Gentile Direttore,
ho letto con interesse l'articolo pubblicato su Nurse24 dedicato agli strumenti di standardizzazione in ambito sanitario. Il tema offre l'occasione per una riflessione che considero particolarmente importante per il presente e, soprattutto, per il futuro della professione infermieristica: la necessità di adottare un linguaggio scientifico condiviso e di garantirne un insegnamento sistematico nei corsi di laurea.
È una questione alla quale ho dedicato una parte significativa della mia vita professionale, attraverso l'attività clinica, l'insegnamento universitario e la produzione di testi scientifici e didattici.
Da molti anni sostengo che l'infermieristica, per consolidare la propria identità disciplinare e autonomia professionale, debba essere in grado di identificare, denominare, documentare e misurare ciò di cui si occupa. Non è soltanto una questione terminologica. È una questione di metodo, di responsabilità clinica e di riconoscibilità del contributo infermieristico ai risultati di salute delle persone assistite.
Senza un linguaggio condiviso, quale futuro per l'infermieristica? Le contraddizioni della formazione universitaria italiana
Un linguaggio condiviso per rendere visibile il sapere infermieristico
Nelle mie pubblicazioni ho sempre attribuito particolare importanza al processo infermieristico e all'utilizzo integrato delle tassonomie NANDA-I, NOC e NIC. La classificazione NANDA-I consente di identificare e denominare le diagnosi infermieristiche; la classificazione NIC descrive gli interventi; la classificazione NOC permette di individuare e valutare i risultati assistenziali.
L'integrazione di questi tre sistemi offre un riferimento metodologico coerente per sviluppare la pianificazione assistenziale e documentare il ragionamento clinico infermieristico.
Naturalmente, non considero le tassonomie una soluzione universale né uno strumento da applicare in maniera meccanica. La complessità delle situazioni cliniche non può essere ridotta a un elenco di etichette diagnostiche, interventi e risultati. Il linguaggio standardizzato non sostituisce il pensiero critico: lo sostiene, lo rende esplicito, comunicabile e verificabile.
La personalizzazione dell'assistenza resta un principio irrinunciabile. Tuttavia, personalizzare non significa rinunciare a un linguaggio comune, così come esercitare il giudizio clinico non significa affidarsi esclusivamente all'esperienza individuale.
Una disciplina scientifica ha bisogno di concetti condivisi, definizioni riconoscibili e strumenti che consentano di confrontare le pratiche e misurarne i risultati.
Le contraddizioni della formazione universitaria
È proprio sul terreno della formazione che, a mio giudizio, emergono alcune delle contraddizioni più significative. Nel corso della mia lunga esperienza di docente universitario ho avuto modo di confrontarmi, talvolta anche in maniera particolarmente accesa, con orientamenti didattici che attribuivano un'importanza marginale all'utilizzo delle tassonomie infermieristiche.
Ho conosciuto realtà formative nelle quali l'insegnamento sistematico di NANDA-I, NOC e NIC è stato progressivamente ridimensionato o abbandonato, insieme a un approccio strutturato alla pianificazione assistenziale fondato su queste classificazioni. Non nascondo che tali scelte abbiano rappresentato per me motivo di profondo dissenso professionale.
È stato difficile comprendere e condividere orientamenti che consideravo in contrasto con il percorso di sviluppo scientifico e metodologico della disciplina infermieristica.
Ancor più difficile è stato constatare come, mentre nei miei manuali continuavo a proporre sistematicamente il processo infermieristico e l'integrazione NANDA-I, NOC e NIC, in alcuni contesti formativi questi stessi strumenti venissero considerati o non prioritari o superflui o addirittura inapplicabili e pertanto da non insegnare agli studenti.
Questa esperienza personale mi ha portato a interrogarmi su una questione che supera ampiamente i confini delle singole sedi universitarie.
È possibile formare infermieri realmente autonomi nel ragionamento clinico senza garantire loro una solida preparazione nella formulazione delle diagnosi infermieristiche, nella pianificazione degli interventi e nella valutazione degli esiti?
Non intendo sostenere che il processo infermieristico possa essere insegnato esclusivamente attraverso il sistema NNN, né che tutte le università italiane adottino orientamenti analoghi. Ritengo però che l'abbandono di questi strumenti, laddove avvenga senza proporre alternative metodologiche altrettanto strutturate e verificabili, rappresenti un impoverimento della formazione. Il problema non è semplicemente insegnare o non insegnare una classificazione. Il problema è quale modello di infermiere intendiamo formare.
Un professionista prevalentemente orientato all'esecuzione di attività e prestazioni, oppure un professionista capace di formulare giudizi clinici autonomi, assumere decisioni assistenziali motivate e valutare sistematicamente i risultati delle proprie azioni?
A questo interrogativo se ne aggiunge un altro, altrettanto rilevante: quale valore scientifico e formativo possono avere metodologie e approcci alla pianificazione assistenziale che non siano stati sottoposti ad adeguati processi di validazione, che non dispongano di una solida letteratura scientifica di riferimento e che non offrano a studenti e formatori strumenti bibliografici autorevoli, accessibili e verificabili per l'apprendimento e l'applicazione nella pratica clinica?
Ritengo particolarmente discutibile che strumenti di questo tipo possano essere proposti come alternative a sistemi di classificazione consolidati, sviluppati attraverso processi di ricerca, revisione e aggiornamento scientifico.
L'autonomia didattica non può prescindere dal rigore metodologico. Un modello formativo deve poter essere studiato, approfondito, confrontato criticamente e applicato sulla base di riferimenti scientifici documentati. Diversamente, si rischia di sostituire un patrimonio disciplinare condiviso con approcci autoreferenziali, la cui attendibilità e trasferibilità nella pratica professionale risultano difficilmente dimostrabili.
Occorre inoltre richiamare un principio fondamentale: la formazione universitaria deve garantire l'acquisizione di una cultura disciplinare condivisa, indipendentemente dalla sede nella quale lo studente compie il proprio percorso di studi.
Ogni Corso di Laurea in Infermieristica ha la responsabilità di formare professionisti in possesso di conoscenze, competenze e strumenti metodologici che consentano loro di esercitare la professione in qualsiasi contesto sanitario, sul territorio nazionale e internazionale.
L'autonomia didattica dei singoli atenei non dovrebbe tradursi in una frammentazione dei riferimenti scientifici e metodologici, tale da produrre professionisti formati secondo linguaggi e modelli difficilmente confrontabili o trasferibili da una realtà assistenziale all'altra.
Uno studente non può essere vincolato, nella costruzione della propria identità professionale, a modelli e approcci circoscritti alla cultura didattica della sede universitaria di provenienza, soprattutto quando questi non trovano adeguato riscontro nella letteratura scientifica e nei sistemi di classificazione riconosciuti dalla comunità professionale.
La formazione universitaria ha il dovere di trasmettere un patrimonio disciplinare che superi i confini del singolo ateneo e favorisca la mobilità professionale, la continuità assistenziale, la comunicazione interdisciplinare e l'integrazione nei diversi sistemi sanitari. L'università deve formare infermieri per la professione, non per il modello didattico della propria sede.
L'orientamento della professione e le indicazioni internazionali
Il tema del linguaggio infermieristico standardizzato non è certamente nuovo. A livello internazionale, l'International Council of Nurses ha promosso da tempo la standardizzazione della terminologia professionale attraverso l'International Classification for Nursing Practice (ICNP).
Pur essendo un sistema distinto dalle classificazioni NANDA-I, NOC e NIC, l'ICNP risponde alla medesima esigenza fondamentale: rendere descrivibili, confrontabili e documentabili i fenomeni di interesse infermieristico.
Anche la Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche ha recentemente valorizzato l'importanza del linguaggio infermieristico standardizzato e dell'integrazione delle classificazioni NANDA-I, NIC e NOC. Si tratta di un orientamento professionale significativo, che dovrebbe stimolare un confronto approfondito con il mondo universitario.
Il quadro normativo italiano, inoltre, riconosce da tempo la responsabilità dell'infermiere nell'identificazione dei bisogni di assistenza, nella pianificazione, nella gestione e nella valutazione degli interventi infermieristici. È opportuno precisare che tali riferimenti non comportano necessariamente l'obbligo di adottare una specifica tassonomia.
Confermano però un principio essenziale: la pianificazione assistenziale non è un'attività accessoria, ma una componente fondamentale dell'esercizio professionale infermieristico.
Di conseguenza, dovrebbe rappresentare anche un elemento irrinunciabile della formazione universitaria.
Autonomia universitaria e responsabilità formativa
Le università godono giustamente di autonomia scientifica e didattica. Questa autonomia permette di sviluppare modelli formativi differenti, confrontare approcci teorici, sperimentare metodologie innovative e aggiornare i contenuti dell'insegnamento. Tuttavia, ritengo che l'autonomia didattica debba accompagnarsi a una responsabilità altrettanto importante: garantire agli studenti competenze coerenti con l'evoluzione scientifica e professionale dell'infermieristica. Non è necessario che tutti i corsi di laurea adottino un unico modello concettuale. È però necessario interrogarsi sull'opportunità di assicurare una preparazione comune rispetto ai principali sistemi di classificazione infermieristica e alla loro applicazione nella pratica clinica. In particolare, considero indispensabile che lo studente impari a collegare i dati della valutazione infermieristica alla formulazione di giudizi clinici, all'individuazione degli obiettivi assistenziali, alla scelta degli interventi e alla misurazione dei risultati.
Non basta conoscere teoricamente le fasi del processo infermieristico. Occorre saperle applicare, documentare e discutere criticamente. Il rischio, altrimenti, è formare professionisti capaci di descrivere ciò che fanno, ma meno preparati a spiegare perché lo fanno, quali risultati intendono raggiungere e come verificarli.
Questo rischio assume un significato ancora maggiore nell'attuale contesto sanitario, caratterizzato dalla crescente complessità assistenziale, dallo sviluppo delle competenze specialistiche, dalla digitalizzazione della documentazione clinica e dalla necessità di misurare gli esiti sensibili all'assistenza infermieristica.
Come possiamo parlare di interoperabilità dei sistemi informativi, indicatori di qualità e risultati assistenziali se non condividiamo neppure i termini fondamentali attraverso i quali descriviamo la nostra attività professionale?
Un confronto necessario nel sistema universitario italiano
La mia esperienza mi ha insegnato che le resistenze all'adozione delle tassonomie non derivano necessariamente da una valutazione critica della loro validità scientifica. Talvolta sembrano riflettere tradizioni didattiche consolidate, differenti convinzioni metodologiche o una limitata familiarità con le potenzialità applicative dei linguaggi standardizzati.
Non considero queste differenze un problema in sé. Il confronto tra posizioni scientifiche differenti è parte essenziale della vita universitaria. Diventa invece problematico quando il confronto si traduce nell'esclusione di strumenti rilevanti per lo sviluppo della disciplina, senza che agli studenti venga offerta la possibilità di conoscerli, comprenderli e valutarli criticamente. Per questa ragione sarebbe opportuno avviare una riflessione nazionale sui contenuti formativi dei corsi di laurea in Infermieristica. Sarebbe utile conoscere quanto spazio venga effettivamente dedicato all'insegnamento delle diagnosi infermieristiche, della pianificazione assistenziale, degli interventi classificati e della valutazione degli esiti. Sarebbe altrettanto importante comprendere quali sistemi terminologici vengano utilizzati nelle diverse sedi universitarie e con quali criteri venga valutata la competenza degli studenti nella pianificazione assistenziale.
Non si tratta di imporre un pensiero unico, ma di individuare un patrimonio metodologico comune che possa accompagnare gli infermieri dalla formazione universitaria alla pratica clinica.
Un ulteriore interrogativo, a mio giudizio tutt'altro che secondario, riguarda la preparazione dei docenti e dei tutor clinici ai quali viene affidato l'insegnamento del processo infermieristico e della pianificazione assistenziale.
Quanti di questi professionisti possiedono una reale competenza nell'applicazione delle tassonomie NANDA-I, NOC e NIC? E quanti hanno avuto l'opportunità di sperimentarne concretamente l'utilizzo nella pratica clinica, prima ancora di insegnarle agli studenti?
L'esperienza professionale, per quanto importante, non garantisce automaticamente la padronanza degli strumenti metodologici della disciplina. Per accedere all'insegnamento universitario dell'infermieristica come docente a contratto, o per assumere incarichi di tutorato, vengono generalmente considerati titoli accademici, anni di esperienza professionale, eventuali pubblicazioni scientifiche e altri titoli valutabili.
Tuttavia, il possesso della laurea magistrale, attualmente orientata prevalentemente agli ambiti organizzativi e gestionali, non garantisce di per sé una competenza specifica nell'applicazione delle classificazioni NANDA-I, NOC e NIC. Analogamente, l'anzianità professionale e la produzione scientifica non costituiscono necessariamente una dimostrazione della capacità di insegnare e applicare correttamente il processo infermieristico.
Meriterebbero inoltre una riflessione critica i criteri adottati nelle procedure di selezione e nelle graduatorie per gli incarichi didattici e di tutorato, che non sempre sembrano attribuire un peso adeguato alle effettive competenze disciplinari e metodologiche. La trasparenza dei criteri, la loro pertinenza rispetto all'incarico e la verifica delle competenze dovrebbero prevalere su valutazioni discrezionali o logiche di selezione non sufficientemente motivate.
Sarebbe pertanto interessante verificare le competenze degli stessi docenti e tutor attraverso la pianificazione dell'assistenza su casi clinici reali, valutandone la capacità di formulare diagnosi infermieristiche, individuare risultati attesi, selezionare interventi appropriati e valutarne gli esiti.
Non si tratterebbe di sottoporre i formatori a un esame punitivo, ma di accertare che possiedano concretamente le competenze che sono chiamati a insegnare e valutare.
Come possiamo giudicare la correttezza metodologica di un piano assistenziale elaborato da uno studente se non siamo noi stessi in grado di costruirlo, argomentarlo e applicarlo nella pratica clinica? Non possiamo pretendere dagli studenti competenze che i loro formatori non sono in grado di dimostrare.
La formazione come responsabilità verso la professione e le persone assistite
Ho dedicato molti anni all'insegnamento dell'infermieristica e alla realizzazione di manuali destinati agli studenti e ai professionisti. Questa esperienza ha rafforzato una convinzione che considero fondamentale: la qualità dell'assistenza dipende anche dalla qualità del ragionamento clinico che siamo capaci di insegnare.
La formazione non può limitarsi alla trasmissione di conoscenze e abilità tecniche. Deve sviluppare la capacità di interpretare situazioni complesse, identificare problemi assistenziali, assumere decisioni motivate e valutarne criticamente gli effetti. È questa dimensione intellettuale e scientifica che contribuisce a distinguere una professione autonoma da un insieme di attività esecutive. Per questo motivo continuo a considerare il linguaggio infermieristico standardizzato uno strumento fondamentale per lo sviluppo della disciplina.
Non perché NANDA-I, NOC e NIC siano esenti da limiti o non possano essere ulteriormente perfezionati, ma perché offrono una struttura condivisa attraverso la quale rendere esplicito e misurabile il contributo dell'assistenza infermieristica.
La questione che desidero porre all'attenzione dei lettori non riguarda una singola università, né vuole alimentare contrapposizioni personali o accademiche. Nasce da esperienze professionali concrete, da confronti talvolta difficili e dalla convinzione che le scuole di infermieristica debbano interrogarsi sul ruolo attribuito al linguaggio scientifico e alla pianificazione assistenziale nella formazione degli infermieri.
Se vogliamo una professione sempre più autonoma, competente e capace di dimostrare il proprio contributo alla salute delle persone, dobbiamo iniziare dalla formazione. Dobbiamo insegnare agli studenti non soltanto a eseguire correttamente gli interventi assistenziali, ma anche a identificare i problemi di competenza infermieristica, motivare le decisioni, pianificare gli interventi e valutarne i risultati.
È una responsabilità che riguarda l'intero sistema universitario, le istituzioni professionali e tutti coloro che, a diverso titolo, contribuiscono alla formazione delle nuove generazioni di infermieri.
Perché una professione che non sa denominare, documentare e misurare ciò che fa rischia di rendere invisibile una parte fondamentale del proprio sapere.
E ritengo che l'università debba essere il primo luogo nel quale questo sapere viene riconosciuto, insegnato e valorizzato.
Pierluigi Badon