Principio di incendio all'ospedale di Jesi, P.S. evacuato.

Scritto il 14/09/2026
da Redazione

Il fumo partito da un locale tecnico , alle 22 circa, sopra il pronto soccorso del Carlo Urbani ha invaso i corridoi del reparto e quello delle sale operatorie. Gli infermieri hanno portato fuori i pazienti barellati in pochi minuti. Nessun intossicato, rientro alle 00.05.

Ventisette pazienti barellati sono usciti dal pronto soccorso dell'ospedale Carlo Urbani di Jesi nella notte tra venerdì 11 e sabato 12 settembre, quando il fumo di un principio di incendio ha invaso il reparto. Le fiamme sono partite intorno alle 22 da un locale del piano superiore, adibito alla manutenzione degli elettromedicali, e il fumo ha attraversato il controsoffitto raggiungendo il corridoio del pronto soccorso e quello delle sale operatorie. Il personale ha spostato i pazienti all'esterno della struttura; alle 00.05, dopo la verifica dei vigili del fuoco, il pronto soccorso è tornato operativo. Nessun paziente e nessun operatore ha riportato intossicazioni.

Cosa è successo nella notte

Il locale da cui è partito il fuoco misura circa quattro metri per tre e conteneva biancheria e apparecchiature. Si trova al livello immediatamente sopra il pronto soccorso, e questa posizione spiega la dinamica: il fumo ha trovato la via del controsoffitto e si è riversato nei locali sottostanti prima che le fiamme potessero propagarsi. Tra le cause al vaglio dei carabinieri c'è il corto circuito, ipotesi che gli investigatori leggono insieme alle infiltrazioni d'acqua che nei giorni precedenti avevano interessato la struttura.

Sul posto sono arrivati cinque mezzi dei vigili del fuoco. L'evacuazione dei barellati è stata coordinata dal direttore del pronto soccorso Mario Caroli insieme alla direzione medica di presidio e all'ufficio tecnico; il direttore del 118 Giusti ha gestito il raccordo con i mezzi di soccorso, e un paziente in attesa di intervento chirurgico è stato trasferito in ambulanza all'ospedale di Senigallia. Il corridoio delle sale operatorie, raggiunto dal fumo, è rimasto temporaneamente inutilizzabile. L'impianto antincendio ha impedito al fumo di salire ai reparti di degenza dei piani superiori, che non sono stati coinvolti.

La direzione dell'Ast di Ancona ha ringraziato il personale sanitario e non sanitario: «È estremamente gratificante vedere che ci sia ancora tanta gente che quando c'è bisogno è capace di buttare il cuore oltre l'ostacolo facendo il proprio lavoro con un così grande senso di responsabilità», si legge nella nota diffusa al termine dell'emergenza. Il sindaco di Jesi Lorenzo Fiordelmondo, arrivato sul posto con il direttore generale e il direttore sanitario, e la Giunta regionale delle Marche, informata mentre l'emergenza era in corso, hanno ringraziato chi ha gestito l'intervento. Sul posto sono intervenute anche la Protezione civile e le forze dell'ordine.

Perché i pazienti sono finiti fuori e non in un altro compartimento

Gli ospedali italiani sono progettati per evitare proprio l'uscita all'aperto. La regola tecnica di prevenzione incendi per le strutture sanitarie si fonda sull'evacuazione orizzontale progressiva: i degenti che non camminano vengono spostati nel compartimento adiacente dello stesso piano, protetto da pareti e porte resistenti al fuoco, e da lì, se serve, si prosegue. È il modello che permette di mettere in sicurezza persone allettate, monitorate, in ventilazione o in attesa di sala, senza affrontare le scale con una barella.

A Jesi quel percorso non era praticabile, perché il fumo aveva già preso il corridoio del pronto soccorso e quello delle sale operatorie. La scelta dell'esterno ha protetto le vie aeree di ventisette persone, ma ha un costo assistenziale che chi lavora in emergenza conosce: monitoraggi staccati e riattaccati, bombole al posto dell'ossigeno centralizzato, terapie in corso da sospendere o portare con sé, documentazione clinica da tenere accanto al paziente giusto. Al rientro serve rifare il conto: chi era in attesa di visita, chi era in osservazione breve, chi aveva un esame prenotato, chi aveva una priorità che nel frattempo è cambiata.

Il fumo, poi, è il vero pericolo. In un incendio ospedaliero le vittime si contano per inalazione più che per ustione, e i pazienti barellati restano i più esposti perché non possono allontanarsi da soli. La finestra utile si misura in minuti, e a Jesi l'evacuazione del reparto è avvenuta dentro quella finestra.

Chi può evacuare un reparto: la formazione che serve

Gli ospedali con ricovero continuativo rientrano tra le attività a rischio di incendio di livello 3 secondo il decreto ministeriale 2 settembre 2021, in vigore dall'ottobre 2022. Per gli addetti alla squadra di emergenza questo significa un corso di sedici ore, un aggiornamento periodico e, trattandosi di attività dell'allegato IV, l'attestato di idoneità tecnica rilasciato dai vigili del fuoco dopo un esame.

Nella pratica dei turni notturni la squadra di emergenza coincide spesso con il personale in servizio, e il capo squadra di piano è un infermiere o un coordinatore. Vale la pena di verificare tre cose prima che servano: se l'attestato di idoneità tecnica è in corso di validità per chi è in turno di notte, se le prove di evacuazione hanno mai simulato lo spostamento di barellati e non solo l'uscita del personale, e se il piano di emergenza interno indica un compartimento di destinazione realmente disponibile per il proprio reparto.

Un patrimonio edilizio ancora in adeguamento

Il caso di Jesi arriva mentre buona parte degli ospedali italiani lavora ancora sull'adeguamento antincendio. Le strutture con oltre venticinque posti letto esistenti prima del dicembre 2002 seguono un piano per fasi avviato nel 2015, e le scadenze sono state rinviate più volte: il decreto Infrastrutture-Pnrr del 2026 ha spostato i termini al 24 aprile 2027 e al 24 aprile 2029, mentre le strutture già in esercizio nel 2015 che non hanno aderito al piano devono presentare la Scia antincendio entro il 31 dicembre 2026. Undici anni dopo la regola tecnica, la messa a norma dei presidi non è chiusa.

Cosa succede ora

Tre locali del Carlo Urbani restano inagibili in attesa degli accertamenti. I carabinieri e i tecnici dell'azienda stanno lavorando sulle cause, e le infiltrazioni d'acqua segnalate nei giorni precedenti entreranno nella valutazione. Il pronto soccorso è tornato alla normalità alle 2.30. Per gli altri presidi resta la parte riproducibile di questa vicenda: un locale tecnico o un deposito sopra un'area critica è un rischio che si valuta nel piano di emergenza interno, e il fumo che ne esce arriva nel reparto sottostante prima delle fiamme.

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