Assistenza alle persone transgender e la costruzione di ambienti di cura inclusivi
Scritto il 12/06/2026
da Chiara Sideri
Garantire ambienti sanitari sicuri, accessibili e rispettosi per le persone transgender non è un tema marginale né esclusivamente comunicativo. È una questione di qualità delle cure, equità nell’accesso, sicurezza relazionale e competenza professionale. Una revisione sistematica pubblicata su Nursing Reports nel 2024 ha analizzato la letteratura scientifica disponibile sulle buone pratiche infermieristiche per creare contesti assistenziali inclusivi per le persone trans e gender diverse, evidenziando un dato centrale: il primo intervento clinico, spesso, è il modo in cui il sistema sanitario accoglie, nomina e riconosce la persona. La revisione, condotta secondo i criteri PRISMA 2020, ha incluso 41 articoli selezionati a partire da 940 record identificati nelle principali banche dati biomediche e infermieristiche. Gli studi sono stati condotti prevalentemente negli Stati Uniti, in Brasile e in Canada, con contributi anche da Costa Rica, Georgia, Messico, Svezia, Regno Unito e Uruguay. Il focus non è la medicalizzazione dell’identità di genere, ma la qualità dell’assistenza. Gli autori richiamano infatti il percorso storico delle classificazioni diagnostiche: l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con l’ICD-11, non considera più le identità transgender come disturbi mentali, collocando l’incongruenza di genere tra le condizioni correlate alla salute sessuale. Nel DSM-5-TR permane invece la categoria di disforia di genere, aspetto che contribuisce a mantenere aperto il dibattito sul rischio di patologizzazione.
Persone transgender e accesso alle cure
Una revisione sistematica pubblicata su Nursing Reports nel 2024 ha analizzato la letteratura scientifica disponibile sulle buone pratiche infermieristiche per creare contesti assistenziali inclusivi
La letteratura analizzata conferma che le persone transgender incontrano ancora numerose barriere nei percorsi sanitari. Alcune sono organizzative, come difficoltà amministrative, documenti non corrispondenti al nome utilizzato dalla persona, assenza di procedure dedicate o sistemi informativi non aggiornati.
Altre sono relazionali e professionali: scarsa conoscenza della terminologia, uso improprio di nome e pronomi, atteggiamenti stigmatizzanti, presunzione di eterosessualità o cisgender identity, ambienti percepiti come non accoglienti.
Queste barriere non sono neutre. Possono generare vergogna, umiliazione, sfiducia verso i servizi e rinuncia alle cure. In questo senso, l’assistenza inclusiva non coincide con una forma di “sensibilità aggiuntiva”, ma con un requisito di appropriatezza clinica.
La revisione sottolinea che migliorare l’accesso alla salute per le persone trans e gender diverse richiede due livelli di intervento:
formazione specifica dei professionisti sanitari e del personale amministrativo
cambiamento delle politiche istituzionali e dei contesti organizzativi
L’infermiere, spesso primo professionista con cui la persona entra in contatto, assume un ruolo strategico nel determinare la qualità dell’esperienza assistenziale.
L’infermiere come facilitatore del percorso di cura
L’infermiere ha un ruolo centrale perché spesso rappresenta il primo punto di contatto tra persona e sistema sanitario. Questo primo incontro può orientare l’intera esperienza successiva: un’accoglienza rispettosa favorisce fiducia, adesione, continuità assistenziale e comunicazione; un’esperienza negativa può invece consolidare distanza e diffidenza verso i servizi.
Secondo la revisione, l’approccio infermieristico deve considerare la persona nella sua dimensione biopsicosociale e culturale, evitando di ridurla alla sua identità di genere o al percorso di affermazione. La persona transgender deve essere assistita come qualsiasi altra persona: con attenzione al motivo della consultazione, ai bisogni clinici, alla storia personale, al contesto familiare e sociale, alle aspettative di salute.
Il ruolo infermieristico si sviluppa su più livelli:
Area di intervento
Applicazione pratica
Accoglienza
Utilizzo del nome e dei pronomi indicati dalla persona
Comunicazione
Linguaggio neutro, aperto, non giudicante
Educazione sanitaria
Informazioni su salute sessuale, prevenzione, terapie, autocura
Case management
Coordinamento con medico, psicologo, endocrinologo, chirurgo e altri professionisti
Advocacy
Promozione dei diritti, della riservatezza e dell’accesso equo alle cure
Supporto familiare
Orientamento verso counselling, associazioni e risorse territoriali
Autonomia
Coinvolgimento della persona nelle decisioni assistenziali
Buone pratiche assistenziali
Uno degli aspetti più rilevanti della revisione riguarda le raccomandazioni operative. Gli autori sottolineano che la persona deve poter descrivere autonomamente la propria identità, senza che il professionista la presuma o la attribuisca dall’esterno.
In anamnesi e nella relazione assistenziale è indicato utilizzare domande aperte, generiche, rispettose, lasciando alla persona la possibilità di non rispondere o di rimandare alcune informazioni a un momento successivo, quando la relazione terapeutica sarà più consolidata.
Comunicazione inclusiva
Da evitare
Preferire
Presumere genere, orientamento o storia clinica
Chiedere come la persona desidera essere chiamata
Usare il solo nome anagrafico se non corrisponde all’identità della persona
Usare il nome indicato dalla persona, quando possibile nei limiti organizzativi e documentali
Fare domande sulla transizione non pertinenti al motivo della visita
Limitare le domande agli aspetti clinicamente rilevanti
Commentare aspetto fisico o cambiamenti corporei
Mantenere un linguaggio professionale e centrato sulla salute
Usare un linguaggio binario non necessario
Usare termini neutri e inclusivi
Procedere a esami fisici senza spiegazione
Spiegare finalità, necessità e modalità dell’esame
La revisione suggerisce, ad esempio, che nella valutazione della salute sessuale il professionista possa usare domande come: “Ha una relazione con qualcuno?”, “Ha domande sulla sua salute sessuale?”, “Come valuta il suo rischio rispetto a infezioni sessualmente trasmesse o gravidanza?”. Sono formulazioni che evitano presunzioni e mantengono il colloquio su un piano clinico.
Limiti della revisione
Gli autori segnalano alcuni limiti. La selezione degli studi è stata limitata ad articoli in inglese e spagnolo, con possibile bias linguistico e geografico. La qualità metodologica degli studi inclusi è variabile e le differenze tra disegni di studio, popolazioni e interventi rendono difficile formulare conclusioni definitive.
Un altro elemento rilevante è la scarsità di studi dedicati a strumenti formativi concreti e alla valutazione dell’efficacia degli interventi educativi rivolti agli infermieri. La revisione indica quindi la necessità di ulteriori ricerche su formazione, competenze, percorsi assistenziali e outcome di salute.