Disturbi muscoloscheletrici lavoro correlati in sanità: dati, rischi e prevenzione

Scritto il 06/03/2026
da Chiara Sideri

Nel mondo sanitario si parla spesso di stress emotivo, carenza di personale e burnout. Meno visibile, ma altrettanto rilevante, è il peso fisico che il lavoro assistenziale esercita sul corpo dei professionisti. I disturbi muscoloscheletrici lavoro-correlati (Work-Related Musculoskeletal Disorders, WMSDs) rappresentano oggi una delle principali cause di morbilità occupazionale tra operatori sanitari, con ripercussioni dirette sulla qualità della vita, sulla continuità assistenziale e sulla sostenibilità organizzativa. Movimentazione dei pazienti, posture statiche prolungate, gesti ripetitivi, turni lunghi e ambienti non sempre ergonomici trasformano attività quotidiane in fattori di rischio cronico. Il risultato è un quadro clinico che va ben oltre il semplice dolore episodico: si parla di limitazioni funzionali, riduzione della performance lavorativa e aumento delle assenze.

Lo studio

Un recente studio osservazionale condotto su professionisti/e sanitari/e in un contesto ospedaliero di terzo livello ha analizzato la prevalenza dei disturbi muscoloscheletrici e i principali fattori di rischio associati.

La ricerca ha coinvolto:

  • 290 operatori sanitari
  • Medici e infermieri impiegati a tempo pieno
  • valutazione tramite questionari standardizzati e strumenti clinici di assessment del dolore

L’obiettivo era duplice: quantificare la diffusione dei disturbi e comprendere quali elementi organizzativi e professionali ne favorissero la comparsa.

Infermieri e medici

Un elemento particolarmente interessante riguarda le differenze tra professioni. Lo studio mostra come la distribuzione dei disturbi non sia uniforme, ma strettamente legata al tipo di attività svolta.

Tra gli infermieri si osserva più frequentemente:

  • dolore a ginocchia e caviglie
  • disturbi a polsi e anche
  • problematiche da stazione eretta prolungata

Questi risultati sono coerenti con attività ad alta intensità fisica, come:

  • mobilizzazione e trasferimento dei pazienti
  • assistenza diretta continuativa
  • spostamenti frequenti nei reparti

Tra i medici, invece, prevalgono:

  • disturbi cervicali
  • dolore del tratto superiore del dorso
  • problematiche legate a posture statiche durante procedure cliniche o chirurgiche

In sintesi, cambia la biomeccanica del lavoro ma non il rischio complessivo.

Fattori di rischio

L’analisi statistica evidenzia due elementi particolarmente rilevanti:

A questi si affiancano fattori organizzativi ben noti nella pratica clinica:

  • turni prolungati e pause insufficienti
  • carenza di personale
  • disponibilità limitata di ausili per la movimentazione
  • ambienti non progettati secondo criteri ergonomici

Il dato sulla formazione è centrale: non basta conoscere le tecniche assistenziali, serve una cultura ergonomica diffusa e sistematica.

Impatto clinico e organizzativo

Ridurre i WMSDs a un problema individuale sarebbe un errore. Le conseguenze coinvolgono direttamente l’intero sistema sanitario:

  • aumento delle assenze per malattia
  • riduzione della capacità lavorativa nel lungo periodo
  • incremento del turnover professionale
  • possibile impatto sulla sicurezza delle cure

Quando il professionista lavora con dolore cronico, la fatica fisica si traduce spesso in riduzione della concentrazione, minor tolleranza allo stress e maggiore vulnerabilità all’errore.

Focus infermieristico

Per la professione infermieristica, questi dati confermano una realtà spesso normalizzata: il corpo è il primo strumento assistenziale, ma raramente viene considerato una risorsa da proteggere.

Nella pratica quotidiana diventa fondamentale:

  • Riconoscere precocemente segnali di sovraccarico
  • Evitare la compensazione posturale cronica
  • Integrare micro-pause e movimenti attivi durante il turno
  • Utilizzare correttamente dispositivi e tecniche di movimentazione

La prevenzione dei disturbi muscoloscheletrici non è solo un tema di benessere professionale: è una strategia di sicurezza clinica.

I disturbi muscoloscheletrici negli operatori sanitari non sono un effetto collaterale inevitabile della professione. Sono il risultato di una combinazione tra carico assistenziale, organizzazione del lavoro e cultura della prevenzione.

Il messaggio più forte che emerge è semplice ma spesso ignorato: non basta chiedere resilienza ai professionisti. Serve ripensare ambienti, processi e formazione affinché chi cura possa lavorare senza consumare progressivamente il proprio corpo.

In un sistema sanitario che guarda all’innovazione e alla qualità, la vera evoluzione passa anche da qui: proteggere la salute fisica di chi garantisce ogni giorno la salute degli altri.