Sicurezza vaccini: comunicare benefici, rischio e incertezza
In ambito sanitario, sicurezza non significa assenza assoluta di rischio. Come per ogni medicinale, il profilo di sicurezza di un vaccino viene valutato insieme ai benefici attesi e ai rischi associati alla malattia che si intende prevenire.
Limitarsi a dire che un vaccino “è sicuro” può quindi non rispondere alla domanda della persona. È più corretto spiegare quali reazioni avverse sono note, con quale frequenza possono verificarsi, quali eventi richiedono attenzione e come il profilo beneficio-rischio viene monitorato nel tempo. [2–4]
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) individua proprio nella trasparenza su benefici, potenziali rischi e incertezze uno degli elementi centrali della comunicazione vaccinale. Comunicare il rischio significa rappresentarlo nelle sue corrette proporzioni, evitando sia la minimizzazione sia l’amplificazione. [2]
Capire il dubbio, non sommergere di dati
Non tutte le persone che pongono domande sui vaccini sono esitanti e mancata vaccinazione, esitazione e opposizione alla vaccinazione non sono sinonimi. Una vaccinazione rinviata può dipendere dal timore di un evento avverso, ma anche da difficoltà di accesso, precedenti esperienze sanitarie, bassa percezione del rischio della malattia, sfiducia nelle istituzioni o ostacoli organizzativi.
Per questo, prima ancora di fornire informazioni, è necessario comprendere quale determinante stia influenzando il comportamento vaccinale. Il framework Behavioural and Social Drivers of Vaccination, BeSD, dell’Organizzazione mondiale della sanità identifica quattro aree principali: ciò che le persone pensano e provano, i processi sociali, la motivazione e gli aspetti pratici che facilitano o ostacolano l’accesso alla vaccinazione. [1]
Una domanda aperta, come «qual è l’aspetto che la preoccupa maggiormente?», può aiutare infermiere, infermieri e professionisti sanitari a orientare il colloquio verso il bisogno reale della persona. Il punto non è classificare rapidamente chi ha dubbi come “contrario ai vaccini”, ma distinguere se il problema riguarda la comprensione delle informazioni, la percezione del rischio, la fiducia, l’influenza del contesto sociale o l’accessibilità concreta al servizio.
Ascoltare non significa validare un’informazione scorretta: significa comprendere quale problema comunicativo, relazionale o assistenziale si sta affrontando. Solo dopo questa fase la risposta informativa può diventare pertinente.
Quando emerge un dubbio, infatti, la reazione spontanea può essere quella di aumentare la quantità di dati forniti. Ma l’adesione vaccinale non dipende esclusivamente dalla disponibilità di informazioni. Percezione del rischio, fiducia, esperienza personale, norme sociali e ambiente informativo condizionano il modo in cui le evidenze vengono interpretate. [1,2]
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, European Centre for Disease Prevention and Control, sottolinea inoltre che comprendere il rapporto tra benefici e rischi può richiedere adeguati livelli di health literacy e numeracy, cioè la capacità di accedere, comprendere e utilizzare informazioni sanitarie e quantitative. [2]
Una comunicazione efficace deve quindi essere selettiva, contestualizzata e proporzionata al bisogno informativo. L’obiettivo non è fornire il maggior numero possibile di dati, ma mettere la persona nelle condizioni di interpretarli correttamente, collegandoli alla propria situazione clinica, al rischio della malattia e al beneficio atteso della vaccinazione.
Dal sospetto alla sorveglianza
Un AEFI – Adverse Event Following Immunization, cioè un evento avverso successivo all’immunizzazione, è un evento medico sfavorevole che si verifica dopo una vaccinazione, ma che non presenta necessariamente una relazione causale con il vaccino. [3] Il fatto che un evento compaia dopo una somministrazione stabilisce quindi una relazione temporale, non automaticamente una relazione causale.
Questa distinzione è decisiva nella comunicazione vaccinale, perché consente di spiegare correttamente il significato delle segnalazioni di sicurezza. La valutazione della causalità richiede un processo strutturato, che considera caratteristiche cliniche dell’evento, intervallo temporale, evidenze disponibili, plausibilità biologica dell’associazione, possibili cause alternative e presenza di condizioni concomitanti. [3]
Anche i dati di farmacovigilanza devono essere interpretati con cautela: il numero delle segnalazioni non corrisponde al numero degli eventi dimostrati come causati dal vaccino. L’Agenzia italiana del farmaco, AIFA, precisa infatti che i dati raccolti nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza non possono essere letti, da soli, come esito di una valutazione del nesso causale. [4]
La farmacovigilanza nasce proprio dalla possibilità di segnalare un sospetto. In Italia, professioniste e professionisti sanitari, cittadine e cittadini possono segnalare sospette reazioni avverse a farmaci e vaccini. Per effettuare una segnalazione non è necessario che il rapporto causale sia già dimostrato: la segnalazione contribuisce alla raccolta di informazioni utili a individuare eventuali problemi di sicurezza. [4,5]
Anche il concetto di segnale di sicurezza deve essere comunicato con precisione. In farmacovigilanza, un segnale è un’informazione relativa a un evento nuovo, o a un nuovo aspetto di un evento già noto, che suggerisce una possibile associazione con un medicinale e richiede ulteriori approfondimenti. Non equivale alla dimostrazione che il medicinale abbia causato l’evento. [5]
Segnalazione, segnale e nesso causale rappresentano quindi livelli differenti del processo di sorveglianza e valutazione della sicurezza. La segnalazione apre una possibilità di analisi; il segnale richiede una valutazione più approfondita; il nesso causale può essere definito solo attraverso un percorso metodologico specifico.
L’autorizzazione all’immissione in commercio, inoltre, non conclude la valutazione della sicurezza di un vaccino. Gli studi pre-autorizzativi forniscono informazioni fondamentali su efficacia e sicurezza, ma il successivo utilizzo nella popolazione consente di accumulare dati su numeri molto più elevati di persone e in condizioni di pratica reale.
La sorveglianza post-marketing integra quindi le conoscenze disponibili e permette di identificare, analizzare e approfondire eventuali nuovi segnali, compresi eventi così rari da essere difficilmente osservabili prima dell’impiego su larga scala. [3,4]
L’emergere di un segnale non rappresenta di per sé il fallimento del sistema di sicurezza. Al contrario, la capacità di intercettarlo, valutarlo e adottare eventuali misure correttive è precisamente una delle funzioni della farmacovigilanza. Comunicarlo in modo chiaro aiuta a evitare due errori opposti: minimizzare i sospetti di sicurezza o interpretarli automaticamente come prova di causalità.
Comunicare l’incertezza, rendere comprensibile il rischio
Una comunicazione scientifica eccessivamente categorica può compromettere la credibilità quando le conoscenze evolvono. Questo è particolarmente vero in ambito vaccinale, dove la frequenza di un evento molto raro può non essere inizialmente stimabile con precisione e dove nuove evidenze possono modificare un’indicazione, aggiornare le informazioni di sicurezza o ridefinire alcune raccomandazioni.
Per questo distinguere ciò che è noto, ciò che è ancora incerto e ciò che viene monitorato è parte integrante della corretta comunicazione del rischio. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, European Centre for Disease Prevention and Control, individua proprio nella rapida evoluzione delle evidenze e nella gestione comunicativa dell’incertezza alcune delle principali sfide della comunicazione vaccinale. [2]
Ammettere un margine di incertezza non significa indebolire l’evidenza disponibile, ma rappresentarne correttamente i limiti. Al contrario, può rafforzare la relazione di fiducia, perché evita di presentare come definitivo ciò che la sorveglianza scientifica continua a monitorare e aggiornare.
La stessa attenzione deve riguardare il modo in cui il rischio viene reso comprensibile. Un’informazione può essere scientificamente corretta, ma comunicativamente inefficace se chi la riceve non riesce a interpretarla. Termini come evento avverso, segnale, rischio relativo, controindicazione o immunogenicità hanno un significato tecnico preciso, ma possono essere fraintesi fuori dal contesto sanitario.
La comunicazione del rischio dovrebbe quindi utilizzare frequenze e denominatori comprensibili, mantenere coerente il formato con cui i rischi vengono confrontati e distinguere chiaramente eventi frequenti, meno frequenti e rari. [2] Anche il confronto deve essere pertinente: il rischio associato alla vaccinazione va contestualizzato rispetto al rischio della malattia, alle caratteristiche individuali della persona e al beneficio atteso.
Questo non significa banalizzare il contenuto scientifico, ma ridurne la complessità comunicativa senza perderne la precisione. È qui che il ruolo di professioniste e professionisti sanitari diventa centrale: non solo trasferire informazioni, ma aiutare le persone a comprenderle, collocarle nel giusto contesto e usarle per assumere decisioni consapevoli.
Correggere senza irrigidire il confronto
La comunicazione vaccinale avviene oggi all’interno di un ambiente informativo complesso, nel quale evidenze scientifiche, esperienze personali, contenuti fuorvianti e disinformazione convivono sugli stessi canali. In questo contesto, definire semplicemente un’affermazione come “fake news” può non essere sufficiente e, in alcuni casi, può irrigidire il confronto.
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, European Centre for Disease Prevention and Control, include tra gli approcci possibili il prebunking, che prepara le persone a riconoscere preventivamente alcune strategie della disinformazione, e il debunking, finalizzato a correggere informazioni false già incontrate. [2]
Nel colloquio individuale, questo significa anzitutto identificare l’affermazione problematica, spiegare quale passaggio non è supportato dalle evidenze, fornire l’informazione corretta e indicare fonti verificabili. L’obiettivo è correggere il contenuto, non svalutare la persona che lo ha ricevuto, condiviso o ritenuto plausibile.
Quando esiste un’indicazione vaccinale, infermiere, infermieri e professionisti sanitari possono formulare una raccomandazione clinicamente motivata, spiegando perché quel vaccino è indicato per quella specifica persona e quali elementi sostengono il rapporto beneficio-rischio. La raccomandazione, però, non dovrebbe essere ridotta a una formula prescrittiva: è più efficace quando si inserisce in una relazione comunicativa capace di riconoscere dubbi, timori, esperienze pregresse e barriere di accesso.
Quando persiste ambivalenza, tecniche derivate dal motivational interviewing, o colloquio motivazionale, possono aiutare a esplorare motivazioni, incertezze e resistenze evitando una relazione conflittuale. Le evidenze disponibili, tuttavia, non consentono di considerare il colloquio motivazionale una strategia universalmente superiore. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 ha rilevato risultati complessivamente comparabili tra interventi educativi e motivazionali, evidenziando anche una qualità metodologica limitata degli studi e una bassa certezza delle conclusioni. [6]
Non esiste quindi una “frase giusta” capace di risolvere ogni esitazione. La comunicazione vaccinale deve essere adattata al determinante che sostiene il comportamento vaccinale: carenza di informazioni, percezione del rischio, sfiducia, precedenti esperienze negative, difficoltà di accesso o esposizione a contenuti fuorvianti richiedono risposte diverse, sempre fondate su evidenze, ascolto e responsabilità professionale.
Comunicare è competenza
La comunicazione vaccinale non può essere affidata soltanto alla predisposizione personale del singolo professionista.
La letteratura descrive interventi rivolti agli operatori che comprendono formazione scientifica, strumenti comunicativi, simulazioni, role playing e strategie organizzative. Una revisione sistematica dedicata agli interventi per i professionisti evidenzia una marcata eterogeneità degli approcci e delle evidenze, senza consentire di individuare un’unica strategia applicabile a tutti i contesti. [7]
Il dato importante è un altro: gestire il rischio percepito, spiegare la farmacovigilanza, riconoscere la disinformazione e adattare il messaggio alla health literacy della persona sono competenze professionali che possono essere formate e sviluppate.
Per infermieri/e e altri professionisti sanitari la conoscenza del vaccino resta quindi indispensabile, ma deve integrarsi con competenze di comunicazione del rischio, ascolto, alfabetizzazione sanitaria e gestione delle decisioni condivise.
Bibliografia
- World Health Organization. Behavioural and social drivers of vaccination: tools and practical guidance for achieving high uptake. Geneva: WHO; 2022.
- European Centre for Disease Prevention and Control. Effective communication around the benefit and risk balance of vaccination in the EU/EEA. Stockholm: ECDC; 2024.
- World Health Organization. Causality assessment of an adverse event following immunization (AEFI): user manual for the revised WHO classification. 2nd ed., 2019 update. Geneva: WHO; 2021.
- Agenzia Italiana del Farmaco. Rapporto Vaccini 2023. La sorveglianza postmarketing dei vaccini in Italia. Roma: AIFA; 2025.
- Agenzia Italiana del Farmaco. Come segnalare una reazione avversa; Segnali di sicurezza. AIFA.
- Labbé S, Bacon SL, Wu N, et al. Addressing vaccine hesitancy: a systematic review comparing the efficacy of motivational versus educational interventions on vaccination uptake. Transl Behav Med. 2025;15(1). doi:10.1093/tbm/ibae069.
- Lo Moro G, Ferrara M, Langiano E, et al. Countering vaccine hesitancy: a systematic review of interventions to strengthen healthcare professionals’ action. Eur J Public Health. 2023;33(5):905-915. doi:10.1093/eurpub/ckad134.