento della circolazione del morbillo. Nel 2024 sono stati notificati 1.045 casi, 946 dei quali confermati in laboratorio. Nel 2025 il numero complessivo è sceso a 529, con 497 conferme di laboratorio.[1-3]

Il confronto relativo ai primi cinque mesi dell’anno mostra tuttavia una nuova crescita nel 2026.

Periodo gennaio-maggioSegnalazioni complessiveCasi confermati
2024568509
2025342322
2026609472

Nei primi cinque mesi del 2026 i casi confermati risultano quindi superiori a quelli dello stesso periodo del 2025, pur rimanendo lievemente inferiori ai livelli osservati nel 2024.[1]

Cosa significa l’aumento del 78,1%

Le 609 segnalazioni del 2026 rappresentano un incremento del 78,1% rispetto alle 342 del 2025 e del 7,2% rispetto alle 568 del 2024. Questa percentuale, però, comprende non soltanto i casi confermati, ma anche quelli ancora classificati come possibili o probabili.

Il dato non deve quindi essere presentato come un aumento del 78,1% dei casi certamente diagnosticati. Il Ministero ricorda inoltre che i numeri più recenti possono risentire dei tempi necessari per inserire le notifiche, aggiornare le informazioni e acquisire i risultati di laboratorio. In una fase di intensa circolazione, tali attività possono essere condizionate anche dal carico di lavoro dei servizi territoriali e dei laboratori.[1]

L’aumento non è uniforme sul territorio

La crescita osservata nel 2026 è fortemente influenzata da alcuni focolai regionali. Nel confronto tra i primi cinque mesi del 2025 e quelli del 2026, la Campania passa da 18 a 100 segnalazioni, mentre la Calabria aumenta da 17 a 265. In Toscana i casi segnalati passano da 6 a 49 e nel Lazio da 47 a 54.[1]

Questi numeri mostrano che il quadro nazionale non corrisponde a una diffusione omogenea in tutto il Paese. La presenza di aree con focolai più estesi rende particolarmente importanti la ricostruzione delle catene di trasmissione, il tracciamento dei contatti e l’attivazione di interventi vaccinali mirati.

Genotipi D8 e B3 nelle catene di trasmissione

Tra i casi confermati nel 2026, 104 sono stati sottoposti a genotipizzazione: 58 appartenevano al genotipo D8 e 46 al genotipo B3. Sono state rilevate sia varianti già circolanti nel 2025, sia ulteriori varianti associate ai focolai regionali. Il genotipo B3 è stato collegato ai focolai osservati in Campania e Toscana, mentre il D8 è stato identificato nel focolaio calabrese.[1]

La genotipizzazione non serve a stabilire automaticamente che una variante provochi una malattia più grave. Il suo valore è soprattutto epidemiologico: consente di collegare casi apparentemente separati, ricostruire le catene di trasmissione e distinguere la circolazione persistente da nuove introduzioni del virus.

Incidenza maggiore nella prima infanzia

Nel 2026 l’età mediana delle persone coinvolte è di 30 anni. La fascia con il maggior numero assoluto di segnalazioni è quella compresa tra 15 e 39 anni, con 345 casi, seguita dalle persone tra 40 e 64 anni, con 124 casi, e dalla fascia 0-4 anni, con 98 casi.[1]

Il maggior numero di casi tra le persone adulte non significa però che il rischio sia più elevato in questa fascia. Considerando la dimensione delle diverse popolazioni, l’incidenza maggiore è stata rilevata nei minori di 4 anni, con 49,4 casi per milione di abitanti. Nella fascia 15-39 anni l’incidenza è pari a 22,3 casi per milione, mentre tra 40 e 64 anni scende a 5,7 casi per milione.[1]

La concentrazione dei casi tra le persone giovani adulte è coerente con la presenza di lacune immunitarie nelle generazioni che non hanno beneficiato né di una circolazione diffusa del virus né di coperture vaccinali sufficientemente elevate. Uno studio epidemiologico pubblicato nel 2025 su The Lancet Infectious Diseases ha stimato che circa il 9,2% della popolazione italiana fosse ancora suscettibile al morbillo, con differenze regionali e lacune ricorrenti tra le persone nate negli anni Ottanta e Novanta.[4] Si tratta di una stima modellistica, non di una rilevazione sierologica condotta sull’intera popolazione, e deve essere interpretata come tale.

Ricoveri in aumento

La percentuale delle persone ricoverate è passata dal 49,5% nel 2024 al 56,3% nel 2025, raggiungendo il 57,8% nel 2026.[1]

La crescita della quota di ricoveri segnala un impatto rilevante sui servizi sanitari, ma non consente, da sola, di concludere che le forme osservate nel 2026 siano clinicamente più gravi. Per una valutazione di questo tipo sarebbero necessari dati più dettagliati sulle complicanze, sull’età, sulle condizioni di rischio, sui criteri di ricovero e sulle eventuali variazioni delle modalità di sorveglianza.

Stato vaccinale

Tra le persone con stato vaccinale conosciuto, nel 2026 il 93,3% risultava non vaccinato. L’informazione non era disponibile per 115 delle 609 segnalazioni, pari al 18,9% del totale.[1]

Il dato non indica che il vaccino sia efficace nel 93,3% dei casi, ma mostra che la grande maggioranza delle infezioni con anamnesi vaccinale nota si verifica tra persone non immunizzate. La vaccinazione con due dosi rimane il principale strumento di prevenzione del morbillo e può fornire una protezione fino al 97%.[5]

Seconda dose, nessuna Regione raggiunge il 95%

Le coperture vaccinali italiane disponibili per il 2024 mostrano una media nazionale del 94,77% per la prima dose, rilevata a 24 mesi nella coorte di nascita 2022, e dell’84,45% per la seconda dose, rilevata a 5-6 anni nella coorte 2017.

Nessuna Regione o Provincia autonoma raggiunge la soglia raccomandata del 95% per la seconda dose. Le percentuali variano dal 67,88% della Sicilia al 94,30% dell’Umbria, con differenze territoriali molto ampie.[1]

Il confronto tra prima e seconda dose deve essere interpretato con attenzione, perché le due percentuali riguardano coorti di nascita differenti. Non è quindi possibile utilizzarle per calcolare direttamente quante persone della stessa coorte abbiano iniziato e poi interrotto il ciclo vaccinale.

Rimane però evidente una criticità nel completamento della seconda dose. A causa dell’elevata contagiosità del morbillo, l’Organizzazione mondiale della sanità indica la necessità di mantenere una copertura di almeno il 95% con due dosi in ogni comunità, insieme ad attività di recupero rivolte alle persone che non hanno completato il ciclo.[5]

Personale sanitario, 55 casi nei primi mesi del 2026

Un elemento di particolare interesse per i servizi assistenziali è il coinvolgimento del personale sanitario. Tra le 417 persone per le quali era conosciuta la professione, 55 lavoravano in ambito sanitario, pari al 13,2%. Considerando soltanto i casi adulti con professione nota, la percentuale raggiunge il 19,2%.

Lo stato vaccinale era disponibile per 45 delle 55 persone: 40 risultavano non vaccinate, pari all’88,9% del sottogruppo con informazione nota.[1]

Questi dati non dimostrano che tutte le infezioni siano state acquisite sul luogo di lavoro. La nota non ricostruisce, per ogni persona coinvolta, l’origine professionale o comunitaria del contagio. Il numero evidenzia comunque una vulnerabilità rilevante, perché nei contesti assistenziali il riconoscimento tardivo di un caso può esporre contemporaneamente personale, altre persone assistite e visitatori.

Il Ministero raccomanda pertanto di rafforzare gli interventi rivolti al personale sanitario attraverso la verifica dello stato immunitario, l’offerta attiva della vaccinazione e, quando indicato, l’eventuale screening sierologico.[1] La vaccinazione MPR delle persone suscettibili che lavorano in sanità è raccomandata anche per ridurre la possibile trasmissione alle persone assistite.

Le raccomandazioni operative del Ministero

La nota individua cinque aree di intervento prioritarie, che richiedono un coordinamento tra Dipartimenti di prevenzione, servizi vaccinali, laboratori, direzioni sanitarie, medicina del lavoro e strutture assistenziali.

AreaIndicazione ministerialeRicaduta organizzativa
SorveglianzaIndagare accuratamente ogni caso sospetto e i relativi contattiAttivazione tempestiva del Dipartimento di prevenzione e ricostruzione delle esposizioni
SegnalazioneInserire il caso sospetto nel sistema PREMAL entro 24 oreProcedure aziendali conosciute e applicabili già dal primo contatto
Diagnosi di laboratorioRaccogliere subito i campioni biologici e inviarli alla rete MoRoNetDisponibilità di materiali, percorsi di invio e collegamento con il laboratorio regionale
Recupero vaccinalePromuovere campagne rivolte a persone giovani adulte, gruppi a rischio e persone con ciclo incompletoOfferta attiva della vaccinazione e completamento della seconda dose
Personale e comunicazioneVerificare l’immunità del personale e rafforzare la comunicazione vaccinaleCoinvolgimento di medicina del lavoro, medicina generale, pediatria di libera scelta e professioni sanitarie

La segnalazione deve avvenire entro 24 ore, secondo le tempistiche previste dal sistema PREMAL. La raccolta dei campioni biologici è raccomandata già al primo contatto con il caso sospetto, senza attendere necessariamente la completa evoluzione del quadro clinico, sia per la conferma diagnostica sia per la caratterizzazione virologica.[1]

Il documento insiste inoltre sulle attività di catch-up, con particolare attenzione alle persone giovani adulte non vaccinate, ai gruppi maggiormente esposti e a chi non ha completato la seconda dose. Alla componente vaccinale si affianca quella comunicativa: il Ministero chiede interventi rivolti sia alla popolazione sia al personale sanitario e una formazione strutturata sulle competenze necessarie per comunicare in modo corretto in ambito vaccinale.[1]

Dalle raccomandazioni alla pratica infermieristica

Le indicazioni ministeriali hanno ricadute dirette sull’organizzazione dell’assistenza, soprattutto nei pronto soccorso, negli ambulatori, nei servizi pediatrici e nei setting frequentati da persone immunocompromesse.

Per infermiere, infermieri e altre professioni sanitarie, il primo passaggio è il riconoscimento tempestivo della persona con possibile morbillo. La presenza di febbre, esantema, tosse, rinite o congiuntivite, associata a una possibile esposizione o a uno stato vaccinale incompleto, deve portare all’attivazione del percorso aziendale previsto per il caso sospetto.

Le indicazioni internazionali per il controllo delle infezioni raccomandano di identificare e separare rapidamente la persona sospetta, ridurre la permanenza negli spazi comuni e applicare le precauzioni standard e per via aerea previste dai protocolli del servizio.[6]

La presa in carico comprende anche la raccolta accurata dell’anamnesi vaccinale e delle possibili esposizioni, il supporto alla raccolta dei campioni, la corretta attivazione della segnalazione e la collaborazione nel tracciamento dei contatti. A queste attività si aggiunge la comunicazione con la persona assistita e con la famiglia, che deve essere chiara, non colpevolizzante e orientata a spiegare le misure necessarie per proteggere i contatti più vulnerabili.

Anche la verifica dello stato immunitario del personale non può essere affrontata soltanto durante un focolaio. Deve rientrare in una strategia preventiva stabile, condivisa tra direzioni sanitarie, medicina del lavoro, servizi vaccinali e responsabili della prevenzione e controllo delle infezioni.

I dati dei primi cinque mesi del 2026 non possono ancora descrivere l’andamento dell’intero anno e rimangono soggetti agli aggiornamenti della sorveglianza. Mostrano tuttavia che la riduzione osservata nel 2025 non si è consolidata e che il virus continua a trovare spazio nelle fasce di popolazione non immunizzate.

Il dato più rilevante non è soltanto l’aumento delle segnalazioni. La combinazione tra coperture insufficienti per la seconda dose, lacune immunitarie nelle persone adulte e coinvolgimento del personale sanitario può sostenere nuove catene di trasmissione e aumentare la pressione sui servizi.