Rifiuto delle Cure e Dissenso Consapevole: Guida Pratica e Legale per l'Infermiere
Il dissenso consapevole riguarda proprio questo passaggio: una persona comprende il trattamento proposto e le conseguenze della propria scelta, ma decide di non accettarlo. Per l’infermiere significa confrontarsi con una responsabilità che coinvolge competenze cliniche, comunicative e deontologiche.
Che cos’è il dissenso consapevole
L’espressione “dissenso consapevole”, spesso utilizzata insieme a “rifiuto informato”, descrive la decisione di non accettare un trattamento dopo un’informazione comprensibile. È il versante del consenso informato che emerge quando la scelta della persona è negativa: la libertà di decidere comprende anche la possibilità di rifiutare.[1]
Il diritto trova fondamento nell’articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute e stabilisce che un trattamento sanitario possa essere imposto soltanto nei casi previsti dalla legge, nel rispetto della persona umana.[2]
Relazione Infermiere-Paziente: Come Gestire la Comunicazione del Rifiuto
Nella pratica, un “no” può esprimere situazioni molto diverse. Può derivare da una scelta ponderata, ma anche dalla paura del dolore, da un’informazione poco chiara o da una precedente esperienza negativa.
Per questo è utile partire da una domanda aperta: “Che cosa la preoccupa di questa proposta?”. L’obiettivo è comprendere il significato del rifiuto e riconoscere eventuali bisogni ancora inespressi. Una persona che teme una procedura dolorosa potrebbe desiderare maggiori spiegazioni; un’altra potrebbe attribuire al trattamento conseguenze che nessuno ha ancora chiarito.
Rifiuto delle cure: cosa prevede la legge 219/2017
La legge 219/2017 riconosce alla persona capace di agire il diritto di rifiutare accertamenti e trattamenti, anche parzialmente, e di revocare un consenso già espresso. Quando sono coinvolte cure necessarie alla sopravvivenza, il medico deve illustrare conseguenze e alternative e promuovere il sostegno alla persona.[1]
Il rifiuto può quindi riguardare una singola proposta, senza estendersi all’intero percorso assistenziale. In emergenza, l’équipe assicura le cure necessarie rispettando la volontà del paziente quando condizioni e circostanze consentono di recepirla. L’urgenza non cancella automaticamente l’autodeterminazione.[1]
Una scelta diversa non dimostra, da sola, incapacità
Sul piano assistenziale, considerare “incomprensibile” una decisione non aiuta a valutarla. Il professionista deve distinguere il proprio disaccordo dagli elementi clinici che richiedono un approfondimento.
Se emergono confusione, difficoltà comunicative o dubbi sulla comprensione, è necessario condividere tempestivamente queste osservazioni con l’équipe. Documentare ciò che si rileva concretamente è più utile che attribuire etichette come “paziente irragionevole”.
Il ruolo dell’infermiere nel dissenso consapevole
Il Codice deontologico delle professioni infermieristiche del 2025 richiama la relazione di cura, l’informazione e il sostegno alla persona. Collega, inoltre, l’accuratezza della documentazione al consenso o al diniego consapevolmente espresso al trattamento infermieristico.[3]
L’infermiere ha spesso una posizione privilegiata per intercettare esitazioni e domande: è presente durante la somministrazione della terapia, la preparazione a un esame o una medicazione. Questi momenti possono far emergere un dissenso che non era stato espresso nel colloquio precedente.
La risposta richiede coordinamento. L’infermiere chiarisce gli aspetti di propria competenza e porta all’attenzione del medico le domande relative a indicazioni, prognosi o alternative terapeutiche che richiedono un approfondimento medico.
Informare senza trasformare il dialogo in pressione
Una comunicazione efficace utilizza parole concrete e lascia spazio alle domande. Chiedere alla persona di spiegare, con parole proprie, che cosa ha compreso può aiutare a individuare equivoci senza trasformare il colloquio in un esame.
Anche il tono conta. Ripetere che “deve farlo” può chiudere il confronto; spiegare quale beneficio si cerca e ascoltare le preoccupazioni permette di mantenere aperta la relazione. L’autorevolezza professionale si esprime nella chiarezza e nella disponibilità al dialogo.
Come Documentare il Rifiuto della Terapia in Cartella Clinica e FSE
La legge prevede l’annotazione del rifiuto e della revoca nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.[1] La documentazione infermieristica deve essere accurata, completa e veritiera anche rispetto al diniego al trattamento infermieristico.[3]
Nella pratica, scrivere soltanto “paziente non collaborante” offre poche informazioni. Una registrazione utile descrive la proposta rifiutata, le parole della persona, le spiegazioni fornite nell’ambito delle proprie competenze, i professionisti avvisati e gli interventi successivi.
Se il paziente espone una motivazione, questa può essere riportata senza giudizi. Se non desidera farlo, occorre documentare quanto effettivamente avvenuto, evitando interpretazioni arbitrarie. Anche le osservazioni sulla comprensione devono riferirsi a elementi concreti.
La firma non racconta tutto il percorso
Un modulo può contribuire alla tracciabilità della decisione, ma non descrive da solo la qualità del confronto. Per la continuità assistenziale è essenziale che chi prende in carico successivamente il paziente comprenda quale trattamento sia stato rifiutato e quali bisogni rimangano da affrontare.
La documentazione serve quindi anche a evitare che ogni cambio turno riapra lo stesso confronto senza conoscere ciò che è già stato discusso.
Rifiuto delle Cure nei Minori, Soggetti Incapaci e Ruolo delle DAT
Per minori e persone incapaci, la legge 219/2017 prevede regole specifiche, valorizzando le capacità di comprensione e la volontà della persona. Il ruolo di genitori, tutori o amministratori di sostegno dipende dalla situazione giuridica; in determinate controversie sulle cure la decisione è rimessa al giudice tutelare.[1]
Le disposizioni anticipate di trattamento consentono invece di esprimere volontà per un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi. Non vanno confuse con il rifiuto attuale di una persona che può decidere: riguardano un diverso contesto e seguono una disciplina specifica.[1]
Rispettare il dissenso senza abbandonare la persona
Il rifiuto di una terapia non elimina il bisogno di sollievo. L’articolo 2 della legge 219/2017 prevede che il medico si adoperi per alleviare le sofferenze anche in caso di rifiuto o revoca del consenso, garantendo un’appropriata terapia del dolore e le cure palliative.[1]
Per l’assistenza infermieristica, questo principio invita a ricostruire il percorso possibile insieme alla persona. Quali interventi accetta? Quali sintomi desidera affrontare? Quali informazioni le servono ancora?
Il dissenso consapevole può mettere alla prova l’alleanza terapeutica, ma lascia aperto uno spazio di cura. In quello spazio l’infermiere continua ad ascoltare, osservare, comunicare e assistere, riconoscendo alla persona il diritto di partecipare alle decisioni che riguardano il proprio corpo e la propria vita.
Bibliografia
- Italia. Legge 22 dicembre 2017, n. 219. Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. 2018 gen 16;(12). Articoli 1-4 [Internet]. [consultato 9 ottobre 2026]. Disponibile su: Gazzetta Ufficiale.
- Italia. Costituzione della Repubblica Italiana. Articolo 32 [Internet]. Roma: Senato della Repubblica; [consultato 9 ottobre 2026]. Disponibile su: Senato della Repubblica.
- Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche. Codice deontologico delle professioni infermieristiche [Internet]. Roma: FNOPI; 2025 [consultato 9 ottobre 2026]. Disponibile su: FNOPI.