Disturbi muscoloscheletrici lavoro correlati in sanità: dati, rischi e prevenzione
Scritto il 06/03/2026
da Chiara Sideri
Nel mondo sanitario si parla spesso di stress emotivo, carenza di personale e burnout. Meno visibile, ma altrettanto rilevante, è il peso fisico che il lavoro assistenziale esercita sul corpo dei professionisti. I disturbi muscoloscheletrici lavoro-correlati (Work-Related Musculoskeletal Disorders, WMSDs) rappresentano oggi una delle principali cause di morbilità occupazionale tra operatori sanitari, con ripercussioni dirette sulla qualità della vita, sulla continuità assistenziale e sulla sostenibilità organizzativa. Movimentazione dei pazienti, posture statiche prolungate, gesti ripetitivi, turni lunghi e ambienti non sempre ergonomici trasformano attività quotidiane in fattori di rischio cronico. Il risultato è un quadro clinico che va ben oltre il semplice dolore episodico: si parla di limitazioni funzionali, riduzione della performance lavorativa e aumento delle assenze.
Lo studio
L'80% degli operatori sanitari soffre di disturbi muscoloscheletrici lavoro correlati.
Un recente studio osservazionale condotto su professionisti/e sanitari/e in un contesto ospedaliero di terzo livello ha analizzato la prevalenza dei disturbi muscoloscheletrici e i principali fattori di rischio associati.
La ricerca ha coinvolto:
290 operatori sanitari
Medici e infermieri impiegati a tempo pieno
valutazione tramite questionari standardizzati e strumenti clinici di assessment del dolore
L’obiettivo era duplice: quantificare la diffusione dei disturbi e comprendere quali elementi organizzativi e professionali ne favorissero la comparsa.
Infermieri e medici
Un elemento particolarmente interessante riguarda le differenze tra professioni. Lo studio mostra come la distribuzione dei disturbi non sia uniforme, ma strettamente legata al tipo di attività svolta.
Tra gli infermieri si osserva più frequentemente:
dolore a ginocchia e caviglie
disturbi a polsi e anche
problematiche da stazione eretta prolungata
Questi risultati sono coerenti con attività ad alta intensità fisica, come:
mobilizzazione e trasferimento dei pazienti
assistenza diretta continuativa
spostamenti frequenti nei reparti
Tra i medici, invece, prevalgono:
disturbi cervicali
dolore del tratto superiore del dorso
problematiche legate a posture statiche durante procedure cliniche o chirurgiche
In sintesi, cambia la biomeccanica del lavoro ma non il rischio complessivo.
Fattori di rischio
L’analisi statistica evidenzia due elementi particolarmente rilevanti:
A questi si affiancano fattori organizzativi ben noti nella pratica clinica:
turni prolungati e pause insufficienti
carenza di personale
disponibilità limitata di ausili per la movimentazione
ambienti non progettati secondo criteri ergonomici
Il dato sulla formazione è centrale: non basta conoscere le tecniche assistenziali, serve una cultura ergonomica diffusa e sistematica.
Impatto clinico e organizzativo
Ridurre i WMSDs a un problema individuale sarebbe un errore. Le conseguenze coinvolgono direttamente l’intero sistema sanitario:
aumento delle assenze per malattia
riduzione della capacità lavorativa nel lungo periodo
incremento del turnover professionale
possibile impatto sulla sicurezza delle cure
Quando il professionista lavora con dolore cronico, la fatica fisica si traduce spesso in riduzione della concentrazione, minor tolleranza allo stress e maggiore vulnerabilità all’errore.
Focus infermieristico
Per la professione infermieristica, questi dati confermano una realtà spesso normalizzata: il corpo è il primo strumento assistenziale, ma raramente viene considerato una risorsa da proteggere.
Nella pratica quotidiana diventa fondamentale:
Riconoscere precocemente segnali di sovraccarico
Evitare la compensazione posturale cronica
Integrare micro-pause e movimenti attivi durante il turno
Utilizzare correttamente dispositivi e tecniche di movimentazione
La prevenzione dei disturbi muscoloscheletrici non è solo un tema di benessere professionale: è una strategia di sicurezza clinica.
I disturbi muscoloscheletrici negli operatori sanitari non sono un effetto collaterale inevitabile della professione. Sono il risultato di una combinazione tra carico assistenziale, organizzazione del lavoro e cultura della prevenzione.
Il messaggio più forte che emerge è semplice ma spesso ignorato: non basta chiedere resilienza ai professionisti. Serve ripensare ambienti, processi e formazione affinché chi cura possa lavorare senza consumare progressivamente il proprio corpo.
In un sistema sanitario che guarda all’innovazione e alla qualità, la vera evoluzione passa anche da qui: proteggere la salute fisica di chi garantisce ogni giorno la salute degli altri.